Un oligarca russo vicino a Putin paga le nozze da sogno di Donald Trump Jr: scoppia la polemica

Doveva trattarsi, nelle intenzioni dichiarate, di una cerimonia intima e sobria per pochi invitati fidati. La realtà dei fatti ha invece svelato un evento all'insegna del lusso sfrenato: spiagge dorate nei Caraibi, spettacolari fuochi d’artificio, balli in riva al mare e continui trasferimenti in elicottero. Un soggiorno da sogno, dal valore stimato di centinaia di migliaia di dollari, per celebrare l'unione tra il primogenito dell'ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump Jr., e la modella Bettina Anderson. A fare scalpore, tuttavia, non è stata soltanto la sontuosità dei festeggiamenti, ma l'identità del munifico ospitante che ha saldato l'intero conto.
Il regalo dell’oligarca sanzionato
A finanziare la faraonica celebrazione è stato infatti Umar Kremlev, influente oligarca russo considerato vicinissimo a Vladimir Putin e attualmente sottoposto a pesanti sanzioni internazionali. Quando la foto di gruppo che immortalava gli sposi sorridenti accanto a Kremlev ha iniziato a circolare pubblicamente, la coppia ha cercato di spegnere il nascente caso diplomatico sui social network. Attraverso i propri profili, i novelli sposi hanno rivendicato la natura privata del gesto, sostenendo che un dono nuziale non debba avere alcuna implicazione geopolitica e che si sia trattato di un semplice atto di cortesia tra amici.
Il precedente del Russiagate
Le giustificazioni fornite non sono bastate a placare le critiche, soprattutto alla luce del ruolo di primo piano svolto in passato da Don Jr, già individuato come il principale anello di congiunzione tra gli emissari di Mosca e l'entourage paterno durante le indagini del famigerato Russiagate. Più in generale, la vicenda riporta a galla una trama di rapporti storici e sotterranei che legano la famiglia dell'ex inquilino della Casa Bianca alla Russia da quasi quattro decenni.
Dall'Hotel National a New York
La genesi di questa connessione risale infatti al 1987, anno in cui Donald Trump e l'allora consorte Ivana furono accolti a Mosca e alloggiati nel celebre Hotel National, tradizionalmente noto per le attività di spionaggio sovietico. Fu proprio al rientro da quel primo viaggio che il magnate newyorkese manifestò un improvviso e vigoroso interesse verso l'agone politico, arrivando a finanziare a proprie spese un manifesto a tutta pagina sul New York Times per criticare aspramente le spese militari americane a supporto degli alleati della NATO.
I fiumi di denaro da Mosca
Negli anni successivi, i capitali provenienti dall'est sono riemersi puntualmente nei momenti di maggiore difficoltà finanziaria dell'impero societario. Nel 2003, mentre Trump si trovava a un passo dalla bancarotta, giunsero provvidenzialmente dalla capitale russa ben 109 milioni di dollari in contanti. Una dipendenza economica mai del tutto smentita, come confermò anni dopo a Toronto l'altro figlio del magnate, Eric Trump, dichiarando con disarmante franchezza che la famiglia non aveva alcun bisogno degli istituti di credito americani, potendo contare su tutti i fondi necessari erogati direttamente dalla Russia.
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