Medici palestinesi detenuti in Israele, prendiamoci cura di chi non ha smesso di curare
di Ettore Mazzanti, presidente di Medici Senza Frontiere
Dopo aver visto suo figlio morire davanti ai suoi occhi, il dottor Hussam Abu Safiya lo ha seppellito nel cortile dell’ospedale, in un cimitero improvvisato. Poi è tornato al lavoro. Era l’ottobre del 2024: l’ospedale Kamal Adwan era circondato dalle forze israeliane e sotto bombardamento, ed erano troppe le persone da curare. Si rifiutò di abbandonare la struttura. Due mesi dopo, le forze israeliane lo presero di nuovo d’assalto: il Kamal Adwan era l’ultimo ospedale operativo nella zona settentrionale della striscia di Gaza. Hussam Abu Safiya fu arrestato. Ormai è detenuto da oltre 18 mesi senza alcuna accusa, la sua faccia è irriconoscibile: 40 i chili che ha perso, secondo la sua avvocata. Continua a subire un prolungato isolamento, una grave perdita di peso e patologie preesistenti non curate: lo permette la legge israeliana sui “combattenti illegali”, che consente la detenzione a tempo indeterminato.
Tra le altre storie che ci sono giunte da Gaza, c’è quella del dottor Mazen Al-Rantisi, che veniva chiamato “il medico dei poveri”. Fu arrestato nel giugno 2026 durante un’irruzione nella sua abitazione avvenuta prima dell’alba. Ai loro volti, si aggiunge quello del collega di lunga data di Medici Senza Frontiere, il dottor Mohammed Hassan Ali Obeid, un rispettato chirurgo ortopedico palestinese di 43 anni, padre di tre figli, detenuto in Israele ai sensi della legge sui combattenti illegali da oltre 600 giorni senza alcuna accusa. Purtroppo non sono soli: più di 80 operatori sanitari rimangono in custodia israeliana, tra cui almeno 14 medici di Gaza detenuti senza alcuna accusa, insieme a medici della Cisgiordania arrestati di recente.
La pratica israeliana di detenere arbitrariamente, torturare e maltrattare il personale medico palestinese in Israele fa parte del suo tentativo deliberato e sistematico di smantellare la capacità dei palestinesi di fornire assistenza sanitaria. È evidente dalla distruzione da parte di Israele del sistema sanitario di Gaza, nonché dal deliberato indebolimento dell’assistenza sanitaria in Cisgiordania attraverso pressioni finanziarie, ostacoli, carenza di personale e restrizioni alla circolazione. Le morti dei civili palestinesi sono un effetto collaterale.
Lo scorso anno l’Assemblea medica mondiale, confederazione di 117 associazioni mediche nazionali, ha adottato una risoluzione in cui si esortava il governo israeliano a porre fine agli attacchi contro gli ospedali, a facilitare l’accesso agli aiuti umanitari e a rilasciare gli operatori sanitari palestinesi detenuti arbitrariamente. Ora, Medici Senza Frontiere chiede che da parte di ogni ordine dei medici e paramedici ci sia l’impegno a sostenerla esplicitamente e a usare la propria influenza per esercitare pressioni sui governi affinché agiscano.
A un anno di distanza, quelle stesse persone detenute illegalmente rimangono in carcere senza alcuna accusa; privati di ogni contatto con le famiglie e privi dell’assistenza, di protezione e della dignità di cui hanno urgente bisogno, mentre l’attenzione e la pressione internazionali sono state di fatto sospese dietro l’illusione di un cessate il fuoco.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha registrato dal 7 ottobre 2023 oltre 790 attacchi contro strutture sanitarie che hanno colpito 125 strutture sanitarie, tra cui 34 ospedali. Circa il 90% delle infrastrutture sanitarie di Gaza è stato distrutto o danneggiato; due esperte delle Nazioni Unite hanno affermato nell’agosto 2025 che la distruzione sistematica del sistema sanitario equivale a un “medicidio”. Per contrastare questa nuova epidemia di disumanità, che si sta diffondendo in modo subdolo e costante, sono necessarie tutte le risorse mediche e umane a nostra disposizione.
Abu Safiya, quando tornò dai suoi pazienti, fece una scelta semplice e terribile: continuare a fare il medico, anche quando tutto intorno a lui rendeva quasi impossibile curare. Oggi è lui ad avere bisogno di cure, protezione e giustizia. L’atto di cura è un compito universale. Curiamoci di Hussam Abu Safiya. Curiamoci di Mazen Al-Rantisi. Curiamoci di Mohammed Hassan Ali Obeid. Curiamoci di chi, nonostante tutto, non ha mai smesso di curare.
KioskNews shows a cleaned-up reading view extracted from the publisher’s page — the original always lives on their site, not ours.