Meloni chiede più flessibilità causa inflazione, ma tace sul drenaggio fiscale che gonfia il gettito: il governo continua a compensarlo solo in parte
Giorgia Meloni, nel tentativo di recuperare spazio di manovra per una legge di Bilancio pre elettorale che si preannuncia avara, ha chiesto a Bruxelles di considerare la nuova risalita dell’inflazione come “fattore rilevante” che fa aumentare automaticamente la spesa pubblica e di aprire all’utilizzo delle maggiori imposte indirette (Iva, accise) per finanziare aiuti a famiglie e imprese. Ma la lettera inviata giovedì a Ursula von der Leyen non menziona un altro effetto dell’aumento dei prezzi, tanto cruciale per i conti quanto politicamente impopolare: il drenaggio fiscale sull’Irpef. Cioè il meccanismo per cui, ad aliquote invariate e in presenza di inflazione, è sufficiente che scaglioni e detrazioni non siano indicizzati – come in Italia – per far sì che i contribuenti versino di più anche se il loro reddito reale resta identico o scende. Se la crisi in Medio Oriente non si risolve, nel biennio 2026-2027 il fenomeno varrà almeno 8,11 miliardi di euro che salgono a 12,7 nello scenario peggiore, stando a elaborazioni degli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo. Rispetto a un quadro di inflazione “normale”, al 2%, l’extragettito per lo Stato sarà di almeno 3,4 miliardi. Otto miliardi nello scenario di un’inflazione cumulata superiore all’8%.
Soldi che, spiega Alberto Zanardi, ordinario di Scienza delle Finanze a Bologna ed ex componente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Roma potrà spendere a piacimento: “Dopo la riforma delle regole di bilancio la Commissione europea, nel suo scenario di riferimento, assume che ci sia una piena indicizzazione dell’Irpef all’inflazione”. Se questo non avviene, le maggiori entrate legate a questa “tassa da inflazione” sono ritenute “discrezionali“: cioè effetto di una decisione politica, come lo sarebbe un aumento delle aliquote. E il governo può decidere come impiegarle. Il meccanismo è già emerso nei conti del 2026. La relazione tecnica al ddl di assestamento del bilancio convertito in legge il 18 settembre ha evidenziato come il maggior gettito che ne deriva abbia consentito compensare il peggioramento di 1,8 miliardi prodotto dalle variazioni dell’assestamento, riportando la spesa netta sotto il limite del +1,6% fissato dal Piano strutturale di bilancio.
Negli anni scorsi l’enorme drenaggio causato dalla fiammata dei prezzi seguita all’invasione russa dell’Ucraina, pari a 25 miliardi tra 2022 e 2024 a carico di lavoratori e pensionati sempre stando alle stime di Leonardi e Rizzo, è stato compensato solo a chi guadagna meno di 35mila euro annui attraverso alcuni interventi di riforma fiscale, in particolare il taglio del cuneo poi trasformato in bonus. “Il governo ha restituito qualcosa ai redditi più bassi, con un indubbio ritorno in termini di consenso, ma senza varare un meccanismo automatico di indicizzazione valido per tutti”, continua Zanardi. “Così facendo, il minor gettito determinato da quelle riduzioni di imposte è stato considerato a sua volta discrezionale. Vale a dire che ci siamo bruciati spazi di bilancio, un autogol“. Il tutto senza alcun impatto positivo sulla pressione fiscale, che è anzi ai massimi da oltre un decennio e stando al Documento programmatico di finanza pubblica quest’anno toccherà il 48,5 per cento.
Ora, con la manovra alle porte, la maggioranza non pare intenzionata a muoversi diversamente. Tra le richieste trasversali c’è quella di portare da 50 a 60mila euro il limite dello scaglione a cui si applica l’aliquota intermedia del 33%: un’altra compensazione parziale del drenaggio. Dell’indicizzazione completa, chiesta da anni dalla Cgil, dovrà occuparsi il prossimo governo.
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