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Friday, October 23, 2026

Trump e il petrolio del Venezuela: l’accordo segreto che tutela gli investitori Usa e lascia Caracas senza garanzie

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Trump e il petrolio del Venezuela: l’accordo segreto che tutela gli investitori Usa e lascia Caracas senza garanzie

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Donald Trump lo aveva definito come l’accordo petrolifero “più grande della storia”, utile a “riempire le riserve strategiche degli Usa” e – parlando all’elettorato, in vista del midterm – ad “abbattere i costi della benzina”. L’intesa – che coinvolge compagnie come Chevron, Eni, Total, Repsol – avrebbe portato “grandi benefici” anche al Venezuela, diceva il presidente Usa, ricordando però che “il bottino appartiene al vincitore”. E lui avrebbe vinto, prelevando l’allora presidente Nicolás Maduro all’alba del 3 gennaio. Delcy Rodríguez (presidente in carica del Venezuela) parlava addirittura di “accordo storico”, che avrebbe fatto “rinascere” il Paese, riportando “speranza ai venezuelani”. Promesse smentite dall’accordo stesso – 18 pagine, classificate dagli Usa con la scritta “sensibile” – che blinda la compagnia North American Blue Energy Partners (Nabep), con sede alle Barbados, mediante la partecipazione diretta degli Usa (35%), il suo amministratore delegato Alejandro Betancourt, già indagato negli Stati Uniti per corruzione, e addirittura gli investitori secondari e contitolari, che godono di assoluto anonimato. Tali condizioni impediscono di verificare la reale provenienza e la destinazione dei fondi della Nabep. Così lo svela una recente inchiesta di ProPublica, che ha potuto visionare l’accordo, sottolineandone durata e vincoli: cent’anni di estrazione Usa su 17 giacimenti (distribuiti tra la conca del Lago di Maracaibo e la Fascia dell’Orinoco), e mezzo secolo di “diritti di acquisto preferenziale” sul 20% delle riserve di greggio a 30 dollari al barile.

E non solo. Stando al documento, la maggioranza dei soci della Nabep deve essere costituita da cittadini americani, mentre non è prevista alcuna rappresentanza dello Stato venezuelano. La Casa Bianca ha inoltre potere di veto sui membri del Consiglio. L’accordo non prevede alcun “obbligo vincolante” che garantisca i 200 miliardi di dollari in tasse e royalties spettanti a Caracas. “Il Venezuela subirà una perdita netta di entrate fiscali”, prevede l’economista Francisco Rodríguez. L’intesa, sottoscritta dal segretario di Stato Marco Rubio, dal segretario alla Guerra Pete Hegseth e dallo stesso Alejandro Betancourt, prevede una clausola di confidenzialità che impedisce a Nabep di svelare al pubblico i dettagli commerciali del contratto. Eventuali controversie – si legge – saranno discusse “davanti a un Tribunale federale del Texas”, togliendo allo Stato venezuelano ogni potestà sulle proprie risorse. Nulla di nuovo, in un Paese che vede i propri servizi segreti (Sebin) sotto intervento Usa. Washington si riserva anche la possibilità di acquistare l’intera produzione della Nabep in caso di dichiarata emergenza nazionale. Lo scopo è impedire l’annullamento del contratto da parte dei futuri governi.

C’è chi però considera già “nullo” l’accordo, come i senatori dem Jeanne Shaheen, Jack Reed, Elizabeth Warren e Martin Heinrich, che in una missiva inviata al governo federale chiedono “dettagli” sull’operato dell’amministrazione Trump, sollevando diversi interrogativi sulle “basi legali” e sulle competenze del Pentagono nell’accordo. I senatori esprimono perplessità anche sulla figura di Alejandro Betancourt, già indagato negli Usa per “corruzione” e “riciclaggio”, chiedendo una copia del documento, mai giunto nelle loro mani. Interpellato da ilfattoquotidiano.it, l’istituto di ricerca Oikos Research sottolinea che l’intesa “presenta profili di illegalità sia a Washington che a Caracas” in quanto “la concessione di cento anni supera di gran lunga il limite di 25 anni imposto dalla Legge organica sugli idrocarburi” in vigore nel Paese sudamericano. Inoltre, il Dipartimento della Guerra Usa non potrebbe acquistare partecipazioni in compagnie private senza previa autorizzazione del Congresso degli Stati Uniti.

A livello pratico, l’accordo affronta molteplici difficoltà socioambientali. Fonti e Ong locali denunciano a Ilfattoquotidiano.it il moltiplicarsi di incidenti e fuoriuscite di greggio nel Lago di Maracaibo, dove sono presenti una decina di campi petroliferi coinvolti nell’accordo. “Siamo una trentina, tutti ingaggiati da Nabep – commenta Eligio Quintero, 32 anni, pescatore del municipio di Cabimas – ed eccoci qua, senza attrezzature: il compito è rimuovere il greggio che rovina le nostre coste, ma in pratica dobbiamo farlo con le unghie”. Secondo l’associazione Azul Ambientalista, l’emergenza ambientale coinvolge almeno sei municipi dello stato Zulia, tra cui Lagunillas e Baralt. “Non c’è un piano reale per rispondere ai costanti disastri petroliferi”, denuncia Yohan Flores, direttore dell’associazione, a Ilfatto.it, “il nostro lago muore, insieme a tutto l’ecosistema, colpito dall’indifferenza di chi comanda”. La regione affronta anche blackout che superano le dieci ore giornaliere, aumentando il malcontento della popolazione. “Alle compagnie petrolifere è stato chiesto di provvedere al proprio fabbisogno energetico, ma molte restano ancorate al Sistema elettrico nazionale, già privo di manutenzione, sottraendo più di mille megawatt alla popolazione”, denuncia a Ilfatto.it un ingegnere della Corporación Eléctrica Nacional (Corpoelec), che ha chiesto di rimanere anonimo perché non autorizzato a riferire alla stampa.

I danni sono alla luce del sole, anche se i pozzi attivi sono appena il 30% del totale e, dopo una prima impennata (circa 1 milione di barili al dì), la produzione è tornata a calare del 27%, allontanandosi dal traguardo degli 1,5 milioni di barili giornalieri voluto da Trump. “Gli Stati Uniti si prendono il nostro petrolio, ma i soldi rimangono alle élite – lamenta Raúl Pápariti, portavoce del Sindacato dei lavoratori petrolieri dello Zulia –, ma noi siamo ancora senza trasporti, senza salari degni e i campi petroliferi sono in rovina”.

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