ESPNWhere is Jaylen Waddle? Why the Broncos' big offseason pickup hasn't found his form in DenverBollywood HungamaRajpal Yadav deposits Rs 2 crores in cheque bounce case; Supreme Court refers dispute to mediationPunchNBA probes mismanagement claims of ₦100m Imo govt gift to Owerri branchRTP DesportoPalmeiras a um passo de nova final da LibertadoresThe Jerusalem PostBasij female unit commander assassinated in latest attack targeting Iranian armed forcesDaily MaverickIndustry Influence: Experts call for ‘big food’ ban at future SA Nutrition CongressesInquirerDTI: Prices of water, basic goods stable amid looming ‘Super El Niño’ZDF heuteSo haben sich die Mieten in ihrer Region entwickeltObservador DesportoAs notícias das 19hThe South African’13th cheque please’: SASSA grant recipients share their Christmas wish listGlobo EsporteCom Falcão, Brasil e Polônia se enfrentam pelo Legends Game Brasil em SC20 MinutenTödlicher Achterbahn-Unfall – sparte Six Flags bei Wartung?
The Daily Newsstand · Free, Always
Thursday, October 15, 2026

Zustìssia, la recensione del film di Francesco Piras: 33 anni in cella da innocente

Translate

Dal 15 ottobre arriva nelle sale italiane Zustìssia, l'opera prima di Francesco Piras che racconta il più lungo errore giudiziario della storia italiana: quasi trentatré anni di carcere da innocente per Beniamino Zuncheddu, il servo pastore di Burcei condannato all'ergastolo per la strage di Sinnai del 1991 e assolto nel gennaio 2024. Fabrizio Ferracane è Zuncheddu, Michele Riondino l'avvocato Mauro Trogu, con Geppi Cucciari nei panni di Irene Testa, garante dei detenuti della Sardegna, e le musiche originali di Iosonouncane. Tratto dal libro Io sono innocente, un film d'impegno civile asciutto e necessario sulla distanza tra la legge e la giustizia

Seguici su:

Quello che devi sapere

Zustìssia di Francesco Piras: Kafka, la legge e un uomo di campagna

«Davanti alla legge sta un guardiano». Comincia così la parabola che Franz Kafka incastonò nel Processo e che diede alle stampe anche da sola, come un racconto a sé. Un uomo di campagna chiede di entrare, il guardiano risponde che per ora non è possibile. E l'uomo aspetta. Giorni, anni, una vita intera. Supplica, corrompe, invecchia, arriva a chiedere aiuto persino alle pulci nel bavero della pelliccia del guardiano. Soltanto in punto di morte scopre che quella porta era destinata unicamente a lui. Adesso la chiudono.

Beniamino Zuncheddu era, appunto, un uomo di campagna. Un servo pastore di Burcei, nel Sud della Sardegna, rimasto davanti alla legge per quasi trentatré anni. Solo che, a differenza del campagnolo kafkiano, quella porta l'ha vista finalmente spalancarsi il 25 novembre 2023, quando è tornato in libertà dopo la sospensione della pena. Due mesi più tardi, il 26 gennaio 2024, sarebbe arrivata anche l'assoluzione.

Sicché Zustìssia, opera prima di Francesco Piras nelle sale italiane dal 15 ottobre con PiperFilm (in Sardegna dall'8, con un'anteprima regionale), non è soltanto la ricostruzione di quello che viene considerato il più lungo errore giudiziario della storia italiana. Tratto dal libro Io sono innocente (De Agostini Libri), scritto a quattro mani dallo stesso Zuncheddu e dall'avvocato Mauro Trogu, con Fabrizio Ferracane e Michele Riondino nei ruoli dei due protagonisti, il film pone una domanda tanto semplice quanto vertiginosa: che cosa accade quando la legge e la giustizia smettono di coincidere?

La risposta, in fondo, è già nel titolo. Zustìssia in sardo significa giustizia. Ma, come si ricordava ai microfoni di Hollywood Party su Radio3, nell'isola dire che «arriva la giustizia» può voler dire, più prosaicamente, che stanno arrivando i carabinieri. Lo Stato è sbarcato in divisa a portare la legge, e la legge ha finito per prendersi il nome della giustizia. In quel cortocircuito linguistico, 111 minuti parlati in italiano e in sardo trovano il loro centro di gravità.

Dalla strage di Sinnai all'ergastolo: Zuncheddu e la notte di Sanremo

Il film si apre con un campo lungo sulla campagna sarda. Due cani avanzano verso il centro dell'inquadratura, si palesa il gregge con il consueto scampanellio, e una voce fuori campo mette subito le cose in chiaro. Beniamino non era un pastore, ma un servo pastore: il pastore è il proprietario del bestiame, il servo pastore, invece, è il servo. Capre e pecore, mai bovini, checché se ne sia detto durante i processi. Solo allora compare il suo volto da ragazzo.

