Al Festival di Locarno ho assistito a una retrospettiva monumentale sulla ‘lista nera’ di Hollywood
Mi perdoneranno i miei venticinque lettori se questa volta non parlo di televisione e i cinefili e gli esperti di cinema se invado il loro campo. Sono stato per qualche giorno al festival di Locarno e insieme ai film del concorso internazionale e alle spettacolari proiezioni serali in piazza davanti a 20mila persone, su consiglio di amici competenti, ho seguito la retrospettiva.
In un momento in cui molti festival faticano a costruire le loro retrospettive e propongono rassegne preconfezionate (è il caso molto discusso del Torino Film Festival con il ricorso a prodotti chiavi in mano), mi ha colpito questa retrospettiva monumentale e originale dedicata alla famosa vicenda della “lista nera” di Hollywood. Mi incuriosiva non tanto per il fatto che la tendenza a compilare liste nere sia tornata recentemente di moda con tutte le conseguenze, anche ridicole, del caso, ma soprattutto per l’ampiezza del corpus di film, una cinquantina di opere.
La storia è nota: dopo che alla fine della seconda guerra mondiale l’alleanza con l’Unione sovietica si è trasformata in un aspro conflitto, negli Stati Uniti si è diffuso un clima di timori e di sospetti, prossimi all’isteria collettiva. Artisti, intellettuali, scienziati sospettati di simpatie comuniste venivano denunciate alla famigerata commissione del senatore McCarty, processate e spesso condannate. Questa situazione fu particolarmente pesante a Hollywood e parecchi registi, sceneggiatori, attori furono accusati, processati e espulsi dal mondo del cinema.
La retrospettiva locarnese ha fatto un’operazione molto interessante dal punto di vista storiografico raggruppando i film in tre filoni: opere che hanno destato i sospetti della commissione per le attività antiamericane (spesso senza nessun motivo); film di autori che sono riusciti a lavorare sotto falso nome, come racconta un film famoso degli anni Settanta, Il prestanome di Martin Ritt interpretato da Woody Allen e puntualmente riproposto; film di registi costretti a emigrare, tra cui spiccano i nomi di Chaplin (Un re a New York) e Buñuel (La Joven).
Insomma un menu assai ricco e gustoso, oltre che una ricerca filologicamente preziosa. Ad arricchire ulteriormente il programma, c’erano tre documentari sul tema, uno dei quali decisamente originale. Gli autori, Marie Dominique Montel e Christofer Jones, hanno recuperato le bobine di un film amatoriale degli anni ottanta girato in occasione di un party, una rimpatriata hollywoodiana di registi, attori, sceneggiatori colpiti al tempo dalla purga maccartista e dei loro famigliari.
Tra racconti, interviste, confessioni di quelli che con un neologismo gli autori chiamano “i bklacklistés”, La liste noire d’Hollywood par ceux qui l’ont vecue contiene due chicche. La prima è una lettura storica che attribuisce alle vittime di quella persecuzione che hanno continuato a lavorare clandestinamente il merito di aver tenuto viva una tradizione di impegno civile che ha più tardi ha aperto le porte al new american cinema degli anni sessanta e settanta. La seconda è uno straordinario finale del party dei reduci, in cui uno degli ospiti improvvisa al pianoforte una strepitosa versione jazz dell’Internazionale: un ultimo meraviglioso sberleffo postumo ai beceri paladini dell’anticomunismo.
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