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Thursday, October 8, 2026

The Social: Il prezzo della verità, Sorkin mette Facebook sotto processo. La recensione

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Sedici anni dopo The Social Network, Aaron Sorkin torna a occuparsi di  Facebook e stavolta firma anche la regia. The Social: Il prezzo della verità, al cinema dall’8 ottobre con Eagle Pictures, racconta la storia vera della whistleblower Frances Haugen (Mikey Madison) e del giornalista del Wall Street Journal Jeff Horwitz (Jeremy Allen White), che svelarono come l’algoritmo premiasse rabbia e disinformazione. Jeremy Strong è un glaciale Mark Zuckerberg. Un thriller dal rigore classico, con il cuore di Frank Capra e lo sguardo puntato sulla post-verità: importante per ciò che mostra, inquietante per ciò che annuncia

Quello che devi sapere

Una notte di ordinaria post-verità

Nel 2010 bastavano un ragazzo ferito nell’orgoglio, un computer e una stanza di Harvard per mettere al mondo Facebook. Sedici anni dopo, in The Social: Il prezzo della verità, Aaron Sorkin non racconta più la nascita del mostro, ma ciò che il mostro è diventato. Non servono più campus, algoritmi ancora innocenti o amicizie tradite: basta una donna ubriaca al volante, convinta che il mondo intero ce l’abbia con lei. Il sogno della connessione universale si è trasformato nella certezza di avere sempre ragione. Anche quando si ha torto.

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività», ammoniva Umberto Eco nel 2015, a Torino. Ecco, la ragazza che incontriamo nella prima sequenza del film di bicchieri ne ha bevuti decisamente più di uno. E non siede al bancone di un bar, bensì al volante della sua auto, appena fermata dalla polizia.

Davanti al finestrino, due agenti: un uomo afroamericano e una donna di origine sudamericana. Lei dapprima li punzecchia, poi li provoca, infine li investe con una sequela di insulti razzisti che culmina in un rovesciamento da manuale: ecco come vengono trattati i bianchi. Chi infrange la legge si scopre vittima, chi la fa rispettare diventa persecutore. Il mondo alla rovescia, servito con ghiaccio.

A darle corpo e livore è Portia Doubleday (che in Mr. Robot finiva a lavorare per la famigerata E Corp, e qui resta stritolata da una corporation ben più reale). Il suo personaggio, scopriremo, non è nato così. Era una ragazza progressista, prima che il feed la imboccasse giorno dopo giorno di rabbia e sospetto. Sarà proprio lei ad aprire gli occhi a Frances Haugen. E la ritroveremo, qualche tempo dopo, tra la folla che il 6 gennaio 2021 dà l’assalto a Capitol Hill.

Luigi Pirandello, d’altronde, l’aveva intuito più di un secolo fa: Così è (se vi pare). Oggi quella parentesi si è mangiata la frase. La chiamano post-verità: Oxford Dictionaries la elesse parola dell’anno nel 2016, l’anno della Brexit e della prima vittoria di Donald Trump, giusto per non dimenticare. Un concetto assai precedente ai social, ma che oggi ha trovato il suo habitat naturale nello schermo di uno smartphone, dove l’indignazione corre più veloce di qualsiasi smentita.

Da The Social Network a The Social: Sorkin torna su Facebook

Sedici anni. Tanto è trascorso da quando Aaron Sorkin raccontò la genesi di Facebook in The Social Network di David Fincher, portandosi a casa l’Oscar per la sceneggiatura. Allora la piattaforma contava 500 milioni di iscritti e Mark Zuckerberg predicava il celebre motto “move fast and break things”, muoviti in fretta e rompi le cose. Di cose, nel frattempo, se ne sono rotte parecchie.

«The Social Network parlava di come è stato inventato Facebook. The Social Reckoning parla di ciò che i social media sono diventati», spiega Sorkin, che rifiuta l’etichetta di sequel e preferisce parlare di opera complementare. Tant’è che stavolta dietro la macchina da presa c’è lui. Fincher, il primo a leggere il copione, gli ha risposto via mail con una diagnosi da artificiere: «Questa è nitroglicerina».

La sceneggiatura nasce da due libri firmati dai protagonisti reali della vicenda, The Power of One di Frances Haugen e Broken Code di Jeff Horwitz, e ricostruisce l’inchiesta che nel 2021 il Wall Street Journal pubblicò come “Facebook Files”. Al centro c’è l’algoritmo, quel deus ex machina (anzi, diabolus in machina) che dal 2018, con il sistema battezzato Meaningful Social Interactions, iniziò a premiare il coinvolgimento a ogni costo, e dunque i contenuti capaci di scatenare le reazioni più viscerali.

Marshall McLuhan sosteneva che il medium è il messaggio. Qui il medium è diventato il mandante. Il conto lo conosciamo: disinformazione, odio, cyberbullismo tra i più giovani, complottismo sanitario negli anni della pandemia.