C'è una precisione quasi notarile in questo incipit. Un uomo che per una vita ha dovuto correggere la versione che altri davano di lui comincia, non a caso, correggendo una qualifica professionale.

L'8 gennaio 1991, in un ovile sui monti di Sinnai, tre uomini vengono uccisi e un quarto resta gravemente ferito. Sullo sfondo, l'ipotesi di una faida pastorale. La sera del 28 febbraio tutta Italia guarda il Festival di Sanremo, e il televisore è acceso anche nella casa degli Zuncheddu a Burcei, quando suona il campanello. Alla porta ci sono gli agenti della squadra mobile di Cagliari in mimetica. Beniamino ha ventisei anni.

Il sopravvissuto dice di averlo riconosciuto, un testimone giura di averlo visto minacciare una delle vittime. Nel novembre 1991 arriva la condanna all'ergastolo in primo grado, confermata in appello nel giugno 1992 e divenuta definitiva nel dicembre dello stesso anno. Una giustizia celere, si direbbe, se poi non si fosse rivelata cieca. Seguiranno le carceri di Buoncammino, Badu 'e Carros e Uta. Compagni di cella e perfino guardie gli suggeriscono di confessare per uscire prima. Lui rifiuta: «La mia coscienza era pulita e pulita doveva restare».

Soltanto molti anni dopo Luigi Pinna, l'unico sopravvissuto alla strage, racconterà di essere stato indotto a riconoscere Zuncheddu da un investigatore che gli aveva mostrato la sua fotografia, indicandoglielo come il colpevole. Una testimonianza decisiva per la condanna che, nel processo di revisione, finirà per rivelare una delle crepe più profonde dell'intera vicenda giudiziaria

pubblicità

Michele Riondino è l'avvocato Mauro Trogu: una luce nell'ovile

Alla fine del 2016 un giovane avvocato del Foro di Cagliari incontra Beniamino per la prima volta. È il suo primo caso di omicidio, e Mauro Trogu, come tutti, lo crede colpevole: l'unica verità a disposizione è quella giudiziaria. Poi, all'inizio del 2017, legge le motivazioni delle sentenze e lo assale un misto di paura, rabbia e incredulità. Se una sentenza così era stata scritta contro Beniamino, un domani la si sarebbe potuta scrivere contro chiunque.

Da lì parte una battaglia condotta pro bono, contro ogni logica e convenienza. Il momento chiave è un piccolo esperimento: Trogu si reca nell'ovile della strage, aspetta che cali la sera e prova a capire che cosa si potesse davvero vedere, con quella luce, là dentro. Nessuno, durante il primo processo, si era preso la briga di farlo. Diogene cercava l'uomo con la lanterna in pieno giorno; Trogu cerca la verità aspettando il buio.

Per prepararsi, Riondino ha trascorso una settimana con Trogu e Zuncheddu, facendosi accompagnare nei luoghi reali della vicenda, gli stessi poi scelti per le riprese. L'ovile in cui si consuma la strage, ha raccontato l'attore, è proprio quello vero, rimasto com'era.

L'attore tarantino, che con Palazzina Laf aveva già raccontato da regista un'altra storia di potere e di sopraffazione, consegna a Trogu una determinazione mai esibita. Fascicoli, telefonate, permessi che il tribunale impiega mesi a firmare. Un legale che, per dirla con Piras, non combatte per l'istituzione giudiziaria ma per la giustizia, e in quella lotta trova il senso più alto della propria professione

Fabrizio Ferracane è Beniamino Zuncheddu: tenero e tenace

Edmond Dantès, nel castello d'If, restò quattordici anni e ne uscì con la mappa di un tesoro e un piano di vendetta. Beniamino ne ha passati più del doppio e non ha avuto né l'una né l'altro. Soltanto la pazienza, e una dignità che il carcere non è riuscito a confiscare.

All'origine del film, scrive Piras nelle note di regia, c'è l'immagine di un uomo tenero e, allo stesso tempo, tenace. Fabrizio Ferracane, che già in Anime nere di Francesco Munzi sapeva trasformare il silenzio in linguaggio, la traduce in un'interpretazione per sottrazione. Spalle che si chiudono, occhi bassi, un volto che il tempo incide come una corteccia. Mai la vittima da manuale che reclama la lacrima dello spettatore: piuttosto la mitezza ostinata di chi ha ripetuto per decenni la stessa frase.

Ferracane ha studiato gli audio e i video che il regista gli inviava, per catturarne la cadenza e i gesti. Poi, poco prima delle riprese, l'incontro a Cagliari: una mezz'ora appena, con la nipote di Beniamino, giovanissima pastora con le sue capre, a raccontare tutto. E lui intanto lo osservava, gli occhi, il modo di muoversi. Il resto lo ha fatto il mestiere.

