È morto Tinto Brass, addio al regista che ha fatto dell’eros un’arte e del fondoschiena femminile un manifesto
Datemi un culo e vi inquadrerò il mondo. Sarebbe ingiusto donare a Tinto Brass, morto a 93 anni, tutto quello che il cinema comunque gli deve (fulgido spirito tra avanguardia e sperimentazione, talento, curiosità e coraggio autoriale) senza partire dalla rivoluzione copernicana di un’ossessione estetica e culturale come quella dei celeberrimi culi di donna che ha inquadrato da metà anni settanta in poi con picchi assoluti sul finire degli ottanta e inizi novanta. Claudia Koll in Così fan tutte è forse l’apoteosi di quell’immagine ricorrente che ritorna spesso nel suo cinema come con Serena Grandi in Miranda, con Anna Ammirati in Monella, con Francesca Dellera in Capriccio e Deborah Caprioglio in Paprika. Un tre quarti di schiena (nuda) alla Man Ray che Tinto spesso disegnava geometricamente, tra un Courbet in movimento e un gonzo movie ante-litteram, tracciando una perpendicolare in verticale di burrosa corposità a finire sulle larghe natiche dell’attrice protagonista. Massimo esponente di un genere, l’“erotico” italiano dove ci è sempre finito dentro di tutto, Brass è stato comunque per il cinema prima di tutto una questione di stile. Peli pubici, ascelle per nulla depilate, donne giunoniche o anche sol o ampie in fianchi e bacino, sono stati i dettagli delle sue fantasie erotiche. Poi c’era la sua macchina da presa a disegnare traiettorie di sguardo registrando riflessi tra specchi come se una qualsiasi Signora di Shangai si ritrovasse immersa nella vitale e pruriginosa trasgressione dell’improvvisa apparizione di un pene posticcio o di un Monte di venere riccio e arruffato.
Giovanni “Tinto” Brass nacque a Venezia nel 1933. Famiglia borghese, nonno pittore, laurea in giurisprudenza nel 1957 ma passionaccia brutta per il cinema, qualcosa di psicologicamente ossessivo (“guardando Il Dottor Jekyll di Mamoulian ero così eccitato che eiaculai”, ha scritto nella sua autobiografia Una passione libera, Marsilio) che lo porta sul finire degli anni cinquanta a Parigi. Mentre Truffaut, Godard e Chabrol fanno scrosciare il rinnovamento della Nouvelle Vague, Tinto è già gomito a gomito con Henri Langlois a fare l’archivista alla storica Cinematheque Française che poi diventerà mito da difendere nel caos sessantottino francese proprio dai nouvellevaguisti di cui sopra. I ragazzi di Bazin, Brass li vede passare di continuo tra i corridoi e gli uffici. E li frequenta. Come frequenta Joris Ivens e Roberto Rossellini. Altro dio in terra per i Cahiers. E vista l’esperienza al montaggio, Brass diventa per il regista di Roma città aperta un valido assistente per “sgrezzare” il materiale girato che poi diventerà il film India (“mentre lui passava delle eccitanti notti scopando questa indiana, io alla moviola 16mm montavo”). Brass diventa aiuto di Rossellini sul set de Il generale Della Rovere (1959) e qui conosce il produttore Moris Ergas a cui propone un paio di progetti: uno ultrasperimentale e ultrapolitico, Ça ira/il fiume della rivolta – un lavoro di montaggio puro con immagini d’archivio di grandi rivolte popolari nel mondo; e l’altro altrettanto di ricerca e impegnato, Chi lavora è perduto – In capo al mondo, anarchico divertente a bout de soufflé in bianco e nero tra calle veneziane a budget ridottissimo con immagini rubate tra la Biennale, la regata storica e il festival del cinema. Il protagonista è un disegnatore neolaureato un po’ folle, quasi astrattamente ferreriano, che prova insofferenza nel dover iniziare a lavorare in una grande industria. Per questo inizia a girovagare per Venezia, pensando ad una relazione con una donna finita male e a un paio di amici comunisti finiti al manicomio. La fuga di Bonifacio (Sady Rabbot) rappresenta tutto l’anticonformismo, l’antisocialità che Tinto porterà gelosamente con sé (la censura gli chiederà di rigirarlo da capo e lui “Lo rifaccio un cazzo”) in quarant’anni di carriera.