11331226 - THE SOCIAL RECKONING

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Frances Haugen e Jeff Horwitz, la strana coppia

Lei, Frances (Mikey Madison), è un’ingegnera informatica americana che in Facebook ci credeva davvero, al punto da scoprire, dati alla mano, che qualcosa si era rotto e da segnalarlo ai suoi superiori. Nessuno in azienda vuole ascoltarla.

Dopo l’Oscar per Anora (e dopo essere stata una seguace di Charles Manson in C’era una volta a... Hollywood), Madison sceglie la via più impervia, quella della sottrazione: tutta cervello, sguardo basso, nervi tesi.

Lui, Jeff (Jeremy Allen White, smessi il grembiule di The Bear e la chitarra di Bruce Springsteen), è appena approdato al Wall Street Journal per occuparsi di tecnologia, materia di cui non sa quasi nulla. Non sa usare il navigatore — Dante, quando la diritta via era smarrita, aveva almeno Virgilio —, inciampa su ogni numero, sicché lei lo bacchetta senza pietà, chiedendogli se per caso abbia studiato dalle suore convinte che la matematica sia il diavolo.

Povero Galileo, che pure ci aveva avvertiti: il grande libro dell’universo «è scritto in lingua matematica». Eppure Jeff è un giornalista eccezionale, di quelli che sanno fare la domanda giusta e, soprattutto, sanno aspettare la risposta.

Tra i due nasce un’alleanza diffidente, che comincia con un incontro furtivo tra le sequoie — Gola Profonda, in Tutti gli uomini del presidente, preferiva i parcheggi sotterranei — e prosegue tra documenti interni fotografati uno dopo l’altro, fino a trasformarsi in amicizia.

“Follow the money”, suggeriva Hal Holbrook a Robert Redford. Qui bisogna seguire i dati, che sono il nuovo denaro. Lei introversa e geniale, lui spettinato e ostinato: una coppia da commedia sofisticata prestata al thriller, parente stretta del cronista appena licenziato Clark Gable e dell’ereditiera in fuga Claudette Colbert di Accadde una notte, separati dalle “mura di Gerico” di una coperta. Qui il muro è uno schermo.

Su entrambi vigila Christina, a capo della redazione di San Francisco del giornale, cui Betty Gilpin regala il piglio di chi, per stessa definizione di Sorkin, fa piangere qualcuno dieci volte al giorno.

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Un film di Frank Capra all’epoca dei social

Già, Capra. Con la forza del cinema classico, senza sbavature né eccessi, Sorkin ripropone una vicenda che ha fatto epoca, e il risultato somiglia a un film del regista nato a Bisacquino, nel Palermitano, riveduto e corretto all’epoca dei social.

Non a caso proprio lui viene evocato in uno dei dialoghi più fulminanti tra Frances e Jeff. Lei osserva che sembra di stare in un film di Frank Capra. Lui si stupisce: non pensava che lo conoscesse. Lei ribatte di aver visto i suoi due film. E lui chiosa: ne ha fatti più di due, dovresti vedere anche gli altri.

Consiglio tutt’altro che peregrino. In Mr. Smith va a Washington (1939) James Stewart è un idealista che sfida da solo un sistema corrotto, fino a crollare sfinito nell’aula del Senato. Parimenti Frances finirà davanti al Congresso a testimoniare contro il gigante che l’ha cresciuta.

E in Arriva John Doe (1941) una giornalista appena licenziata, Barbara Stanwyck, inventa di sana pianta la lettera di un anonimo cittadino pronto a gettarsi dal tetto del municipio la vigilia di Natale: la bufala diventa un movimento di massa e un magnate senza scrupoli prova a cavalcarla per conquistare il potere. Una fake news ante litteram, nata in una redazione e moltiplicata da radio e giornali.

Ottant’anni dopo non serve più nemmeno un magnate in carne e ossa. Basta un algoritmo.

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Jeremy Strong è Mark Zuckerberg, l’imperatore di vetro

E poi c’è lui, l’imperatore. Il Mark Zuckerberg di Jeremy Strong non ha più nulla del ragazzo in felpa dei dormitori di Harvard. Vive in un ufficio di vetro, circondato da guardie del corpo, seduto — parola di Sorkin — su un divano antiproiettile: una Xanadu trasparente, eppure inaccessibile quanto quella di Charles Foster Kane.

Indossa la stessa maglietta grigia ogni giorno, si muove con precisione robotica, parla poco e sbatte le palpebre ancora meno. Dopo Kendall Roy in Succession e Roy Cohn in The Apprentice, Strong completa così una personale trilogia del potere americano.

Attore metodico fino all’ossessione, ha studiato interviste, conferenze e tutte le audizioni al Congresso del fondatore di Facebook. Ne esce un ritratto glaciale, impenetrabile, una sorta di buco nero che inghiotte la luce.

Sorkin lo mette sotto torchio attraverso le prove generali di un’audizione parlamentare, in un auditorium illuminato come una sala d’interrogatorio. A incalzarlo ci sono Raya Akinola, esperta di comunicazione di crisi cui Wunmi Mosaku presta un raffinato accento britannico, e Charlie Garrigan, ex compagno d’avventura diventato critico feroce, affidato a un Bill Burr in versione drammatica.