Resta impressa la sequenza in cui Trogu chiede a Beniamino se sia credente. Lui non lo sa, ma è devoto a Santa Rita, la santa degli impossibili, delle cause disperate. Il calendario, poi, ci mette lo zampino: il 22 maggio, giorno della santa, è anche il compleanno dell'avvocato Trogu, e Ferracane risponde con un sorriso sottilissimo, quasi intercettasse un segno del destino. Perché la speranza, dice Beniamino, «quella non l'ho mai persa

pubblicità

Geppi Cucciari è Irene Testa: il cast di Zustìssia

Oltre alla fatica dell'avvocato, il film racconta il risveglio di una coscienza civile. Lo incarna l'Irene Testa di Geppi Cucciari, garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Regione Sardegna e tesoriera del Partito Radicale, attiva anche ai microfoni di Radio Radicale. Un ruolo essenziale, risolto con una sobrietà che toglie alla mattatrice televisiva ogni tentazione di battuta.

Ed è qui che Zustìssia tocca un nervo scoperto. Il giorno dell'arresto, i quotidiani avevano già condannato Beniamino, con la sua foto in prima pagina. Decenni dopo, gli stessi strumenti dell'informazione, radio, inchieste, campagne pubbliche, contribuiscono a dimostrare che quella sentenza, di piazza e di palazzo, era sbagliata. Il processo mediatico come veleno e come antidoto: tutto dipende da quando, e da chi, chiama in causa l'opinione pubblica. Oggi, con i social network, la dose sarebbe ancora più potente.

Il cast si muove compatto. Francesco Colella è il procuratore Piantoni, Paola Giannini e Jacopo Cullin danno corpo a Elisa Osanna e Simone Montaldo. Philippine Leroy-Beaulieu, lasciati i salotti parigini di Emily in Paris, partecipa nei panni della procuratrice Francesca Nanni. Ed è proprio a una magistratura capace di riconoscere i propri errori che il film, senza retorica, rende omaggio.

Iosonouncane, Tazenda e Piero Marras: la colonna sonora di Zustìssia

Le musiche originali portano la firma di Iosonouncane, al secolo Jacopo Incani, sardo anche lui, affiancato dalle musiche addizionali di Ralf Hildenbeutel. Tra i brani di repertorio figurano «Cri» e «Hiver», dal suo album IRA del 2021: una partitura elettronica e insieme ancestrale, che pare scavata nella roccia.

Poi c'è la tradizione. «Spunta la luna dal monte» di Pierangelo Bertoli e dei Tazenda era in gara proprio al Festival di Sanremo del 1991, quello che la famiglia Zuncheddu stava guardando la sera dell'arresto. Coincidenze che il cinema, quando è onesto, si limita a registrare. E c'è «Si Deus cheret» di Piero Marras: se Dio vuole. Il titolo vale da solo come epigrafe per la speranza di Beniamino e per la sua devozione alla santa degli impossibili.

pubblicità

Sinnai e Burcei: la Sardegna di Zustìssia tra celle e orizzonti

Francesco Piras, cagliaritano classe 1978, arriva al lungometraggio dopo una lunga carriera da fotografo e direttore della fotografia, da Bentu di Salvatore Mereu ai cortometraggi Il nostro concerto, candidato ai David di Donatello, e Tilipirche, passato alla Settimana della Critica di Venezia. Si vede. Con il direttore della fotografia Sandro Chessa e il montatore Julien Panzarasa, costruisce un linguaggio visivo fondato sul contrasto: il buio delle celle, le stanze asettiche dei tribunali, i corridoi freddi delle carceri, contrapposti alla luce degli esterni e agli orizzonti aperti dei monti di Sinnai e Burcei.

La macchina da presa resta vicina ai corpi, ai segni del tempo sui volti, salvo dilatarsi improvvisamente nel silenzio delle campagne. La terra, per usare le parole del regista, è madre e matrigna: spazio della libertà perduta e insieme teatro di conflitti antichi. Salvatore Satta, nel Giorno del giudizio, aveva fatto di Nuoro un tribunale in cui vivi e morti attendono la sentenza. In Zustìssia la Sardegna è il controcampo muto della cella, la misura esatta di ciò che è stato sottratto.

