L’Europa è in fiamme e gli Usa svoltano: un ripudio di massa
L’Europa è in fiamme, percorsa da milioni di giovani e giovanissimi, stanchi di parole e dei riti obsoleti della vecchia politica, trascurati ed emarginati da chi nei palazzi del potere si rifiuta di ascoltarli. Sono i figli reietti di un capitalismo vorace e impietoso che seleziona i destini dei singoli e li scaraventa ai margini della società.
Scuola, lavoro, ambiente sono le parole d’ordine della ribellione. E un fortissimo “no” alla guerra. In Francia, Germania, Italia lo gridano in piazza. Non è un pacifismo d’accatto, esprime, il grido: “Noi la guerra non la vogliamo!” il sentimento profondo di ragazzi e ragazze più saggi e avveduti dei loro sconsiderati governi che vorrebbero trascinarli in un’avventura di morte.
Il calendario delle proteste si infittisce, cresce il numero degli istituti scolastici occupati, in Francia, epicentro della rivolta, la polizia deve fronteggiare manifestazioni continue. La presidenza Macron traballa e Marine Le Pen si frega le mani. Ad aprile si voterà e il Rassemblement National è in testa nei sondaggi. In Germania i ragazzi riempiono le piazze in spregio alla politica del cancelliere Merz, al punto più basso del gradimento, che lancia piani di rimilitarizzazione e vorrebbe convincere i giovani tedeschi ad arruolarsi in quello che sarebbe, nelle sue intenzioni, l’esercito più potente d’Europa.
In tutto il vecchio continente corrono i miliardi spesi in armamenti, fluiscono gli aiuti verso l’agonizzante Ucraina (173 miliardi il conto provvisorio sulle spalle degli europei), da Bruxelles partono folli appelli a prepararsi alla guerra: contro la Russia, naturalmente. Mentre ad Abu Dhabi Usa, Russia e Ucraina tentano di abbozzare un’ipotesi di accordo, l’Europa resta fuori dalla porta. Non ha mai nominato un suo rappresentante alle trattative di pace.
“Enough is enough”. Quando è troppo e troppo. La valanga blu democratica che alle elezioni di midterm ha travolto Trump e il partito repubblicano è figlia del ripudio di massa di larghissimi strati della popolazione per la politica della Casa Bianca. Le guerre – quelle ereditata da Biden in Ucraina e oggi all’Iran – drenano la ricchezza dei contribuenti americani, là le tasse le pagano tutti, mica è il Belpaese di Meloni che nella finanziaria preelettorale premia evasori, partite Iva e tartassa dipendenti e pensionati.
In Usa le bollette e i conti della spesa con il prezzo del gallone di benzina quadruplicato hanno acceso la miccia. L’hanno consumata la politica sull’emigrazione, i soprusi dell’Ice, i vaniloqui trumpiani sulla inesistente minaccia islamica e comunista. Trump rivendica, a spoglio terminato, la decisione di muovere guerra all’Iran: “Lo rifarei”.
Il mood nazionale si era capovolto, gli ispanici che lo avevano spinto alla Casa Bianca gli hanno voltato le spalle. In Texas ha vinto al Senato l’ex seminarista presbiteriano James Talarico, un dem moderato. Dopo 38 anni di dominio repubblicano. In Michigan il dem progressista Al-Sayed, bollato da Trump come un “terrorista”, ha stravinto il seggio al Senato. In Minnesota c’è la prima governatrice nativa americana, in Georgia la prima governatrice afroamericana, in Wisconsin il primo governatore afroamericano, in Ohio la prima governatrice donna. In New Hampshire il primo governatore dichiaratamente gay. In Kansas il partito democratico non vinceva dal 1930 con Roosevelt.
Non è una svolta, è una vera rivoluzione. Sono crollate secolari barriere di genere, di etnia, di orientamento sessuale, di visione strategica. Avanza fra i dem una generazione di politici nuovi, seppure divisa su temi caldi: l’appoggio a Israele, i diritti civili, il sistema sanitario nazionale per tutti. In prospettiva 2028, elezione del presidente, si dovranno regolare i conti fra i “socialisti” Sanders, Ocasio-Cortez e i moderati come il governatore della California, Newsom, possibili candidati alla casa Bianca come l’astro nascente Jon Ossoff, il georgiano che ha ricevuto l’endosement di Barack Obama.
Il risultato delle elezioni di midterm consegna ai democratici la maggioranza alla Camera (241 a 149) e al Senato (52 a 44, due seggi da assegnare in Alaska e Mississippi) e trasforma Trump in un’anatra zoppa. Pericolosa perché Trump è imprevedibile, ma comunque più debole. La guerra all’Iran è un pantano che succhia risorse enormi e Trump non sa come uscirne.
Paradossalmente la sua debacle personale lo rafforza rispetto al “regista” che lo ha trascinato nell’avventura bellica in Medio Oriente: Benjamin Netanyahu. La prospettiva di un governo di unità nazionale con il fronte di opposizione guidato da Eisenkot si allontana. Come si allontana l’attacco all’Iran promesso da Trump alla vigilia delle elezioni. L’Iran ha aperto ai negoziati alla vigilia delle urne, spuntando l’arma puntata da Trump contro Teheran. Certo, con Trump mai dire mai.
KioskNews shows a cleaned-up reading view extracted from the publisher’s page — the original always lives on their site, not ours.