A proposito di ‘narrattori’ eredi di Dario Fo: Matthias Martelli
In quanto attore-autore, Dario Fo, da un lato, costituisce il punto d’arrivo di una lunga, plurisecolare “tradizione” che, dal giullare o buffone medievale, passa per i comici dell’Arte e giunge fino a noi con l’attor comico novecentesco. Dall’altro lato, possiamo considerarlo come il punto di partenza di una nuova, anomala “tradizione”, che ha influenzato ad ampio raggio il teatro italiano e non solo.
La influenza più riconosciuta e indagata riguarda senz’altro il nostro teatro di narrazione e i narrattori che ne sono protagonisti, a cominciare da quelli della prima generazione: Marco Paolini, Laura Curino e Marco Baliani, tutti e tre segnati in modi diversi dal magistero di Fo, che agisce in misura più ridotta anche sui successivi, a cominciare da Ascanio Celestini e Davide Enia. Tuttavia, com’è stato osservato spesso, ci sono forti differenze fra Fo e i narrattori, ai quali manca in genere la forte dimensione fisica, mimico-gestuale-vocale, del maestro e anche la sua propensione assoluta al comico.
Forse l’unico attore italiano, uscendo dal teatro di narrazione, che sia riuscito a tenere insieme la dimensione comica e l’impegno civile di Fo, insieme a una notevole espressività fisica e vocale, è – oltre a Beppe Grillo – Paolo Rossi, il quale del resto esordisce con lui, che gli fa da regista per L’histoire du soldat nel ’78 e con il quale lavora anche nel cinema. A Rossi si deve una versione dichiaratamente pop di Mistero Buffo, nel 2010. In questo spettacolo dell’originale restano due pezzi (La resurrezione di Lazzaro e La nascita del giullare), ma Rossi cerca di recuperare a suo modo, con esiti ovviamente molto diversi dall’originale, lo spirito dello sghignazzo, del “riso verde”, a scopo di satira.
In ogni caso, se vogliamo parlare, con tutte le cautele del caso, di “figli” o “eredi” di Fo, è proprio su Mistero Buffo che dobbiamo concentrarci.
Perché esiste un manipolo di attrici e attori italiani di prima e seconda generazione, più o meno “investiti” direttamente o indirettamente da Fo, che da molti anni ormai stanno riproponendo questo capolavoro sui palcoscenici di tutto il mondo, in varie lingue. Si va da Lucia Vasini a Ugo Dighero, da Marina De Juli a Elisa Pistis, al sorprendente Mario Pirovano, di cui mi è già capitato di parlare.
Il recente debutto al TST di Torino della sua versione de Lu santo Jullare Francesco, già collaudato in una impegnativa tournée internazionale, mi fornisce l’occasione per parlare del quarantenne Matthias Martelli, colui che molti considerano oggi l’erede più accreditato del giullare di Sangiano. Al quale ha dedicato anche un bel libro (Il giullare ribelle. Vita apocrifa di Dario Fo, Baldini+Castoldi, 2026). Martelli, che nasce a Urbino lo stesso giorno di Dario (24 marzo) ma sessanta anni dopo, da bambino rimane folgorato da una sua apparizione televisiva. A ventitrè anni, nel 2009, frequenta a Torino l’Atelier di teatro fisico di Philip Radice, un allievo americano di Jacques Lecoq. Incontra brevemente Fo a Santa Cristina di Gubbio (Libera Università di Alcatraz) negli anni successivi ma riconosce onestamente che quella frequentazione non si è mai trasformata “in un vero rapporto maestro-allievo”.
In realtà, il vero tramite pratico e artistico di Martelli verso Fo è stato l’attore Eugenio Allegri (scomparso nel 2022), suo pedagogo e regista per Mistero Buffo, debuttato nel 2018 dopo quasi tre anni di lavoro. Allegri gli ha permesso di andare alle radici dell’arte attoriale di Fo senza dover tentare di riprodurne gli inimitabili esiti espressivi o condividerne una vis satirico-politica ugualmente irripetibile per tante ragioni. Fondamentali, al riguardo, furono alcuni Workshop sulla Commedia dell’Arte, durante i quali Allegri cercò di familiarizzare il trentenne Martelli con “i rudimenti del teatro comico all’italiana” (cfr. la sua testimonianza in Ripensare Dario Fo. Teatro, lingua, politica, a cura di Luca D’Onghia e Eva Marinai, Mimesis, 2020). E poi, soprattutto, si trattò di rifarsi alla lezione tecnica ed estetica del mimo Lecoq, maestro di Fo nei primi anni Cinquanta.
La versione scenica appena debuttata del testo di Fo e Rame su San Francesco, che vede Martelli unico attore, è da lui firmata anche come “direttore”, con Ornella Matranga in veste di regista assistente. Pur lontano dai vertici toccati con Mistero buffo, il testo originale, a cui si attiene fedelmente, a parte – si capisce – le presentazioni delle quattro giullarate e qualche scenetta estemporanea per il divertimento degli spettatori, restituisce con vivacità la vicenda del santo di Assisi e la straordinaria attualità del suo messaggio antropoacentrico, basato sull’amore per e fra tutti gli esseri viventi.
Martelli, che ha già al suo attivo nove anni di carriera e oltre trecento repliche di Mistero buffo in tutto il mondo, qui si conferma interprete e fabulatore di grande abilità nel servire una complessa drammaturgia da attore-autore, senza mai rischiare l’imitazione del maestro.
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