Dieci, cento, mille Virginia Libero! Così si libera il campo dalle contraddizioni
Virginia Libero ovvero Virginia libera tutti? Dopo settimane di gran blaterare politicista su allargamenti al centro e primarie per il leader, lo spettro delle armi all’Ucraina che s’aggira per l’Europa svela il problema di fondo. E basta un inappuntabile pronunciamento pacifista della (provvisoria) rappresentante dei giovani dem, Virginia Libero appunto, a svelare il problema di fondo del campo largo che risiede nell’impossibile coesistenza delle troppe ‘aree’ del Partito democratico.
Da brava scout Virginia, ripetendo parole che tanti ragazzi hanno convintamente pronunciato, ieri come oggi, ha compiuto la buona azione quotidiana di parlare di pace e di ‘sinistra del coraggio’, incappando negli strali dei sedicenti riformisti. Perso ormai nel tempo remoto il senso originale della grande alleanza tra ex democristiani ed ex comunisti, sepolta del tutto la tradizione socialista, nel Pd restano soltanto – con relative fondazioni o correnti – tutti quei maggiorenti che abbiamo visto schierati insieme nelle prime file al funerale di Emma Bonino e vari altri esponenti della nomenklatura che si danno altrettante arie (chiamate ‘aree’ anche se non è poi mai così evidente la rappresentatività effettiva dei leaderini che s’impancano di qua e di là).
Così – altro che battaglie ideali – si consumano a ripetizione faide e tensioni di potere. Il che non vale solo per i grandi temi internazionali o politici, basta guardare per esempio il caso delle candidature a Milano, con un surreale chiacchiericcio sulla discontinuità e il rinnovamento, quando si sa già che, dopo Sala – che ha un posto garantito in Senato – ci sarà un nuovo Sala, con relativo blocco di potere alle spalle, o in alternativa uno-due politici di professione del Pd stesso.
Da giorni alcuni osservatori appassionati cominciano addirittura a pensare che democratici e progressisti stiano correndo dritti verso il baratro dell’autosabotaggio, come nel 2022. Invece di ripartire dai temi forti che sono decisivi, rianimando la mobilitazione e i movimenti, come accade in Francia con la ripresa delle manifestazioni contro l’inazione climatica dei disastrosi governi europei, il principale partito si sta perdendo nelle scaramucce interne.
Il caso di Virginia Libero dovrebbe suggerire a Schlein di provare a liberare il campo dalle inconciliabili contraddizioni, invece di perdere energie a parare un colpo via l’altro che i soliti noti tramano alle spalle (contando – attenzione – anche sulla cassa, che è ancora saldamente nelle mani delle Fondazioni dell’ex Pci). Che sia attraverso un congresso o qualcosa di simile, è venuto il tempo degli addii: è meglio spacchettare un Partito che non sta insieme come tale ma che piuttosto troverà poi modo di ricomporsi in alleanza elettorale, che continuare a raffazzonare un’identità in cui tutti faticano a ritrovarsi.
Le elezioni politiche non sono un referendum, non basta votare no a Meloni per vincere. Ci vogliono dieci, cento, mille Virginia Libero per smuovere al voto quelle classi d’età che sono state decisive al referendum sulla Giustizia, che si erano mobilitate per Gaza e prima ancora per il Pianeta, che mal tollerano la Milano Premium di Sala e preparano già le t-shirt ‘Io voto Pinelli’.
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