Pregiudicato e citato nel processo Hydra parla di imprese al Pirellone. Il responsabile dell’iniziativa? “Il presidente FdI del Consiglio regionale”
Ci sono vite che sembrano appartenere a due persone diverse. In una, Dario Faccendini siede a Palazzo Pirelli e presenta un progetto dal nome impegnativo: “The Legacy Lab”. È martedì 29 settembre e lui parla di imprese da salvare, passaggi generazionali e futuro. Nell’altra, 14 anni prima, finisce in manette dopo una sparatoria a Milano. All’epoca la polizia trova un revolver, una semiautomatica e un fucile a pompa, tutti con matricola abrasa. Faccendini e gli altri della banda saranno condannati. Ma come ci arriva un pregiudicato, di recente citato da un collaboratore di giustizia nel processo di mafia Hydra, sui tavoli dei relatori della Regione, posando con il presidente dell’assemblea lombarda, Federico Romani (FdI), per una foto ricordo? Chi l’ha invitato? Romani cade dalle nuvole e riferisce di essere “passato per un saluto”. Ma l’ufficio stampa del Pirellone ci tiene a precisare che “la responsabilità dell’iniziativa è interamente del presidente del Consiglio regionale, come si evince dal calendario settimanale degli eventi in programma”.
Bisogna riavvolgere il nastro di 14 anni. È il 15 maggio 2012, quando a Milano in via Zuretti, davanti al bar Rock’n’Roll, una serata tra amici si conclude con una sparatoria, un uomo ferito, l’arrivo della polizia e un piccolo arsenale recuperato dagli agenti. In manette finiscono Nino Cutrì, Mimmo Lomuscio e lo stesso Faccendini, classe 1971, originario di Cuggiono. Tutti saranno condannati. Faccendini se la caverà con poco: possesso illegale delle armi, pena lieve e sospesa. Ma oggi quella notte torna all’improvviso d’attualità. Durante il processo Hydra, il collaboratore di giustizia Francesco Bellusci ricostruisce davanti ai giudici rapporti, affari e frequentazioni di quegli anni. Bellusci sostiene di aver conosciuto Faccendini nell’ambiente della famiglia Cutrì. Lo descrive come un uomo che si occupava di operazioni finanziarie e racconta un mondo nel quale le attività regolari si sarebbero affiancate a quelle illecite: buste paga false per ottenere finanziamenti, bilanci truccati, fatture per operazioni inesistenti.
Nel racconto di Bellusci spunta anche Salvatore Livolti, descritto come un faccendiere di Desio attivo nel settore finanziario, che entra in contatto con il gruppo Faccendini-Cutrì proponendo nuovi affari. Secondo il pentito, da quelle relazioni nasce anche una società anonima in Svizzera, a tutela degli interessi, fra gli altri, di Bellusci, Faccendini e Cutrì. Poi i rapporti con Livolti si deteriorano e Cutrì, secondo Bellusci, pensa addirittura di ucciderlo. Una soluzione alla quale Bellusci e Faccendini si oppongono, preferendo allontanare l’uomo con minacce e intimidazioni. E sulla notte del 2012 Bellusci offre una nuova versione, molto più articolata di quella che emerse all’epoca. Tutto parte da una controversia sulla cauzione di un’auto presa a noleggio da Faccendini. Secondo il pentito, il gruppo recupera pistole e un fucile a pompa, poi si parte per Milano allo scopo di regolare i conti con il noleggiatore. Quest’ultimo vuole trattenere la caparra dell’auto, riconsegnata con il tettuccio apribile danneggiato e di fronte al diniego di Faccendini scomoda un nome pesante: la famiglia ndranghetista dei Flachi.
Per questo la banda si presenta armata dal noleggiatore. Dei Flachi però non si vede nessuno, la tensione si scioglie e tutti vanno al Rock’n’Roll a bere una birra. A fine serata Lomuscio nota un giovane tunisino che sta picchiando la fidanzata. Scoppia un litigio e gli altri, che erano già risaliti sulle auto, scendono e intervengono. Bellusci punta le pistole contro il giovane e, secondo quanto riferito, Faccendini esplode un colpo di fucile a pompa verso terra: i pallini, rimbalzando, feriscono il nordafricano a una gamba. Vengono esplosi anche altri colpi verso una seconda persona che Bellusci teme possa essere armata. Arriva la polizia. Cutrì, Lomuscio e Faccendini vengono arrestati, mentre Bellusci riesce a fuggire.
