Il giornalismo in Italia, più di metà è freelance e quasi tutti usano l'IA
La professione giornalistica in Italia sta attraversando una metamorfosi profonda, fatta di contrazioni economiche, sfide tecnologiche e un'inarrestabile spinta verso la digitalizzazione. A fotografare questo cambiamento è la quarta edizione dell'Osservatorio sul Giornalismo redatto dall'Agcom in collaborazione con la Fondazione Paolo Murialdi, che restituisce il ritratto di un settore in bilico tra resistenza e trasformazione.
Il primo elemento ad emergere è l'evoluzione demografica ed occupazionale della categoria. L'universo dei giornalisti attivi conta oggi circa 39 mila professionisti, con un'età media che sfiora i 50 anni e una popolazione d'over 60 più che raddoppiata nell'ultimo decennio. Ma a cambiare radicalmente è la struttura stessa del lavoro: il modello dipendente e la redazione tradizionale non rappresentano più la norma. Più della metà degli operatori dell'informazione (il 51,7%) lavora oggi in regime d'autonomia. Una flessibilità che spesso fa rima con precarietà, in un contesto in cui la contrazione dei ricavi editoriali sferza l'intero comparto e le retribuzioni dei freelance crollano drasticamente rispetto a quelle dei colleghi contrattualizzati.
Accanto all'incertezza economica, cresce l'impatto della tecnologia. Il 30% dei giornalisti è ormai stabilmente impegnato nel web journalism, esplorando linguaggi innovativi come newsletter d'autore e podcast. Tra i professionisti under 40, inoltre, si consuma uno storico sorpasso: le fonti digitali superano per frequenza di consultazione quelle tradizionali.
Motori di ricerca, app di messaggistica e social media costituiscono l'ossatura della routine quotidiana, mentre l'intelligenza artificiale generativa fa il suo ingresso nell'uso corrente per traduzioni, verifiche e analisi dati.
Eppure, a fronte di questa pervasività digitale, meno di un quinto dei giornalisti dimostra competenze digitali di livello medio-alto o alto, mentre quasi la metà si colloca al di sotto della media. Da qui nasce la forte richiesta di formazione continua, focalizzata proprio sull'IA, sul fact-checking e sulle dinamiche geopolitiche.
A complicare il quadro intervengono infine le questioni etiche e la sicurezza sul campo. Oltre la metà degli intervistati percepisce un progressivo indebolimento degli standard deontologici, schiacciati da pressioni economiche e dalle logiche di visibilità dei social media. Ancor più allarmante è il dato sulle intimidazioni: il 16% dei giornalisti dichiara di aver subito minacce o ritorsioni nell'ultimo anno, con punte critiche nel Mezzogiorno e nelle isole.
In questo scenario si colloca lo scontro interno agli organismi di categoria sul futuro della professione. Da un lato, la segretaria della Fnsi, Alessandra Costante, denuncia la proposta di riforma dell'Ordine dei Giornalisti, criticando l'introduzione del criterio della "prevalenza" rispetto all'esclusività professionale — che consentirebbe di affiancare al lavoro giornalistico altre attività, come quella di comunicatore — e additandola come una "svendita" che rischia di affossare l'etica e la deontologia. Dall'altro, il presidente del Consiglio nazionale dell'Ordine, Carlo Bartoli, respinge le accuse ricordando che il concetto di prevalenza rispecchia una realtà già presente negli statuti del sindacato da oltre vent'anni, necessaria proprio per riconoscere e tutelare l'esercito di precari e freelance finora privi di coperture.
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