Il ballottaggio in Brasile deciderà se il Paese diventerà una potenza o una miniera
I mercati hanno già votato. Il 4 ottobre Flávio Bolsonaro, 45 anni, figlio dell’ex presidente condannato a 27 anni per il tentato golpe del 2022, ha chiuso il primo turno al 47%, davanti a Lula, fermo al 45%. Il giorno dopo la Borsa di San Paolo ha fatto un balzo del 7,7%, la migliore seduta dal marzo 2020, superando per la prima volta quota 200.000. Il real si è apprezzato del 4% sul dollaro, le azioni Petrobras quotate a New York dell’11,5%.
Quando Wall Street festeggia un ballottaggio che non si è ancora celebrato, bisogna chiedersi che cosa esattamente stia festeggiando. La risposta non sta a Brasilia. Sta nello Stretto di Hormuz, a Nuova Delhi e alla Casa Bianca. Perché il 25 ottobre i brasiliani non sceglieranno soltanto il loro presidente: decideranno da che parte del mondo si collocherà il più grande paese dell’America Latina, proprio nel momento in cui il mondo si sta ridisegnando.
Da fine febbraio, con la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, lo Stretto di Hormuz è diventato un collo di bottiglia. Nella prima settimana di ottobre vi sono transitati circa 9,5 milioni di barili al giorno, il 30% in meno rispetto a prima della guerra, e le petroliere continuano a essere attaccate. Il Brent viaggia intorno ai 103 dollari, il 64% in più di un anno fa.
In questo scenario il greggio brasiliano, estratto dall’altra parte dell’Atlantico, lontano dai missili e dai blocchi navali, vale oro. Il Brasile produce 4,6 milioni di barili al giorno, il 18% in più in un anno: è diventato il quinto produttore del pianeta. Ha anche le seconde riserve mondiali di terre rare, è il sesto produttore di litio e il secondo di minerale di ferro. Insomma, è esattamente ciò che Washington cerca per ridurre la propria dipendenza dalla Cina.
Qui sta la vera posta in gioco. Lula ha sempre rifiutato di fare del Brasile un semplice esportatore di terre rare: voleva sviluppare la tecnologia in casa, trattenere il valore aggiunto, rompere la vecchia maledizione delle materie prime. Flávio propone invece di deregolamentare il mercato del gas e di aprire all’estrazione non convenzionale, sul modello della Vaca Muerta argentina. Gli analisti prevedono più capitali americani e meno cinesi. Non è una semplice scelta di politica industriale: è la scelta tra essere una potenza o una miniera.
Al vertice dei Brics di Nuova Delhi, il 12 e 13 settembre, c’erano Xi, Putin, Ramaphosa, Pezeshkian. Lula no: era in campagna elettorale e ha mandato il ministro degli Esteri. È stata un’assenza simbolica, forse profetica. Il programma che Flávio ha depositato al Tribunale elettorale non nomina mai i Brics, e nemmeno il Mercosur. In campagna ha parlato di “liberare il Brasile dalle catene del Mercosur” e ha indicato come partner “più importanti e tradizionali” Stati Uniti, Argentina e Israele. Con Pechino promette una relazione “pragmatica”. Gli analisti concordano: il Brasile non uscirà dal blocco e non romperà con la Cina, che resta il suo primo partner commerciale. La soia e il ferro non si spostano con un comizio.
Ma nei Brics il Brasile non è un membro qualunque. È la cerniera con l’Occidente, la democrazia del Sud globale che rende presentabile un club di autocrazie, il paese che più di tutti ha spinto per commerciare in valute diverse dal dollaro. Un Brasile silenzioso trasformerebbe i Brics in ciò che Washington ha sempre detto che fossero: un’alleanza asiatica e mediorientale contro l’America. Un’alleanza, per giunta, già lacerata: a maggio i ministri degli Esteri non sono riusciti a condannare insieme la guerra all’Iran, e ad agosto gli Emirati hanno imposto un embargo commerciale a Teheran. La dedollarizzazione, che fino a ieri era una bandiera, a Nuova Delhi è già diventata un timido “ridurre i rischi del dollaro”.
A marzo Trump ha lanciato lo Scudo delle Americhe, un’alleanza di sicurezza emisferica con diciassette paesi, quasi tutti ideologicamente affini. Il Brasile di Lula è rimasto fuori. A maggio Flávio è stato ricevuto alla Casa Bianca, e poco dopo Washington ha fatto ciò che lui chiedeva: ha classificato come terroristiche le grandi organizzazioni criminali brasiliane. Trump non ha dato un endorsement ufficiale, ma non ne aveva bisogno.
Con Milei a Buenos Aires e un Bolsonaro a Brasilia, l’arco atlantico del Sud America si allineerebbe a Washington come non accadeva dai tempi della Guerra fredda: petrolio, gas, terre rare, soia. E Trump, che il 24 settembre ha ricevuto Xi Jinping in visita di Stato, avrebbe in mano una carta in più per trattare con Pechino. Il cortile di casa tornerebbe a essere un cortile. È la dottrina Monroe del XXI secolo: non si combatte più con le cannoniere ma con le catene di approvvigionamento.
Lula, 80 anni, ha impostato la campagna sulla sovranità e ha chiamato il suo avversario “il candidato di Trump”. Il primo turno gli dice che non basta. Ha perso voti in 25 stati su 27, l’astensione ha superato il 21%, la più alta dal 1998, e per vincere dovrebbe conquistare sei elettori su dieci tra quelli dei candidati sconfitti. Chiunque vinca, poi, governerà con un Congresso in cui il Partito liberale di Bolsonaro è il primo gruppo sia alla Camera sia al Senato.
I mercati festeggiano, e si capisce: un Brasile aperto ai capitali americani, con un real forte e Petrobras più generosa con gli azionisti, è un ottimo affare. Ma la storia dell’America Latina insegna che quando si brinda a San Paolo e a Wall Street, di rado si brinda anche nelle periferie del continente.
Il 25 ottobre non si decide soltanto chi siede a Brasilia. Si decide se il Sud globale conserva un gigante capace di fare da ponte tra i due mondi o se il Brasile torna a essere ciò che è stato per secoli: una formidabile riserva di materie prime per le economie degli altri.
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