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Thursday, October 15, 2026

Primetime al cinema, Robert Pattinson e la gogna TV di Chris Hansen: la recensione

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Nel 2006, alla vigilia dell’iPhone e del tramonto della «televisione d’appuntamento», Chris Hansen trasforma la caccia ai predatori sessuali in un fenomeno d’ascolti: To Catch a Predator diventa gogna in prima serata e il confine tra cronaca, giustizia e spettacolo evapora. Lance Oppenheim, documentarista al suo esordio nella finzione, ne ricava un febbrile collage mediale sul potere della tv e sulla spettacolarizzazione del male. Robert Pattinson, anche produttore, ricompone le diverse incarnazioni dell’icona NBC in un ritratto da eroe tragico. Dopo Venezia e il terzo miglior debutto di sempre per A24 negli Usa, Primetime è in sala dal 15 ottobre con I Wonder Pictures. La recensione

Quello che devi sapere

Primetime, recensione: Pattinson e la gogna TV al cinema

«Io ti spoglierò, tu mi spoglierai».

Un film che si apre con una dichiarazione d’intenti tanto frontale non chiede il permesso di entrare: sfonda la porta, si accomoda in salotto e accende il televisore.

Sicché Primetime, folgorante esordio nella finzione di Lance Oppenheim, presentato in Concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e da giovedì 15 ottobre nelle sale italiane con I Wonder Pictures, ci intima di fare esattamente ciò che il suo protagonista sussurrava ai predatori colti nella trappola televisiva: «Why don’t you have a seat right over there?».

Perché non ti siedi proprio lì?

Accomodati, spettatore.

La gogna sta per cominciare.

Ed è in prima serata.

Robert Pattinson, reduce dai panni di Antinoo ne L’Odissea di Christopher Nolan e qui anche produttore del film, si cala in una metamorfosi da equilibrista: quella di Chris Hansen, il giornalista che nell’America di metà anni Duemila trasformò la caccia ai predatori sessuali in un fenomeno televisivo.

Primetime è stato girato prima del kolossal di Nolan e in piena neopaternità. Al Lido Pattinson ha raccontato che il fatto di essere appena diventato padre, togliendogli praticamente ogni desiderio di uscire la sera, gli aveva regalato, per così dire, il doppio del tempo. Tanto da scoprire, riguardando L’Odissea, tracce del suo Chris Hansen persino nell’Antinoo omerico: quasi fosse lo stesso uomo qualche ora più tardi.

D’altronde la posta è alta.

Perché Primetime non racconta soltanto Hansen.

Racconta noi che lo guardiamo.

Chris Hansen, il predicatore della prima serata

Facciamo un salto all’indietro. 

2006

Siamo alla vigilia dell’iPhone, nel crepuscolo di quella «televisione d’appuntamento» in cui milioni di spettatori vedevano ancora la stessa cosa nello stesso momento.

Su Dateline NBC impazza To Catch a Predator. Alcune «esche» adulte entrano in chat fingendosi minorenni e interagiscono con uomini intenzionati a incontrarli; quando questi arrivano nella casa preparata per l’operazione, trovano telecamere nascoste e, soprattutto, il sorriso affabile e metodico di Hansen.

Il rito è sempre identico.

Ripetibile.

Quasi liturgico.

L’uomo entra nella casa-trappola e il conduttore materializza la frase destinata a diventare meme:

«Why don’t you have a seat right over there?».

Perché non ti siedi proprio lì?

E ciò che nasce come giornalismo d’inchiesta diventa poco alla volta patibolo catodico.

Una piazza del paese traslocata nel salotto di casa.

Solo che al posto della forca c’è l’Auditel.

Il pubblico assiste all’esecuzione senza sporcarsi le mani e, soprattutto, senza cambiare canale.

Perché persino quando l’argomento è uno dei più seri e terribili immaginabili, la televisione resta sottoposta alla propria legge più antica: qualcuno deve guardarla.

Nel film aleggia persino il sogno di diventare più grandi di Lost.

Il male, insomma, deve fare share.

Non a caso Oppenheim ha raccontato a Venezia di aver conosciuto inizialmente To Catch a Predator attraverso meme e parodie. E lo stesso Pattinson ha riflettuto su quanto le formule apparentemente innocue ripetute da Hansen siano finite per trasformarsi in tormentoni.

Forse il peccato originale della televisione è proprio questo.

Prima o poi tutto diventa format.

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Da L’asso nella manica a Quinto potere: quando il male fa audience

Chi conosce Lance Oppenheim sa che il regista non ha alcuna intenzione di confezionare un santino.

