Il Faust di Gounod torna alla Scala: regia onirica e grandi voci per la regia di Johannes Erath
di Sergio Buttiglieri
Il battesimo in scena del Faust di Charles Gounod fu nel 1859 al Théatre-Lyrique di Parigi e nacque come Opéra-comique per poi debuttare definitivamente, trasformato in grand opéra, al Teatro dell’Opera di Parigi nel 1869 con l’abolizione dei dialoghi recitati e l’aggiunta di un balletto. Opera in quel periodo molto popolare: in 25 anni il Faust arrivò alla millesima rappresentazione. Nel 1894 infatti venne messa in scena l’ennesima sua replica. Se pensiamo che nel 1837 Les Huguenots di Meyerbeer ci aveva messo settant’anni per arrivare alla millesima presentazione, il Faust di Gounod è proprio un best seller, e ha saputo richiamare con successo il pubblico a tambur battente.
Lo scandalo di Gounod per la Germania fu di avere affrontato il mito del Faust di Goethe riducendolo a una storia d’amore cantata e musicata. E qui ci viene in mente cosa rispose il 74enne Goethe nel 1829 al giovane scrittore Eckermann quando questi gli formulò l’augurio che un giorno nascesse una musica adatta al Faust, e lui gli rispose: “E’ assolutamente impossibile”.
Gounod invece in questo caso compie l’operazione abituale che normalmente si faceva nel mondo operistico. Scegliere una fonte, in questo caso un capolavoro universale della letteratura, e trasformarlo invece in una inevitabile semplificazione, tagliando via tutta la parte filosofica, metafisica, lasciando l’idillio tra Faust e Margherita. Ci ricorda giustamente il musicologo Emilio Sala che nella versione di Gounod si può dunque parlare di “margheritizzazione” del mito. Marguerite è il personaggio centrale, musicalmente e drammaturgicamente parlando, e incarna una femminilità media (né tragica né comica) che si ritroverà in Massenet e Puccini.
In questa nuova e discussa regia onirica di Johannes Erath, al suo debutto scaligero, che il pubblico ha comunque molto apprezzato, si evidenzia efficacemente la sua avversione all’estetica realistica nell’opera. Aiutato dalle sorprendenti scene ideate da Heike Schele, dai costumi di Gesine Vollm, dalle luci di Fabio Antoci e dai fascinosi video in bianco e nero di Bibi Abel che a tratti invadono il palcoscenico.
Se sul palcoscenico c’è gente che si esprime cantando, siamo già di fronte a una sorta di surrealismo. E il regista tedesco con le sue scene a tratti iperboliche e clownesche ci ribadisce che il mondo è più irreale di quello che pensiamo. Come nel secondo atto quando fa comparire il circo, quello della Kermesse, che è associata agli spettacoli da luna park. Perché per il regista questo richiama qualcosa che è sempre in movimento, che fa dimenticare il mondo normale. Mefistofele è ben interpretato dal basso-baritono Alex Esposito. Mefistofele per Erath rappresenta tutti i nostri lati un po’ oscuri.
Mentre a Faust (perfettamente messo in scena dal tenore francese Julien Dran ma in altre repliche anche dal famoso tenore italiano Vittorio Grigolo) invece manca profondità emotiva. All’inizio è un vecchio che ha sempre riflettuto e osservato, ma non ha mai vissuto, non è mai stato ferito. Chi controlla sempre tutto non può essere ferito, ma non può neanche provare sentimenti. Mentre Marguerite, la splendida soprano di origini russe-ucraine Ekaterina Bakanova (che ha un curriculum di grande pregio avendo preso parte a produzioni firmate da registi quali Martone, Zeffirelli, Carsen, Bieito….) che in altre repliche sarà alternata dal soprano lettone Marina Rebeka. In quest’opera il regista la fa diventare un funambolo in bilico sul vuoto che rimane in equilibrio grazie alla fede e procede sempre dritta, nonostante l’agire di Mefistofele. In fondo, la battaglia è tra Mefistofele e Marguerite.
Il grande cast ha visto sonorosi applausi finali anche a Valentin, il baritono originario del Costa Rica Kevin Godinez a Siebel, il mezzo soprano Marcela Rahal, Wagner, il basso Xhieldo Hyseni e Marthe impersonata dal mezzosoprano allieva dell’Accademia del Teatro Alla Scala Hyeonsolo Park. Il Direttore milanese Daniele Rustioni, che ritroviamo spesso a dirigere nelle maggiori orchestre sinfoniche e in quelle dei principali teatri d’opera di tutto il mondo, ci ha restituito un piacevolissimo Faust che è stato molto apprezzato per la sua sicurezza ed energia, per il suo notevole senso del racconto teatrale e la capacità di accompagnare il canto di questo notevole cast con flessibilità ed equilibrio.
Il Faust richiede innanzitutto flessibilità nell’accompagnare il canto, un respiro che si adatti costantemente alle nuances del fraseggio, all’elasticità di una musica che si rifiuta di essere imbrigliata in un tempo meccanico. Questo anche grazie al Coro del Teatro Alla Scala diretto da Alberto Malazzi. E in questa nuova produzione scaligera co-prodotta con altri importanti teatri europei tutte queste sfumature sono perfettamente emerse a giudicare dai calorosi applausi del pubblico che ha gremito il Teatro Alla Scala.
Il Faust che ha debuttato il 24 ottobre scorso rimarrà in scena anche il 3, 5 e 8 novembre.
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