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Tuesday, September 15, 2026

Il ritiro dei ghiacciai nel Caucaso apre nuove prospettive alla ricerca dell’Arca di Noè

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Il ritiro dei ghiacciai nel Caucaso apre nuove prospettive alla ricerca dell’Arca di Noè

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Non conosciamo il punto esatto. Il Libro della Genesi racconta che l’Arca si posò “sui monti dell’Ararat”. E si riferisce al più ampio regno antico di Urartu — comprendeva parti della moderna Armenia, della Turchia orientale e dell’Iran— non a una vetta specifica. Il versetto non specifica una montagna precisa, ma solo “i monti dell’Ararat”. Analogo al racconto è quello della Epopea di Gilgameš, che colloca la narrazione del diluvio in un più ampio contesto mitologico mesopotamico.

Come la ricerca delle sorgenti del Nilo, la ricerca dell’Arca di Noè ha affascinato l’umanità per millenni. In tempi moderni, nella primavera del 1974, ben otto gruppi americani avevano chiesto l’autorizzazione a scalare la montagna per cercare l’arca. Il Durupınar — formazione a circa 30 chilometri a sud del monte Ararat — assomiglia a una grande imbarcazione, stimolo per la fantasia di avventurieri e studiosi (Fig.1). Nel 1976 un archeologo dilettante, Ron Wyatt, rivendicò la scoperta dell’arca proprio in questo sito, senza altre prove che una serie di fotografie assai ambigue.

Dopo oltre mezzo secolo di spedizioni, teorie e presunti ritrovamenti, la ricerca dell’arca di Noè sull’Ararat resta un affascinante intreccio di fede, avventura e archeologia, ma priva finora di prove conclusive. Il cambiamento climatico apre però nuove prospettive agli esploratori. Lo scioglimento dei ghiacciai sta svelando una serie di oggetti antichi lasciati nel corso dei secoli dagli esseri umani, offrendo agli studiosi preziose informazioni sui modi di vita passati. È nata una nuova disciplina, l’archeologia glaciale o, meglio, ice patch archaeology.

Se i ghiacciai italiani si stanno rapidamente ritirando, anche quelli caucasici non sono da meno. Gli studi regionali degli ultimi decenni hanno documentato una sostanziale riduzione della superficie glaciale totale, con stime che spesso si attestano tra il 15 e il 25 percento di perdita dalla fine del XX secolo. E con una significativa accelerazione del fenomeno negli anni 2000 e 2010.

Per esempio, il monte Elbrus in Russia — la vetta europea più alta con i suoi 5.642 metri, che ospita la più vasta calotta glaciale — ha visto un progressivo ritiro dei suoi ghiacciai. Il Caucaso georgiano — per esempio, la regione della Svaneti con ghiacciai come Chalaati, Lekziri e Adishi — mostra il ritiro più drammatico, una enorme recessione del fronte glaciale con la frammentazione delle masse glaciali. Il ghiacciaio georgiano del Tsaneri-Nageba si è ridotto da circa 48 chilometri quadrati, il suo massimo durante la Piccola Era Glaciale, a circa 30,6 nel 2025, con una perdita del 43 percento (Fig.2).

Al ritiro dei ghiacciai corrisponde una crescita del rischio alluvionale per via della tracimazione di laghi glaciali, delle valanghe di ghiaccio e roccia, della instabilità dei pendii. La catastrofica valanga di ghiaccio e roccia Kolka-Karmadon del 2002 in Ossezia del Nord causò la morte di oltre 100 persone. La catastrofe del ghiacciaio georgiano Devdoraki del 2014 distrusse il gasdotto Trans-Caucaso e la centrale idroelettrica di Dariali, bloccando con i detriti il fiume Tergi. La valanga con colata detritica di Shovi del 2023 fece crollare una sezione del ghiacciaio Buba, rilasciando una enorme massa di acqua di fusione all’origine di una piena lampo, come se fosse crollata una diga di ghiaccio.

Il Durupınar — oggi al centro delle prospezioni 3D con il georadar — non ha bisogno del disgelo per essere esplorato. Ma la presenza dell’Arca da quelle parti è solo il frutto di un debole indizio, legato alla prossimità con l’Ararat, alla particolare morfologia, a interpretazioni soggettive delle antiche carte. L’Arca potrebbe essere sepolta altrove, a quote anche maggiori. Se l’Arca è approdata in qualche anfratto ghiacciato delle catene caucasiche ad alta quota, il disgelo annunciato potrebbe svelarne il mistero.

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