E nemmeno un biopic con la cravatta ben stirata.

Primetime appartiene piuttosto alla gloriosa e inquietante genealogia dei film sul potere dei media.

C’è L’asso nella manica di Billy Wilder, dove un giornalista in disgrazia costruisce un circo mediatico intorno a un uomo sepolto vivo.

C’è Quinto potere di Sidney Lumet, con il suo profeta dell’etere Howard Beale.

C’è Da morire di Gus Van Sant, perché Nicole Kidman aveva già compreso che davanti a una telecamera l’ambizione può diventare una religione.

Al Lido Oppenheim e Pattinson hanno rivendicato senza troppi pudori anche l’amore per lo Scarface di Brian De Palma, per JFK e Assassini nati di Oliver Stone, per quel cinema americano esagerato, febbrile, barocco, capace di prendere la Storia e agitarla come uno shaker.

E in fondo Primetime fa esattamente questo.

Cronaca.

Intrattenimento.

Giustizia.

Voyeurismo.

Mescolare bene.

Aggiungere ghiaccio.

Servire in prima serata.

Ça va sans dire, quando il patibolo diventa palinsesto la domanda non è più soltanto «chi è il mostro?».

È:

«Quanti stanno guardando?»

Quanti stanno guardando? La risposta del box office americano

Negli Stati Uniti la risposta è arrivata a fine settembre.

E ha la forma di un numero.

Uscito il 25 settembre in 2.874 sale nordamericane, Primetime ha incassato 18,83 milioni di dollari nel primo weekend: il terzo miglior debutto di sempre per A24 sul mercato domestico, alle spalle soltanto di Backrooms e di Civil War di Alex Garland, e davanti persino a Marty Supreme di Josh Safdie.

Per Pattinson è il miglior esordio di sempre con lo studio newyorkese, primato che strappa a The Drama, il film con Zendaya uscito in primavera.

Il tutto con un budget dichiarato di appena 15 milioni.

E la corsa non si è esaurita all’esordio: all’11 ottobre il film ha superato i 41 milioni di dollari d’incasso sul mercato nordamericano.

Ma il dato più eloquente è un altro.

Secondo le rilevazioni del weekend d’uscita, il 69% degli spettatori aveva meno di trent’anni. Ragazzi che, quando To Catch a Predator andava in onda, erano troppo piccoli per guardarlo. E che Chris Hansen lo hanno conosciuto proprio come lo ha conosciuto Oppenheim: attraverso meme, parodie, frammenti su YouTube.

Il format sopravvive al palinsesto.

L’eco supera la voce.

Ed è forse la conferma più beffarda della tesi del film.

A soffiare sul fuoco ci ha pensato, involontariamente, lo stesso Chris Hansen.

Il vero Chris Hansen, s’intende.

Presentatosi il 20 agosto negli uffici di A24 per una proiezione privata, Hansen ha raccontato a Fox News di essersi rifiutato di firmare un accordo che, a suo dire, gli chiedeva di rinunciare ai diritti su nome, immagine e marchio, oltre che a eventuali azioni legali legate al film. Niente firma, niente proiezione. «E pensare che ero andato fin lì». Una fonte vicina allo studio ha parlato invece del consueto accordo di riservatezza richiesto agli invitati alle anteprime.

Prima di vedere il film, l’ex volto di Dateline aveva recensito Pattinson dal solo trailer, a Entertainment Tonight: un’interpretazione «esageratamente drammatica», ma un’imitazione «piuttosto buona». Non lo dice lui, precisa: lo dicono moglie e famiglia.

Poi la stoccata: «Dice cose che non ho mai detto e fa cose che non ho mai fatto, e quello non sono io». Seguita da un’autoassoluzione degna di un monologo di sceneggiatura: «Sono un tipo gentile, tranne quando si tratta di criminali e predatori».

Infine l’avvertenza al pubblico: ricordarsi che si tratta di un’opera di finzione, soltanto basata su fatti reali.

Detto da chi, per anni, ha messo in scena la realtà in prima serata, suona quasi come una battuta scritta da Ajon Singh.

Al Lido Pattinson ha risposto con garbo britannico: spera che a Hansen il film piaccia, e che l’ispirazione offerta per anni dal suo personaggio suoni in fondo come un complimento.

Il secondo atto si è consumato il 25 settembre, nel giorno dell’uscita americana. Hansen è entrato in una sala di Times Square e, finalmente, ha visto Primetime. La recensione è stata tutt’altro che benevola: il 98% della storia, ha sostenuto, sarebbe «pura finzione»; il Chris Hansen di Pattinson gli è parso cupo, sgradevole, troppo distante dall’uomo reale. Voto all’interpretazione: D. Insufficienza piena, nel sistema scolastico americano.

