Come si racconta il lusso mentre per le strade di Parigi si protesta? Da Chanel a Vuitton, passando per Dior e Balenciaga: i top e flop della Fashion Week
«Come posso fare il mio lavoro in un mondo pieno di tragedie e povertà quando guido un’azienda che produce beni di lusso costosissimi? Per onestà, credo sia la prima cosa da tenere a mente. È ciò che faccio, non posso fingere di essere diversa». E ancora: «Tutti vogliono una rivoluzione nella moda, ma i grandi cambiamenti nella moda nascono sempre da cambiamenti politici». Le riflessioni di Miuccia Prada in un’intervista a Business of Fashion intercettano la dissonanza vissuta in questi giorni a Parigi. A poche centinaia di metri dai boulevard blindati per le sfilate, le strade francesi si riempivano di studenti in sciopero contro i tagli ai bilanci dell’istruzione pubblica, mentre dalla Spagna arrivavano le immagini di Madrid e Barcellona invase da migliaia di giovani esasperati dall’emergenza abitativa e dal caro affitti. Scrivere di oggetti il cui cartellino conta cifre almeno a tre zeri impone di sgomberare il campo dalla retorica dell’evasione. La moda non è un sogno velleitario; è un apparato industriale concreto, una catena di fornitura fatta di filature, laboratori di confezione, maestranze tecniche e operai specializzati che dipendono dalla tenuta delle vendite per mantenere il proprio posto di lavoro. E se oggi la società sembra consumare tendenze più che produrre rotture, che cosa può inventare di nuovo?
Che poi, forse non tutti sanno, tra l’altro, quanto costi provarci. Una sfilata a Parigi può superare i 100 mila euro già per un marchio indipendente, mentre il contributo della federazione francese si ferma a 10 mila euro per uno show e 5 mila per una presentazione. Per i grandi gruppi, una passerella di dodici o quindici minuti può arrivare a costare 10 milioni. A queste cifre si aggiungono campionari, produzione, casting, comunicazione, viaggi, showroom, gestione aziendale, ordini più cauti da parte dei buyer. E poi c’è un equivoco da sciogliere: la collezione che vediamo sfilare non coincide sempre con ciò che finirà in negozio. La passerella è spesso il manifesto della visione creativa; accanto, nei punti vendita, arrivano capi più basici, continuativi, pensati per il pubblico reale. Lo show accende il desiderio, ma il fatturato si costruisce anche altrove.
La settimana ha visto come da tradizione Saint Laurent e Dior ad aprire il calendario, lasciando a Chanel e Louis Vuitton il compito di chiudere la rassegna. Per Bernard Arnault, la tenuta dei conti poggia interamente sulla solidità di questi pesi massimi. L’avvio con Dior ha lasciato un’impressione tiepida: a un anno dalla nomina, Jonathan Anderson ha orchestrato uno show ad alto impatto visivo nei giardini delle Tuileries — tra alberi emersi dall’acqua e banchi di nebbia artificiale — ma la sua ricerca dichiarata di una nuova silhouette romantica è apparsa frammentata, divisa tra gonne corte in chiffon a strati, abiti a corolla e rigore sartoriale, senza ancora incidere con precisione sul DNA della griffe. Vuitton, invece, ha chiuso alla Cour Carrée del Louvre con 34 auto volanti sospese sulla passerella, fari rossi, motivo Damier e una Parigi proiettata in un futuro urbano. Nicolas Ghesquière ha guardato al caldo anomalo di ottobre e ha alleggerito la sua grammatica: sottovesti di seta, tuniche ariose, chiffon, frange argentate, silhouette meno armate. Un défilé andato in scena a poche ore dalla consegna della Legion d’Onore conferitagli dal presidente Emmanuel Macron, alla presenza della première dame Brigitte Macron, ambasciatrice storica dello stile del designer.
Ma a rubargli la scena ci ha pensato ancora una volta Matthieu Blazy con, appunto, Chanel, ormai accoppiata vincente del lusso: la maison si è posizionata in vetta al Lyst Index e vanta una crescita del 16% dei fatturati nella prima metà dell’anno. La maison ha trasformato in quest’occasione il Grand Palais (sua location per le sfilate dai tempi di Karl Lagerfeld) in una voliera aerea sormontata da novantacinque uccelli bianchi monumentali, accompagnata dalla voce di Nicole Kidman che leggeva Virginia Woolf. Nemmeno l’intervista al vetriolo rilasciata a ridosso dello show dalla predecessora Virginie Viard, nel tentativo evidente di riprendersi la scena mediatica, ha scalfito la riuscita della collezione: i tailleur in tweed accesi da cromie sature, le calzature bicolori rilette a motivi zebrati e l’apparizione della borsa 2.55 originale appartenuta a madamoiselle Coco hanno confermato la capacità del designer di rinnovare i codici dell’atelier in chiave contemporanea (e colorata).
Tra le prove più riuscite dell’intero calendario spicca poi la collezione di Pierpaolo Piccioli per Balenciaga, emblematicamente intitolata Il coraggio della libertà. Al centro della sala, dominata da una scultura monumentale di corallo in lino intrecciato, il couturier ha riversato l’intero patrimonio di tecniche della sua alta moda su capi quotidiani: camicie in popeline tagliate in pezzo unico per modellare la vita, denim scuciti e rimodellati a clessidra, bomber d’ispirazione militare gonfiati come ballgown couture in taffetà e organza trattata ad aria compressa. Un lavoro d’atelier rigoroso, andato in scena mentre sullo sfondo continuano a rincorrersi voci insistenti sul futuro della direzione stilistica a causa della contrazione delle vendite nel segmento maschile. Un’incertezza che riflette il clima generale del settore, attraversato da continue indiscrezioni su nuovi cambi di poltrona che vedono protagonisti Anthony Vaccarello da Saint Laurent e, nelle ultime ore, lo stesso Ghesquière.
Nel corpo centrale della settimana la moda parigina ha mostrato le sue diverse anime. L’autonomia creativa ha trovato spazio da Acne Studios, che ha mandato in passerella piratesse vittoriane e New Romantics su tappeti di Faig Ahmed che sembravano sciogliersi con la memoria: denim laccati, broccati sbiaditi, pelle vissuta, minigonne attorcigliate, redingote, stivali western, frammenti rinascimentali strappati e rimessi addosso a una gioventù salmastra e teatrale. Ma anche da Vivienne Westwood, che ha scelto il Palais de la Femme, luogo nato per accogliere e sostenere donne in difficoltà, trasformandolo in una comunità colorata e creativa secondo il vocabolario di Andreas Kronthaler: tessuti Bazin comprati a Barbès, fiori su fiori, motivi leopardati, costumi da bagno, camicie da notte, corsetti leggeri, cappelli costruiti sugli stampi di Rose Cory, musica punk e una T-shirt dedicata a Body & Soul, charity attiva nella prevenzione del suicidio. Su un versante di rigorosa coerenza stilistica si sono mossi Elie Saab, fedele a un glamour liquido ispirato all’allure di Jean Harlow, e Nicky Zimmermann, che ha indagato la resilienza della natura traducendo le illustrazioni ottocentesche delle sorelle Scott in farfalle ritagliate a laser su organza trasparente e denim demi-couture. Chloé ha acceso entusiasmi con Chemena Kamali, già citata nelle conversazioni sui futuri assetti di Saint Laurent; Givenchy di Sarah Burton ha confermato una femminilità più severa, costruita, meno compiaciuta e ha conquistato il web con i tacchi scultorei dei sandali infradito visti in passerella e diventati subito virali sui social.
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