Da New York ai murales di Roma, la street art di Keith Haring
L'arte che esce dai musei e dalle sale dei collezionisti e percorre le strade della città, scende nelle metropolitane e si affaccia nei negozi e negli ospedali.
Era quella di Keith Haring, che nei Diari mette nero su bianco quello che per lui è un principio fondamentale, 'Art is for everybody', l'arte è per tutti, e che oggi è al centro di una grande personale a Roma a Palazzo Braschi, dove la versatilità di questo artista, che da un piccolo paesino della Pennsylvania arrivò a diventare uno dei massimi animatori culturali della New York degli anni '80, è raccontata in tutta le sue forme.
Oltre 140 opere formano un caleidoscopio di tecniche e linguaggi impressi su stampe, opere su carta, disegni, poster e sculture compresi i celebri Subway Drawings, con cui Haring diede inizio alla sua carriera disegnando a gessetto sui pannelli della metropolitana di New York. Il racconto dell'esposizione, dal titolo 'Keith Haring', allestita dal 6 ottobre all'11 aprile del 2027, parte da Roma dove l'artista, nato nel 1958 e scomparso nel 1990, arrivò nel 1984 con la sua street art al Palazzo delle Esposizioni (assessore alla Cultura era Renato Nicolini) dove cominciò disegnando un murale sulle scalinate; anche se, ricorda Ilaria Miarelli Mariani, direttrice dei Musei Civici di Roma Capitale, che ha curato la mostra con Kaoru Yanase e Claudio Zambianchi, il segno di Haring è impresso anche su oggetti sorprendenti come la motocicletta Yamaha dipinta proprio in quell'occasione e che campeggia nella prima sala della mostra.
La curatrice Kaoru Yanase, che arriva dal Giappone (come gran parte delle opere prestate dalla Nakamura Keith Haring Collection) si chiede e chiede al pubblico dell'anteprima della mostra "perché Keith Haring oggi" ovvero se i temi trattati dall'artista come il no alla guerra, l'antirazzismo, la prevenzione dell'Aids (malattia che lo portò alla morte prematura), i diritti Lgbtq+, violenza, droga e tecnologia siano ancora attuali oppure no. "L'Arte - dice - non può salvare il mondo, ma può dare qualche suggerimento". E poi c'è l'eredità culturale di Roma: "Se Keith fosse ancora vivo gli piacerebbe il dialogo tra street art e gli edifici storici della città".
Il percorso della mostra si apre come un viaggio che riporta alle origini: la strada e la metropolitana di New York, dove un pezzo di gesso bianco su un pannello pubblicitario vuoto diventa, ogni giorno, un piccolo miracolo pubblico. "Il disegno vive di magia", scriveva Haring nel 1978, e da quella magia arcaica nascono i celebri Subway Drawings, insieme ai pannelli dipinti a spray nel 1984 lungo l'autostrada Fdr Drive, opere che portano il segno di Haring ben oltre i confini della tela.
La mostra costruisce quindi, tassello dopo tassello, la grammatica visiva dell'artista: con Icons, la serie del 1990 che raccoglie le sue figure più iconiche - il Bambino Radiante, l'Angelo, il Cane, l'Uomo Alato - Haring compone un alfabeto capace di essere letto ovunque, da chiunque, anche dai bambini, a volte visti come destinatari ideali del suo lavoro e a cui dedica murales e altre opere negli ospedali come il Mount Dinai e per progetti educativi.
Tra le undici sezioni in cui è divisa la mostra una è riservata alla musica, che occupa un posto centrale nella vita e nell'opera di Haring: dai club e dalla scena underground della New York downtown ai grandi festival jazz. Il Club 57 e il Paradise Garage diventano per Haring luoghi essenziali, dove artisti, musicisti e performer si mescolano liberamente, nutrendosi a vicenda della propria energia. Nell'esposizione romana c'è spazio anche per una collaborazione iconica: quella con lo scrittore William S. Burroughs, guru della beat generation, che portò alla serie di 22 litografie intitolata Apocalypse.
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