Tocca così a Il disco volante (1964) una pruderie satireggiante su un angolo d’Italia interpretato nientemeno che da Alberto Sordi; poi di Yankee (1966) un western atipico con un taglio estremamente fumettistico; Col cuore in gola (1967) dove Guido Crepax gli disegna mezzo storyboard e Brass gira a Londra come fosse Antonioni; L’Urlo dove, in pieno ’68, il regista si appropria, proprio lui, di un desiderio di ribellione sessuale al femminile con il personaggio di Anita (Tina Aumont) che fugge da un matrimonio borghese immergendosi in una vita sessuale libertina e selvaggia. Poi ancora una ragazza sessualmente repressa (Anita Sanders) in Nerosubianco (1969) con la produzione di un big boss come Dino De Laurentiis; Dropout (1970) e La Vacanza (1971), sempre con personaggi e storie ai margini del quotidiano tran-tran borghese, un pizzico di umorismo, inquadrature e ritmo da forsennato. Solo che Tinto capisce che è nato per un cinema ulteriormente da salto carpiato e da sfida alla morale imperante (“eros è liberazione, rifiuto dell’ipocrisia per mestiere e del perbenismo di destre e sinistre”). Salon Kitty (1976) è il primo grande successo di pubblico per il regista veneto ed è una grande produzione con uno sceneggiatore di livello come Ennio De Concini, ma soprattutto è un film, come scrive Gordiano Lupi in un libro di analisi mirabile sulle opere del nostro, “morboso che racconta un sesso malsano, tra amplessi, orge, uccisioni, sadismo, e accoppiamenti con mostri”. Tanti i temi ricorrenti generali del cinema di Brass: la collocazione temporale del racconto in epoche storiche del passato (la Berlino degli anni ’30 tanto che per molta critica americana sarà il progenitore del filone nazisploitation); una originale allure decadente nell’ambientazione e nella rappresentazioni dei personaggi; l’esposizione esplicita della sessualità in epoca ancora lontana dalla pornografia smaccata e imperante. A Brass viene così affidato dal re di Penthouse, Bob Guccione, la realizzazione di un film di sesso esplicito collocato nell’antica Roma. Io, Caligola (1979) diventa però il I cancelli del cielo di Brass. Tinto ne riscrive lo script preparato da Gore Vidal, gira con grandi star dell’epoca (Malcolm McDowell e Peter O’Toole, ma anche una giovanissima Hellen Mirren), poi viene tagliato di netto dal montaggio dopo che aveva assemblato un’ora di film. Guccione fa aggiungere scene di sesso girate ex novo, toglie dalle mani di Tinto l’intera operazione che infine viene da lui rinnegata. Mille le traversie legali e distributive del Io, Caligola versione Guccione tanto che la versione voluta da Brass prenderà corpo quasi 50 anni dopo, nel 2018, proprio con l’aggiunta di molto materiale da lui girato.