Una sentenza pronunciata da chi aveva trasformato l’interrogatorio in liturgia televisiva: questa volta a essere messo sotto esame era il volto di chi lo interpreta. E non è finita: Hansen ha acquistato spazi pubblicitari prima delle proiezioni di Primetime per promuovere TruBlu, la piattaforma sulla quale continua le sue operazioni sotto copertura. Una controprogrammazione dentro il programma. Il marketing, in questo caso, possiede un senso dell’umorismo superiore a quello degli sceneggiatori.

Risultato: la polemica ha portato Primetime sul radar di un’intera generazione di fan del programma.

Il recensore più severo, insomma, si è rivelato il miglior ufficio stampa.

E Hansen, ancora una volta, ha fatto audience.

Ora tocca alle sale italiane. Il nuovo trailer scava nel lato più teso e intimo di Hansen, e nel prezzo personale che la fama televisiva presenta sempre, prima o poi.

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Robert Pattinson, un camaleonte in cattedra

E veniamo a lui.

All’uomo che l’occhio della telecamera divora e contemporaneamente nutre.

Robert Pattinson ha studiato per mesi Chris Hansen: la voce, le pause, i manierismi da anchorman di un’altra epoca, quel modo quasi liturgico di occupare lo spazio.

Ma non costruisce un’imitazione.

Per fortuna.

Altrimenti sarebbe bastata una puntata di Tale e quale show.

Pattinson cuce insieme le differenti versioni dell’icona NBC sedimentate negli anni tra televisione, YouTube, meme, parodie e persino South Park.

Ne viene fuori una creatura che, almeno ai miei occhi, conserva qualcosa dell’algido Eric Packer di Cosmopolis e del mimetismo febbrile di Connie Nikas in Good Time.

Ancora una volta Pattinson utilizza il volto da divo per nascondersi.

O forse per mostrarsi meglio.

Al Lido ha spiegato che il lato perturbante di Chris nasce anche dalla sua convinzione di sapere perfettamente cosa sia il male. Una sicurezza granitica che finisce per diventare un’armatura.

Ecco allora Hansen trasformarsi quasi in eroe tragico che sogna di essere un supereroe.

Per non guardare in faccia le proprie insicurezze, si convince di combattere qualcosa di antico, assoluto, metafisico.

Il Male con la maiuscola.

Solo che, invece della spada, possiede un microfono.

E più Hansen recita la realtà per la telecamera, più resta prigioniero del personaggio che ha costruito.

Pattinson ha raccontato di aver guardato una quantità sterminata di materiale senza riuscire a comprendere fino in fondo che cosa rendesse il programma tanto ipnotico.

Ed è proprio quel mistero che Primetime tenta di imbottigliare.

Come un profumo.

O un veleno

Lance Oppenheim e la «docu-fantasia»

Oppenheim arriva dal documentario.

Some Kind of Heaven, Spermworld, la serie HBO Ren Faire.

Ha lo sguardo dell’entomologo, ma qui cambia microscopio.

Lo stesso regista definisce Primetime una sorta di «docu-fantasia».

Con il fidato direttore della fotografia David Bolen, Oppenheim fa convivere una modernissima Alexa 35 con telecamere DV dell’epoca e videocamere spia, disseminandole sul set per moltiplicare i punti di vista e ricreare l’onnipresenza dello sguardo televisivo.

Le immagini digitali della macchina principale, girate con una sensibilità esasperata per renderle granulose, vengono poi trasferite su pellicola 16 mm.

Digitale che diventa analogico.

Presente che finge di essere passato.

Realtà che imita la finzione che imitava la realtà.

A un certo punto viene il mal di testa.

Ed è un complimento.

Per le sequenze di mania che incorniciano il film, quando Hansen sembra quasi credersi padrone del fulmine, Oppenheim utilizza addirittura una vecchia telecamera a tubi Plumbicon: una macchina il cui sistema di ripresa invecchia, si consuma e può letteralmente deteriorarsi durante le riprese.

Quasi un corpo.

Quasi un essere umano.

Il montaggio di Daniel Garber assembla il materiale come un collage febbrile, mentre le musiche di Ari Balouzian sembrano la colonna sonora di un telegiornale precipitato dentro un incubo noir.

E compare persino Jeff Zucker, ex amministratore delegato di NBCUniversal, nei panni di se stesso.

La stella polare, ha spiegato Oppenheim, era riuscire a creare qualcosa di ancora più strano della finzione.

Problema non da poco.

Perché To Catch a Predator lo era già.

