Barbara Kopple racconta la lotta dei lavoratori: da Amazon a UPS, la resistenza contro lo sfruttamento
Potremmo passare per nostalgici, ma i documentari sui lavoratori statunitensi in sciopero di Barbara Kopple sono indispensabili. Non ultimo Union Town che, nelle prossime ore, dopo la prima mondiale all’ultimo Festival di Venezia, approda al 67° Festival dei Popoli di Firenze, dove l’ottantenne regista americana, vincitrice di due Oscar, sarà presente per dialogare con il pubblico.
Non che Union Town abbia la forza estetica dirompente, il guizzo della sorpresa politica, la fuliggine, il fango e le manganellate (se non ricordiamo male, i manganelli della polizia erano di legno) di Harlan County, USA, il documentario d’esordio della Kopple, che vinse l’Oscar nel 1977. I tempi cambiano, anche per il cinema. E mentre cinquant’anni fa filmare tredici mesi di estenuante sciopero dei minatori del carbone nel Kentucky, comprese e soprattutto le loro mogli nella loro umile quotidianità, era qualcosa di visivamente pionieristico, oggi di documentari sugli sfruttati sono zeppe piattaforme, siti web e archivi televisivi, ovviamente con tutte le possibili semplificazioni da reportage.
Poi, con le debite distanze, Kopple non è nemmeno più una paladina in forma pura del “direct cinema“, quella forma avvincente di mimetizzazione e di dissolvimento, fino quasi a scomparire tra le pieghe del soggetto-oggetto osservato, che rivoluzionò proprio negli Stati Uniti il linguaggio documentario tra gli anni Sessanta e Settanta.
Union Town, semmai, sembra una specie di abbraccio informale, di vicinanza empatica e umana a tutti quei lavoratori ipersfruttati che trasportano merci di ogni tipo, a ogni ora del giorno. Corrieri UPS e Amazon in primis, ma anche dipendenti di tante piccole realtà (leggasi subappalti dei subappalti, alla maniera della nefasta deregulation Renzi-Poletti in Italia) che si occupano di consegne ultrarapide a domicilio.
Potevamo scrivere subito e genericamente rider, ma è chiaro che Union Town sia un’illustrazione sociale e politica più ampia di una mansione sottopagata e sfiancante, nonostante le divisine linde d’ordinanza, e di tutto ciò che riguarda la “logistica”: oggi un nuovo delirio consumistico che consiste nel farsi consegnare a casa, a tutte le ore, qualsiasi cosa, dai ravioli cinesi alle spille per capelli.
Kopple si muove agile (ci permettiamo: fin troppo agile, forse per stare al passo con i ritmi odierni del genere) nell’area più vicina alla sua quotidianità, quella newyorkese, dove incontra e segue un proletariato contemporaneo che, badate bene, è afroamericano, ispanoamericano, ma anche parecchio bianco. Insomma, nel girone infernale dei pacchi pesanti da caricare in spalla pur soffrendo di artrite, o degli spaghetti da consegnare ancora caldi, schivando neve e pioggia in bicicletta a 60 all’ora, con salari e tutele sempre più ridotti, ci vivono male tutti quanti.
Altro dato interessante, per chi ha voglia di vederlo e assorbirlo, magari senza fare troppi paragoni con l’Europa, è la variegata organizzazione sindacale americana. Qui è forte la presenza dei Teamsters, il sindacato dei trasportatori, che peraltro non ha appoggiato i democratici alle ultime presidenziali, per la prima volta dopo vent’anni. In Union Town questa realtà si mostra in una sorta di rinascita dal basso, di solidarietà collettiva. All’epoca di Harlan County e ancor più in American Dream (1990), dedicato al lunghissimo sciopero dei lavoratori di un enorme macello ad Austin, in Minnesota, sembrava invece che tutto si riducesse a una questione di crumiri e di comunità di lavoratori sfracellate in mille pezzi.
Insomma, Kopple torna, in piena globalizzazione neoliberista, a parlare di sfruttamento del lavoro. C’è anche un signore che, per riuscire a stare al passo con i turni, dorme da anni in macchina. Ma il messaggio è chiaro: l’unione e la fratellanza fanno inevitabilmente la forza. Fosse facile.
Programma del Festival dei Popoli: https://www.festivaldeipopoli.org/programma-67fdp/
KioskNews shows a cleaned-up reading view extracted from the publisher’s page — the original always lives on their site, not ours.