CNN TürkFon yasası teklifi bugün Genel Kurul'daThe Jerusalem PostTrump warns US will 'burn' like France if Democrats win at rally in KansasESPN DeportesHorner revela cómo benefició a Verstappen sobre ChecoInquirerLaguna de Bay water level drops to 12.20 meters amid El NiñoPunchChampions League: Bayern face Arsenal test without Olise한겨레모로코, 첫 여성 총리 취임했지만…전 법무장관 “여성이 나라 일 맡으면 안돼”ZDF heuteEntdecken Sie das ZDF-NachrichtenstudioSky TG24Elon Musk: “Prossimo anno regalerò un'azione SpaceX a ogni ragazzino"Daily MailMoment 'murderer' overtakes car 'before hitting headteacher and dragging him under car for 1.3miles' is shown to courtBBC BusinessJob vacancies fall as small firms cut back on recruitmentynetהערבים שותפים רק כשזקוקים לקולות שלהםسكاي نيوز عربية3000 شركة متضررة من احتجاجات فرنسا
The Daily Newsstand · Free, Always
Tuesday, October 20, 2026

Rubén Giacobetti, l’uomo che 50 anni fa uscì per far debuttare Maradona: “Tutti aspettavano quel ragazzo, era come avere avere accanto un futuro Premio Nobel”

Translate

Rubén Giacobetti, l’uomo che 50 anni fa uscì per far debuttare Maradona: “Tutti aspettavano quel ragazzo, era come avere avere accanto un futuro Premio Nobel”

Icona dei commenti Commenti

Per fare esordire a nemmeno 16 anni quello che sarebbe diventato il calciatore più rilevante di sempre, serviva un compagno che si fermasse negli spogliatoi dopo aver giocato i primi 45 minuti di Argentinos Juniors–Talleres de Córdoba. L’allenatore Juan Carlos Montes mise dentro Diego Armando Maradona per Rubén Anibal Giacobetti. Successe il 20 ottobre 1976, un mercoledì pomeriggio di cinquant’anni fa. Giacobetti allora aveva 20 anni, era anche lui un prodotto del settore giovanile dell’Argentinos Juniors e uscendo dal campo entrò involontariamente nella storia del calcio. Giocò ancora qualche stagione in Argentina, prima di un passaggio nel campionato americano e di una stagione non memorabile in Italia, dove disputò un torneo nella Serie D sarda. Tornato a Buenos Aires, aprì un’agenzia immobiliare, dove tuttora lavora.

Giacobetti, che ricordi ha di quella giornata?
Per me il ricordo si è trasformato nel tempo. Quel giorno in cui debuttò Diego io uscii nell’intervallo e ovviamente non ero felice, a nessuno piace essere sostituito. Ma con il tempo è diventato un pensiero meraviglioso che il calcio ha dato a un appassionato come me.

Lei aveva debuttato qualche mese prima a 19 anni, ma Maradona ne aveva quattro anni in meno.
La gente già conosceva Diego e andava a vederlo negli allenamenti settimanali sapendo che da un momento all’altro avrebbe debuttato, ed è toccato proprio quel giorno. La mia rabbia non era per lui, ma per il fatto di dover uscire. Poi sono andato in tribuna e mi sono visto quel debutto.

Si arrabbiò con l’allenatore?
Tieni conto che quando c’è un cambio del genere, a rimetterci è sempre il più giovane, e in quel momento in campo il più giovane ero io. Credo di sì, che quella fosse la decisione che doveva prendere. Nessuno si sarebbe preoccupato perché avevo giocato poche partite, non ero una figura chiave della squadra e tutti stavano aspettando che debuttasse quel ragazzo di 15 anni.

Giocavate nello stesso ruolo?
Io e Diego non giocavamo nello stesso ruolo. Io sono sempre stato un “numero cinque”, un centrocampista centrale. Ma quel giorno giocai come centrocampista di sinistra, proprio il ruolo di Diego, per coprire un po’ il centrocampo visto che quello del Talleres de Cordoba che era forte. L’idea era di essere più difensivi e non avere in campo un altro centrocampista d’attacco. Il tecnico fece una formazione abbastanza difensiva e così io mi spostai a sinistra. Quindi quel giorno sarebbe toccato comunque a me uscire per via della posizione. Nel secondo tempo l’Argentinos Juniors, giocando in casa, doveva vincere e nel primo tempo non avevamo creato molto, l’ingresso di Diego era logico.

Ha avuto la fortuna di giocare ancora con Diego?
Ho giocato circa 30 partite in prima squadra con l’Argentinos Juniors e circa 20 al fianco di Diego, spesso io con il numero cinque e lui con il dieci.

Qual è stata la primissima volta che ha visto Maradona e cosa ha pensato?
Quando giocavo nelle giovanili, il nostro allenatore ci raccomandò di andare a vedere “Los Cebollitas”, la squadra dei ragazzi di 13 anni dove giocava Diego. Noi pensavamo che tutti quei ragazzini sarebbero arrivati in prima squadra perché erano dei fenomeni, ma Diego spiccava su tutti. Vinsero il campionato ed erano famosi in quella categoria. Ma di quella formazione praticamente solo Diego è arrivato in prima squadra. Quella fu la prima volta che vedemmo quel piccoletto scuro di pelle distinguersi così: sembrava andasse sui pattini e ubriacava tutti. Diego non ha mai perso quelle abilità fino al debutto in prima squadra. Quando lo aggregarono agli allenamenti, i giocatori più anziani rimanevano sorpresi e chiedevano al tecnico di farlo giocare. Si allenò pochissimo con noi, due o tre settimane, e alla fine debuttò. Era chiaro che sarebbe diventato il più forte di tutti: io dicevo a mio padre che c’era un ragazzo che era un fenomeno meraviglioso.

