L'architetta che progetta l'ospedale in Sudan seguendo il vento
In un Paese con un clima estremo come il Sudan ha progettato un ospedale da 100 posti all'interno di un campo profughi con strutture semipermanenti e ricorrendo alla cosiddetta architettura passiva. Perché Silvia Carbonetti, architetta e operatrice umanitaria di Medici senza Frontiere con le radici in Umbria, sa che laggiù hai poco carburante per alimentare i generatori e quindi i condizionatori ma anche l'acqua è ridotta al minimo "e così devi utilizzare l'aria per cercare di rinfrescare un pò".
"Con una temperatura mai sotto a 30 gradi anche misurare la febbre è un'impresa impossibile" ha raccontato all'ANSA. L'architetta è reduce da Doka dove si trova il campo di Um Rakuba per 17 mila rifugiati dell'Etiopia. Un incarico di sei mesi ma dopo quattro è dovuta uscire dal Sudan per motivi di visto raggiungendo Nairobi e quindi tornare per il passaggio di consegne, sempre con l'Umbria nel cuore. Il "suo" ospedale è fatto da strutture semipermanenti progettate per resistere a un caldo costante da 30 a 42 gradi, a piogge torrenziali e venti fino a cento chilometri l'ora.
"Le tende che sono state usate nella fase di emergenza e il vento le ha distrutte più volte. Ora vanno sostituite con edifici più sicuri e che possano garantire un migliore comfort per i pazienti" dice Carbonetti. La struttura non può usare i condizionatori. "La corrente - spiega - arriva solo dai generatori e il carburante per alimentarli scarseggia ed è estremamente costoso soprattutto dall'inizio della guerra in Iran. L'energia viene così utilizzata praticamente solo per raffreddare gli spazi dove sono conservati i medicinali. La poca acqua arriva dai pozzi. Ho dovuto quindi progettare un ospedale con materiale ombreggiante sul tetto per schermarlo dal caldo, fare in modo che fosse in più ventilato possibile. L'altezza dei muri divisori è minima e sopra abbiamo messo le zanzariere". La struttura è in fase di realizzazione e l'obiettivo è finirlo in tre anni. "Verrà implementata per fasi - rivela l'architetto -, prima la pediatria, poi la maternità e così via. Ogni intervento laggiù costa tantissimo, a causa della guerra e delle difficoltà di approvvigionamento". Dopo l'esperienza in Sudan ora è "in pausa perché ci sono anche i rapporti affettivi da proteggere". "La prossima meta? - dice ancora l'architetto - Vedremo a gennaio. Forse il Congo, l'Afghanistan o il Kenia. Comunque dove ci sia qualcuno da aiutare con Medici senza Frontiere".
Msf lavora in diverse parti del Sudan, dove da oltre 3 anni la guerra colpisce la popolazione e i luoghi della vita quotidiana. Mercati, scuole, strutture sanitarie sono diventati bersagli degli attacchi, mentre milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case. Solo nel 2025 il personale di Msf ha svolto più di 1 milione e 400mila visite ambulatoriali e assistito 34mila parti.
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