Ma la battuta che gela il sangue spetta al Teddy Marks di Billy Magnussen, l’uomo delle relazioni con i media, quando spiega con disinvoltura che Facebook vive ormai in un mondo post-governativo. Non più un’azienda, insomma, ma una potenza. Mica pizza e fichi.

Strong, per raccontare il senso del film, scomoda l’Amleto: il fine dell’arte è reggere lo specchio alla natura e mostrare all’epoca e al corpo del tempo la sua forma e la sua impronta. Ecco, quello sguardo vuoto è lo specchio.

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La regia di Sorkin: rigore classico e tensione da thrille

Sorkin regista ha imparato la lezione dei maestri: niente virtuosismi gratuiti, nessuna concessione all’effetto fine a se stesso. La fotografia di Jeff Cronenweth, già sodale di Fincher in The Social Network, lavora su contrasti netti e luci direzionali; la scenografia di Jon Hutman oppone il campus patinato di Menlo Park alla redazione spartana del giornale; il montaggio di Alan Baumgarten intreccia più linee temporali con la precisione di un orologio svizzero.

La musica di Alexandre Desplat, che definisce il film «epico dentro una boccia per pesci, con una bomba che ticchetta sotto», culmina in un lamento affidato alla voce del soprano Renée Fleming.

Se un limite c’è, risiede forse nella stessa limpidezza che costituisce la forza del cinema di Sorkin: quando la tesi prende il sopravvento, qualche personaggio rischia per un istante di trasformarsi in un argomento prima ancora che in una persona. Ma è un rischio che il film corre consapevolmente e che quasi sempre riesce a governare grazie al ritmo, agli attori e a una scrittura che crede ancora nel potere delle parole.

Tra documenti fotografati e audizioni, il racconto attraversa la pandemia — Frances trascorre il lockdown a Porto Rico, dove persino un Banana Daiquiri ha il sapore di una tregua — e approda al 6 gennaio 2021, il drammatico assalto a Capitol Hill, che Cronenweth ricostruisce con un effetto di step-printing capace di rallentare e frantumare le immagini.

Tra quella folla, inevitabile, rivediamo la ragazza della prima scena. È lì che il virtuale si fa carne, che i like diventano passi di marcia

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Un film importante, un futuro inquietante

The Social: Il prezzo della verità è un film importante per ciò che ci mostra e molto inquietante per ciò che ci aspetta. La storia di Frances Haugen approda in un’aula del Congresso, ma quella dell’algoritmo è appena cominciata e oggi corre spedita verso l’era dell’intelligenza artificiale.

Capra, alla fine, ci concedeva sempre una via di scampo: un angelo di seconda classe, una casa piena di amici che intonano Auld Lang Syne, un senatore che sviene ma vince.

Sorkin no.

Ci lascia lo sguardo fisso di un uomo che non batte ciglio. E il sospetto che, da qualche parte, una ragazza bianca e ubriaca stia ancora gridando a due agenti che la vittima è lei.

Altro che bar e bicchiere di vino, caro Eco. Il bancone, adesso, è il mondo intero

Se fosse un cocktail

Se The Social fosse un cocktail sarebbe un Puerto Rico Files. Il punto di partenza è il Banana Daiquiri che Frances sorseggia a Porto Rico nei mesi del lockdown, lo stesso drink che Fredo e Michael Corleone ordinano all’Avana ne Il padrino - Parte II.

E qui Sorkin sembra quasi averci preparato il bicchiere. A un certo punto Andy, l’editor di Jeff interpretato da Gbenga Akinnagbe, lo avverte: «Sarebbe più facile farsi nemica la mafia». Facebook, insomma, fa più paura della Famiglia. E allora il Banana Daiquiri diventa inevitabile.

Ironia della sorte: per Facebook ogni talpa è un Fredo, il fratello che tradisce. Per noi, invece, Frances è la sorella che dice la verità.

Rum bianco portoricano, crema di banana, succo di lime fresco, una goccia di Angostura — l’amaro che arriva sempre dopo, come la verità — e in superficie una nebulizzazione di blue curaçao, che tinge il drink del blu di un celebre logo prima di dissolversi lentamente.

Guarnizione: una chips di banana essiccata, ricurva come un pollice alzato.

Da bere rigorosamente offline, possibilmente lontano dal volante.

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The Social: Il prezzo della verità, la scheda del film

Titolo originale: The Social Reckoning
Scritto e diretto da: Aaron Sorkin
Cast: Mikey Madison, Jeremy Allen White, Wunmi Mosaku, Betty Gilpin, Billy Magnussen, con Bill Burr e Jeremy Strong
Fotografia: Jeff Cronenweth
Musiche: Alexandre Desplat
Distribuzione: Eagle Pictures
Al cinema: dall’8 ottobre 2026

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