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Decoy Dan, Phoebe Bridgers e una famiglia posticcia

Se Hansen è il re, Primetime non è però soltanto il suo ritratto.

È pure una storia di gruppo.

Quasi una famiglia.

Solo molto meno rassicurante dei Bradford.

Al centro c’è il rapporto tra Hansen e Decoy Dan, interpretato da un ottimo Skyler Gisondo: trentenne dal volto ancora abbastanza fanciullesco da incarnare l’esca-attore che sogna l’interpretazione della vita.

Tra lui e Hansen si crea qualcosa che ricorda il rapporto tra il giornalista ambizioso e il ragazzo ingenuo de L’asso nella manica.

Oppure, spostandoci a Wall Street, il patto tra Gordon Gekko e Bud Fox.

Un maestro.

Un allievo.

E, come spesso capita al cinema, qualcuno prima o poi presenta il conto.

Intorno ruota la produttrice Andie, interpretata dalla vincitrice di tre Emmy Merritt Wever, donna che tenta di espellere l’umanità dal lavoro perché l’umanità, si sa, complica sempre tutto.

C’è il trasandato guru di Perverted Justice, interpretato da Matthew Maher, ossessionato dalla ricerca del predatore perfetto, «La balena».

E poi c’è Phoebe Bridgers.

La cantautrice interpreta Del, un’altra esca, disillusa e ormai assai meno certa delle regole del gioco. È il suo primo vero ruolo cinematografico di finzione, dopo un cameo nei panni di se stessa in I Saw the TV Glow. Bridgers ha raccontato a Venezia di avere inizialmente risposto con un secco no alla proposta, prima di lasciarsi convincere.

E non le basta. Per i titoli di coda ha scritto e interpretato On Video, un brano originale che prolunga in musica l’incubo del film: anche quando lo schermo si spegne, qualcuno continua a guardarci.

Persino gli interpreti arrivati a riprese iniziate finiscono per percepirsi come una troupe-famiglia.

Una famiglia surrogata.

Ma si sa.

Le famiglie al cinema funzionano magnificamente finché qualcuno non apre l’armadio.

La gogna siamo noi

Poi qualcosa si rompe.

Un’operazione ad alto rischio precipita nella tragedia e l’armatura di Hansen comincia a incrinarsi.

La frontiera rassicurante tra mostri e innocenti, colpevoli e giudici, predatori e spettatori perde progressivamente nitidezza.

Ed è qui che Primetime diventa davvero interessante.

Perché Oppenheim non assolve.

Ma nemmeno distribuisce patenti di purezza.

Soprattutto non permette allo spettatore di godersi comodamente la propria superiorità morale.

Abbiamo guardato.

Abbiamo continuato a guardare.

Forse avremmo cambiato canale.

Forse no.

Il film ci lascia davanti a quello specchio nero che, qualche anno dopo, avremmo chiamato smartphone.

E allora il vero predatore potrebbe essere l’occhio.

Quello della telecamera.

Quello della televisione.

Il nostro.

L’occhio che tutto guarda e nulla perdona.

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Se Primetime fosse un cocktail

Primetime sarebbe un Have a Seat.

Primetime sarebbe un Have a Seat.

Gin London Dry per raffreddare l’orgoglio.

Un cucchiaino di blue curaçao per la luce catodica che tinge d’azzurro i volti nei salotti.

Cocchi Americano, erede spirituale dell’introvabile Kina Lillet, per l’amaro delle buone intenzioni.

Qualche goccia di bitter all’assenzio per quel senso di colpa che, maleducato, non vuole saperne di andare a casa.

Si shakera con la foga di un anchorman a caccia dello share.

Si serve in coppetta gelata sotto una lampada al neon.

E si guarnisce con una scorza d’arancia bruciata, perché profuma di tubo catodico e di vite andate in fumo davanti a milioni di spettatori.

Un sorso soltanto.

E scopri che ti sei già accomodato proprio lì.

La scheda del film

Primetime. Regia: Lance Oppenheim. Sceneggiatura: Ajon Singh. Con: Robert Pattinson, Merritt Wever, Skyler Gisondo, Matthew Maher, Phoebe Bridgers, Anna Faris, Bokeem Woodbine, Alex Winter, Sean Bridgers, Jeff Zucker. Fotografia: David Bolen. Montaggio: Daniel Garber. Musiche: Ari Balouzian. Produzione: A24, Range Media Partners, Icki Aneo Arlo, Square Peg Films. USA, 2026, 110 minuti. Presentato in Concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Distribuzione italiana: I Wonder Pictures, al cinema da giovedì 15 ottobre 2026.

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