Oggi Faccendini, interpellato da ilFattoQuotidiano.it, non scappa dalle domande. Ma traccia una linea netta tra l’uomo di allora e quello di oggi. “Non rinnego l’amicizia con Mimmo Cutrì, appartiene alla mia storia. Ero giovane, da anni ho voltato pagina”. Domenico ‘Mimmo’ Cutrì è il fratello di Nino, protagonista nel 2014 della clamorosa evasione dal tribunale di Gallarate, durante la quale Nino morì, colpito dal fuoco amico durante una sparatoria con le forze dell’ordine. Faccendini nega di aver mai costituito società anonime ma ammette di avere conosciuto Bellusci e la famiglia Cutrì. Offre però una lettura diversa dei rapporti: “Francesco Bellusci? Era un ragazzino. L’ho conosciuto perché mi chiese una mano, una mediazione dopo un litigio. Fu in quell’occasione che Bellusci conobbe la famiglia Cutrì e vi si attaccò come una cozza”. Sulla sparatoria del 2012 contesta un punto della versione del collaboratore: “Sì, litigammo con il noleggiatore, perché l’auto che mi aveva dato era rotta. Andai a Roma e fu un viaggio da incubo. Ma non è vero che eravamo tutti assieme e armati. Io arrivai da solo. Infatti la mia condanna alla fine fu lieve”.
Il suo racconto insiste sulla cesura. Non soltanto umana e professionale, ma anche geografica. Faccendini è originario di Cuggiono, nel Milanese, ma da anni vive in Spagna, a Minorca. “Me ne sono andato anche fisicamente dai luoghi in cui accadevano queste cose ed ero persino dubbioso ad avviare ancora attività in Italia. Vengo a Milano quando ho impegni, faccio i miei appuntamenti, riprendo l’aereo e me ne torno a Minorca”. La nuova vita, dice, sono i progetti come ‘The Legacy Lab’, una sua creazione: “Iniziative bellissime, attraverso le quali aiutiamo le piccole e medie aziende che sono arrivate alla seconda, alla terza generazione e che rischiano di non andare più avanti. Le rendiamo appetibili al mercato, così possono andare avanti, possono restare aperte. Per il resto, sono uscito completamente da quegli ambienti, mi sono rifatto una vita e non ne voglio neppure parlare. Io non vorrei proprio essere chiamato dai magistrati dopo le parole di Bellusci, non voglio rivivere un passato che per me non esiste più”.
Romani, invece, spiega: “Non sapevo nulla di Faccendini e del suo passato. La mia presenza al convegno si è limitata a un saluto istituzionale. Ora svolgerò le opportune verifiche”. Perché non svolgerle prima? “Queste sono cose che fanno gli uffici”. Qui però la questione si complica, perché l’ufficio stampa del Pirellone ci tiene a fare una precisazione: “Per ogni evento che si svolge in Regione c’è un responsabile e in questo caso l’unico responsabile è il presidente Romani. Lo si evince dalla mail con il calendario degli eventi, inviata ogni settimana a tutti i consiglieri”. La mail in effetti esiste. Viene mandata venerdì 25 settembre alle 13:01. Questo il testo: “In allegato si trasmette l’elenco degli eventi ospitati a Palazzo Pirelli e a Palazzo Lombardia nella settimana dal 28 settembre al 4 ottobre 2026”. E nel documento allegato si legge: “Presentazione progetto ‘The Legacy Lab’. Promotore: Presidente Romani”.
Il report sul convegno viene affidato ai canali istituzionali, social compresi. Lusinghiere le parole che compaiono sulla pagina Facebook del Consiglio regionale: “Palazzo Pirelli ha ospitato ‘The Legacy Lab’, un progetto per la promozione delle imprese artigianali e familiari lombarde attraverso storie di successo e di passaggio generazionale”. Segue una dichiarazione di Romani: “Dobbiamo raccontare queste storie, perché dietro ogni impresa ci sono persone, territori e comunità. È anche così che si costruisce il futuro della Lombardia”. Il passato, evidentemente, non era previsto nel programma.
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