Quanto alla genesi, merita un racconto a parte. La sceneggiatrice Lisa Nur Sultan, già autrice di Sulla mia pelle, altra storia vera di un cittadino schiacciato dalle istituzioni, stava trascorrendo un anno sabbatico in Sardegna quando si imbatté nella vicenda di Beniamino sui giornali locali. Il sabbatico finì quel giorno. Con Niccolò Gentili, ha poi raccontato tutto a Piras davanti a un piatto di ricci sul lungomare del Poetto. Si dirà: un'origine poco solenne. Al contrario: la giustizia, come i ricci, va maneggiata con cura, altrimenti punge

Legge e giustizia: il finale di Zustìssia

In una delle sequenze conclusive, il film torna in aula, con l'assoluzione, e con Riondino che pronuncia le parole dell'avvocato: «L'idea che indossata una divisa, una toga si diventi infallibili, è un'idea che viene smentita dalla storia di questo Paese». Ma Trogu non si ferma alla sentenza. Ricorda che senza carabinieri e poliziotti onesti, senza magistrati con la M maiuscola, Beniamino non sarebbe libero. E chiede di pensare a ciò che viene dopo: un indennizzo immediato, in attesa che lo Stato calcoli quanto vale una vita rubata. Beniamino, almeno, aveva una famiglia ad aspettarlo. Chi non ce l'ha, dove va a dormire la prima notte di libertà?

Segue un cartello: a ottobre 2026, Beniamino Zuncheddu non ha ancora ricevuto alcun risarcimento per l'errore giudiziario che gli è costato quasi trentatré anni di carcere. Va precisato che gli sono stati riconosciuti circa 30mila euro per le condizioni di detenzione in celle piccole e sovraffollate: un indennizzo di tutt'altra natura, che nulla restituisce del tempo sottratto alla sua esistenza. Poi il film torna là dove era cominciato, in campo lungo, con Beniamino ormai anziano che cammina nei luoghi natii e si siede su un masso a contemplare il paesaggio. Il cerchio si chiude, e si resta attoniti.

Il merito maggiore di Piras è proprio la misura. Zustìssia resta asciutto, sobrio, e per questo ancora più efficace: non ha bisogno di esacerbare alcunché, giacché i fatti bastano e avanzano. Non sarà il miglior film dell'anno, ma mantiene esattamente ciò che promette. Non specula sul dolore, non esaspera una vicenda già di per sé devastante, non cerca scorciatoie emotive né facili ricatti sentimentali. Soprattutto, non pretende di aggiungere tragedia alla tragedia. Si affida ai volti, ai silenzi, alla concretezza della ricostruzione e a una regia che conosce il valore della sottrazione. Perché, di fronte a un'esistenza ingiustamente privata di quasi trentatré anni, il rispetto passa anche dalla scelta di non alzare la voce.

Viene in mente Detenuto in attesa di giudizio di Nanni Loy, con Alberto Sordi inghiottito per un equivoco dall'ingranaggio carcerario. Ma là c'era il grottesco della commedia all'italiana; qui c'è il pudore di chi sa di maneggiare una vita vera. Cinema civile e necessario: per una volta, l'aggettivo non risulta né corrivo né inflazionato.

pubblicità

Zustìssia: scheda tecnica, cast e durata del film di Francesco Piras

Titolo: Zustìssia

Regia: Francesco Piras

Soggetto e sceneggiatura: Lisa Nur Sultan, Niccolò Gentili, dal libro Io sono innocente di Mauro Trogu e Beniamino Zuncheddu (De Agostini Libri)

Cast: Michele Riondino, Fabrizio Ferracane, Paola Giannini, Jacopo Cullin, Francesco Colella, Geppi Cucciari, Philippine Leroy-Beaulieu, Valentino Mannias, Alessandro Gazale

Fotografia: Sandro Chessa

Montaggio: Julien Panzarasa

Musiche originali: Iosonouncane

Musiche addizionali: Ralf Hildenbeutel

Produzione: Palomar (a Mediawan Company) e PiperFilm, in collaborazione con Netflix e Rai Cinema

Distribuzione italiana: PiperFilm

Lingua: italiano, sardo

Durata: 111 minuti (1 ora e 51 minuti)

Al cinema: dal 15 ottobre 2026 (in Sardegna dall'8 ottobre)

Il giudizio: Zustìssia apre la porta della legge

Nella parabola di Kafka l'uomo di campagna muore davanti a una porta che nessuno gli aprirà. Beniamino Zuncheddu, invece, quella porta l'ha attraversata, ed è tornato a sedersi su un masso dei suoi monti. Eppure, oltre la soglia, il guardiano è ancora lì: non chiede più permessi né sentenze, ma un indennizzo che non arriva.

Zustìssia non può restituire trentatré anni. Può però pronunciare ad alta voce quella parola sarda e farla risuonare in sala, come un'udienza che nessun rinvio potrà più cancellare. Il resto, per citare Piero Marras, si Deus cheret. O magari, più laicamente, se lo Stato vorrà.

View the original on Sky TG24 →

KioskNews shows a cleaned-up reading view extracted from the publisher’s page — the original always lives on their site, not ours.