E lui cosa rispondeva?
Che di giocatori così poi non ne arriva nessuno, ricordando al contrario i veri fenomeni come Di Stefano o Sívori. Invece giocò bene, lo comprò il Boca, poi andò al Barcellona e iniziò quella straordinaria carriera. Noi già negli allenamenti ci rendevamo conto che era diverso. Faceva cose che noi avremmo potuto provare mattina, pomeriggio e sera senza mai riuscirci. Faceva cose impossibili, aveva un guanto al posto del piede. A meno di un grave infortunio, le sue qualità erano quelle di un fuoriclasse.

Ve lo siete goduto, insomma.
Certo. Ci sfidava a calciare i calci d’angoli sul secondo palo e a colpirne l’incrocio. Lui andava e colpiva l’incrocio, mentre noi la mandavamo alta o di lato. Lì capivi che era diverso, come quando a scuola hai seduto vicino a te un futuro Premio Nobel. Vedevi che era un genio che sapeva tutto, anche se poi non puoi essere mai sicuro di quello che sarebbe diventato nel mondo.

Com’era la vostra squadra?
All’Argentinos Juniors era tutto molto povero. Era una squadra da metà classifica in giù. All’epoca si sentiva molto il divario con i grandi club come River, Boca, Racing o Independiente. Era una buona squadra per i suoi standard, ma cercava soprattutto di non retrocedere. Ciò che ottenne Diego da quel momento in poi fu non solo far lottare la squadra per i primi posti, ma dare vera importanza alle giovanili. Prima i giocatori uscivano per necessità e non per un lavoro strutturato. Dopo che Diego se ne andò, il club iniziò a generare tantissimi giocatori, ed è per questo che oggi l’Argentinos Juniors è chiamato “il vivaio del mondo”. Un altro Diego non è stato possibile tirarlo fuori, ma comunque sono usciti fuori giocatori da Nazionale come Batista, Sorín, Redondo. Si resero conto che bisognava puntare sul settore giovanile. La genetica fa sì che un giocatore del genere nasca ogni tanto, non è semplice. L’Argentina c’è riuscita poi con Messi, è una bacchetta magica che fa uscire un talento ogni tanto.

Quale è stato il contatto per il trasferimento in Italia?
Nel 1980 sono andato negli Stati Uniti, a Rochester, nel 1981 sono tornato nella provincia de La Pampa. E nel 1982 con Oscar Nichiarelli in Belgio, portati dall’intermediario José Rubulotta. Non siamo rimasti, lì ci hanno chiamato dalla Sicilia e siamo andati a fare un provino. Durante il Mondiale dell’82 abbiamo conosciuto una persona che ci ha portato a Trapani, ma poi ci hanno fatto il contratto per la Sardegna. A Sennori ho giocato una stagione. A 28 anni ho lasciato il calcio, sono tornato qui e ho aperto l’agenzia immobiliare.

Le è piaciuto giocare in Italia o no?
Non mi è piaciuto granché. Avevo già un’età, bisognava aspettare per poter passare di categoria. Quindi ho giocato una stagione, sempre da centrocampista centrale, e sono tornato. Ricordo che come allenatore di una squadra avversaria c’era uno famoso, il brasiliano Amarildo.

Si è ritirato giovane dal calcio, ha qualche rimpianto? Sente che avrebbe potuto ottenere di più con il pallone?
Probabilmente sì, ma questi sono i destini di ciascuno. Era un’epoca più difficile senza procuratori che ti costruissero la carriera. Mi sarebbe piaciuto giocare fino a 34 o 35 anni e vivere di calcio, ma la passione di aver giocato e la fortuna di essere stato al fianco di Diego è stato un sogno.

Chi era il suo idolo quando era piccolo?
Da piccolo ero tifoso del River Plate. Mi piacevano Amadeo Carrizo, Beto Alonso e Bochini, ma Diego è stato superiore a tutti. Nel mio ruolo mi è sempre piaciuto Fernando Redondo, un volante squisito.

Quante volte vi siete rivisti e parlati con Diego dopo quel 20 ottobre?
Nel 1978 me ne andai dall’Argentinos Juniors e nel 1982 è stata l’ultima volta che l’ho visto. Io ero in Spagna per il Mondiale ’82 a cercare squadra e siamo andati con l’altro ragazzo argentino nel ritiro della Nazionale argentina a Villajoyosa. Diego ci fece entrare.

Cosa le disse Diego?
Diego si ricordava perfettamente di tutto. Chiedemmo se c’era possibilità di entrare per salutarlo e Diego ci fece subito passare.

Quando Diego è morto, per lei è stato un duro colpo?
Sì, ho provato molta tristezza vedendo come lo esponevano quando allenava il Gimnasia. Si stavano approfittando di una persona malata, il finale è stato molto triste.

Ha una foto con lui?
Qui in ufficio no, ma a casa mia ne ho una con Diego nel ritiro di Ezeiza.

View the original on Il Fatto Quotidiano →

KioskNews shows a cleaned-up reading view extracted from the publisher’s page — the original always lives on their site, not ours.