The Daily Newsstand · Free, Always
Tuesday, October 20, 2026

L'ombra delle bombe su Roma e i fantasmi della banda della Magliana

Translate

Di fronte alla lunga serie di ordigni esplosi nelle periferie romane, abbiamo parlato con il professor Vincenzo Musacchio, criminologo ed esperto di mafie, per comprendere le dinamiche criminali in atto, i vuoti di potere a Roma e le possibili somiglianze con la storia della banda della Magliana.

Professore, Roma sta vivendo un’escalation di attentati dinamitardi, tra serrande sventrate, incendi di locali e atti intimidatori nelle periferie. Come interpreta questa scia di bombe?

Le bombe a Roma non sono mai un fenomeno casuale né il risultato di episodi estemporanei di microcriminalità. L’esplosivo è uno strumento di controllo del territorio e di ridefinizione dei rapporti di forza. Quando si verificano attentati in serie, gli scenari possibili sono due: una guerra di riposizionamento tra narco-clan oppure una strategia di estorsione e intimidazione diffusa, volta a riaffermare l’egemonia su determinati quartieri. L’obiettivo è inviare un messaggio inequivocabile tanto ai rivali quanto ai commercianti e agli imprenditori locali affermando con forza che il territorio sia sotto il loro controllo.

Negli ultimi tempi, la mappa della criminalità romana ha subito forti scossoni, anche riguardo al declino o ai vuoti lasciati dai vecchi «re» della Roma criminale?

Certamente. A Roma, la criminalità organizzata si è spesso retta su equilibri di pax mafiosa condizionati dalla presenza di figure storiche ai vertici. Quando si creano vuoti di potere — a seguito di operazioni giudiziarie, arresti eccellenti o del ridimensionamento di clan storici come i Senese — si apre una fase di destabilizzazione. Le nuove leve e le fazioni rimaste «orfane» cercano di conquistare le piazze di spaccio più redditizie e i canali di riciclaggio. In questo contesto, la bomba diventa uno strumento per tracciare confini e rivendicare le aree d’influenza rimaste sguarnite.

L’esplosione di violenza nella Capitale evoca l’ombra della banda della Magliana. Esistono reali similitudini tra lo scenario attuale e le origini della banda?

Sì, ci sono alcune somiglianze significative, ma anche differenze sostanziali legate al contesto. La banda della Magliana nacque negli anni Settanta dall’unione di diverse «batterie» di quartiere — Magliana, Testaccio, Acilia e Ostia — che decisero di superare la frammentazione per compiere un salto di qualità e monopolizzare il mercato della droga, delle estorsioni e delle scommesse. Anche oggi si osserva il tentativo, da parte delle nuove leve, di aggregare piccoli gruppi di quartiere per scalare la gerarchia criminale attraverso manifestazioni eclatanti di violenza. Si conferma, inoltre, il ruolo di Roma come grande «spugna» per il riciclaggio di denaro sporco. I capi della banda della Magliana (per tutti cfr. Franco Giuseppucci, detto “er negro”) ebbero la grande intuizione di unire le varie "batterie" creando un monopolio del crimine in grado di interfacciarsi da pari a pari con la mafia siciliana, la camorra di Cutolo e i servizi deviati. Il sistema criminale costruito, allora come oggi, fu l’utilizzo spregiudicato della violenza per eliminare la concorrenza e affermare il controllo assoluto sulla città. È però importante precisare che la banda della Magliana operava in una Roma caratterizzata da una scarsissima concorrenza autoctona e si legò strettamente a poteri deviati, all’eversione nera e alle grandi mafie tradizionali. Oggi la criminalità romana è molto più multipolare e policentrica: convivono mafie autoctone, consorterie calabresi — la ’ndrangheta — e campane — la camorra —, oltre a gruppi criminali stranieri, soprattutto albanesi. Queste realtà talvolta collaborano, realizzando a una sorta di «cartello dei narcos».

La violenza esibita attraverso gli attentati dinamitardi segnala la forza o la debolezza delle organizzazioni responsabili?

In criminologia, l’uso sproporzionato ed eclatante dell’esplosivo è spesso un segnale d’instabilità. Le organizzazioni mafiose strutturate e consolidate tendono a preferire la discrezione, la corruzione e l’infiltrazione silenziosa nell’economia legale. Quando si ricorre agli esplosivi in strada, significa spesso che le mediazioni informali sono fallite e che la leadership sul territorio è contestata. Chi colloca le bombe vuole imporre rapidamente la propria forza, ma così facendo attira anche l’attenzione dello Stato e delle forze dell’ordine, un esito che i boss hanno sempre cercato di evitare.

Come dovrebbero reagire le istituzioni e i cittadini di fronte a questa recrudescenza criminale?

Come ho già sostenuto in diverse occasioni, servono due linee d’azione parallele. La prima è investigativa e repressiva: occorre colpire non solo chi colloca materialmente gli ordigni, ma anche i mandanti e, soprattutto, i flussi di denaro sporco che alimentano questi conflitti. È necessario prosciugare i canali del narcotraffico che finanziano gli arsenali. La seconda linea è sociale e culturale: non possiamo lasciare che le periferie romane siano abbandonate al degrado o si assuefacciano alla violenza. Quando lo Stato arretra sul fronte dei servizi e del presidio del territorio, la criminalità organizzata può presentarsi come ammortizzatore sociale e offrire una forma di protezione. Riconquistare le periferie significa riaffermare la presenza delle istituzioni con interventi concreti, sostenere i commercianti che denunciano e garantire un presidio costante della legalità.

Vincenzo Musacchio, professore di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (R.I.A.C.S.), Rutgers University of Newark (U.S.A.)

View the original on Rai News →

KioskNews shows a cleaned-up reading view extracted from the publisher’s page — the original always lives on their site, not ours.