Indispettito, Brass si ritrova per un paio d’anni in una situazione di stallo. Così tenta il colpo gobbo con un film erotico dove rilancia perlopiù una quarantenne Stefania Sandrelli spogliandola. La chiave (1983) è il film definitivo della svolta. Ancora una protagonista femminile alla ricerca disinibita del proprio “io” a livello sessuale (e lo fa trovando le fantasie descritte dal marito – Frank Finlay – che apposta le lascia la chiave del cassetto dove ne custodisce il quaderno che ne è zeppo), ancora un’ambientazione storica nel passato, in epoca fascista. Solo che da qui in avanti “il sesso è sempre in primo piano e non viene più utilizzato come metafora o strumento per dire qualcosa di diverso da una semplice esibizione dei corpi”, scrive ancora il mirabile Lupi, “l’erotismo non è più un mezzo ma un fine, la sola cosa che conta nella vita, pare dire il regista, ed è importante viverlo senza inibizioni”. La chiave è un grande successo al botteghino e afferma lo sguardo sofisticato e allo stesso tempo sotterraneamente zozzone del nostro. Gli anni ottanta sono così gli anni della liberazione e della scoperta, dell’affermazione definitiva e dell’ascensione a regista cult a cui si concede ogni libertà di forma e contenuto. Miranda, Capriccio, Paprika, Così fan tutte, L’uomo che guarda, Brass stana ed eleva giovani attrici a star desnude e maliziose, ne mostra le loro curve e candide rotondità creando un immaginario godurioso e allo stesso tempo clandestino, spassoso e irriverente. Tinto in pieni anni ’90 è all’apice della popolarità. Il suo cinema, la sua sagoma inconfondibile, sigarone in bocca, sguardo allupato, voce roca e profonda da veneziano bofonchiante e paciarotto, diventano simboli della “trasgressione” appena un attimo prima che il porno, anzi il porno gratuito online, sconvolga la rappresentazione visiva del sesso. Un po’ come se Tinto Brass cedesse il passo e lo scettro dello sguardo autoriale sulla sessualità nel cinema a Rocco Siffredi. Teoria ed estetizzazione superati dalla pratica e dalla performance fisica. È la ruota che gira. Fermo posta Tinto Brass (1995), film ad episodi con fantasie amatoriali delle fan del nostro, è già fuori tempo massimo rispetto alla rude pornografia dilagante e arrembante. Monella (1998) e Tra(sgre)dire (2000) sembrano davvero gli ultimi sbuffi del sigaro brassiano che sta via via spegnendosi. Senso ’45 (2002) con protagonista l’attrice “seria” Anna Galiena è infine l’ultimo tentativo irrisorio di rievocare le atmosfere da film storico alla Salon Kitty, di sfruculiare un appetito sessuale saziato dalle oramai già imperanti immagini usa e getta del porno via internet.
Brass si era sposato nel 1957 con Carla Cipriani, sorella di quell’Arrigo, proprietario dello storico Harry’s Bar veneziano, dove Brass portava spesso giovani critici veneti a sbaffare luculliane pietanze rigorosamente a locale chiuso. La Cipriani diventò una sua fidata collaboratrice, scrivendo con lui molti suoi film, facendo da segretaria di edizione e da “musa”, come affettuosamente l’ebbe a definire Tinto negli anni, fino a quando la donna morì nel 2006 lasciandogli due figli Beatrice e Bonifacio. Brass nel 2009 aveva incontrato Caterina Varzi, avvocatessa in uno studio cinematografico e con lei si sposò nel 2017. La Varzi interpretò anche una parte nel corto Hotel Courbet (2009) e assistette amorevolmente Tinto dal 2012 in avanti, anno in cui il regista veneziano venne colto da ictus. Brass fu un convinto antifascista, vicino politicamente al Partito Radicale, oltre che grande intellettuale, teorico e conoscitore del cinema e dell’arte. Parlando di Tra(sgre)dire, affermò: “Questo film risponde a quell’auspicio fatto anni fa da Truffaut che suonava più o meno così: ‘verrà il giorno in cui il cinema pagherà il debito che ha contratto con sessualità ed erotismo avendo trattato queste tematiche sempre in modo reticente, ipocrita e falso’. Io di questi argomenti parlo con trasparenza e schiettezza”.
KioskNews shows a cleaned-up reading view extracted from the publisher’s page — the original always lives on their site, not ours.