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Wednesday, October 28, 2026

Vetrine e saccheggi, a sinistra c’è il vuoto. Perché nessuno ha visto arrivare questi giovani?

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Vetrine e saccheggi, a sinistra c’è il vuoto. Perché nessuno ha visto arrivare questi giovani?

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Certo è grave che nessuno a sinistra li abbia visti arrivare questi giovani che da settimane mettono a ferro e fuoco città come Milano, Roma, Bologna (per non parlare di Parigi e della Francia intera). Grave perché il mancato avvistamento prova ancora una volta come da quelle parti non siano più in grado di cogliere gli umori della società e i relativi bisogni.

Eppure, dovrebbero essere proprio pane per i denti di quelle forze politiche che dichiarano di voler rappresentare fasce sociali subalterne, bisognosi, ultimi. Malauguratamente, nel momento del bisogno esse si sono rivelate desolatamente inadeguate. Dipenderà forse dalla loro ormai inesistente presenza sul territorio, nelle fabbriche, nei quartieri popolari, nei luoghi di aggregazione. Giovani incappucciati e spesso minorenni privi di qualsivoglia slogan politico che non attaccano sedi di partito (almeno per adesso) o simboli istituzionali, ma depredano negozi, arraffano beni di lusso e non, biciclette, felpe, scarpe, persino torte e dolci magari per festeggiare. Che cosa ci dicono quelle vetrine rotte e questi saccheggi?

Ci dicono per cominciare che la protesta spontanea non nasce dal sentirsi parte di una classe sfruttata, come nelle lotte politico-sindacali dell’Otto-Novecento. Sembra invece alimentata dalla rabbia di sentirsi esclusi dal circuito dei consumi. Questi ribelli non reclamano un’utopia, una città ideale. Vogliono le stesse scarpe e gli stessi marchi che vedono addosso ai ricchi che magari odiano. Non contestano il modello sociale consumistico di cui sono vittime, lo hanno anzi interiorizzato al punto da essere incapaci di mettere nel mirino il sistema che lo produce e che li esclude.

Davanti a queste novità, la sfida per il cambiamento è certamente impegnativa. La sinistra storica aveva un soggetto sociale di riferimento facilmente riconoscibile, la classe operaia, collocata nella sfera della produzione delle merci e lì rintracciabile. Aveva un avversario chiaramente identificabile, la borghesia. E, grazie al marxismo nelle sue infinite declinazioni, aveva un mito, il socialismo. Oggi il soggetto sociale di riferimento è frantumato, polverizzato nella sfera dei consumi e nel limbo del precariato, sensibile solo alla capacità che ha di consumare merci. L’avversario ha mutato pelle e cambiato volto, il sistema capitalistico non è più soltanto la fabbrica e nemmeno la tradizionale finanza, una decina di grandi multinazionali, soprattutto quelle che la fanno da padroni nei più sofisticati settori tecnologici, governano il mondo. E la città ideale, il mito? Evaporato, svanito, anche a causa delle terribili esperienze consumate nei cosiddetti paesi del socialismo reale.

Ebbene, di fronte a questi sconvolgenti della struttura sociale, come si attrezzano i nostri partiti progressisti? Si professano come sempre paladini dei più deboli, degli indifesi, degli emarginati. Salvo non sapere più, almeno questa è l’impressione, dove stiano costoro e che cosa essi veramente desiderano. Non sembra abbiano la capacità di analizzare la disarticolazione sociale e soprattutto, al di là della voglia di essere più radicali o di rincorrere il fantomatico centro, non aspirano neanche ad identificare un soggetto sociale definito (meglio essere vaghi per prendere più voti) a cui ancorarsi. Soprattutto pare si vergognino a porsi una domanda elementare: visti gli eccessi, come va riformato, o superato, questo capitalismo rapace che sta divorando persino sé stesso?

Certamente nessuno, ragionevolmente, dovrebbe accontentarsi di riproporre vecchie, inefficaci ricette pseudoriformiste. E soprattutto nessuno può più rimettere in campo il socialismo vecchia maniera come approdo. Ma se non è l’uno né l’altro, che cosa? Ad oggi, il vuoto assoluto. Che non presidia più niente delle antiche aspirazioni della sinistra e lascia spazi immensi di conquista agli avversari, l’ultima versione, la più rapace, del capitalismo.

Servirebbe un pensiero all’altezza del tempo, con un progetto di società alternativa in grado di superare le disuguaglianze sociali che ci stanno distruggendo con le discriminazioni che ne conseguono. Sono i nostri progressisti in grado di rispondere a questa domanda di cambiamento? Ne hanno la voglia? Sono vocati a questi scopi o vogliono solo presidiare un campo per scopi elettorali senza esaudire la domanda politica che da quel campo sembra levarsi?

Se è vero che i giovani che si ribellano non hanno un programma politico, è pur vero tuttavia che le loro proteste si manifestano ormai in ogni angolo della vecchia Europa (e non solo). Agli smagati superstiti della tradizione comunista, quelli formati nella famosa scuola di Frattocchie (ce ne sono ancora tanti in circolazione a sinistra), non dovrebbe sfuggire che le nuove leve che irrompono sulla scena invadendo le città e distruggendo negozi potrebbero in fondo essere espressione di quelle forze di produzione di marxiana memoria che spingono e si ribellano perché l’organizzazione sociale e la relativa sovrastruttura politica sono ormai di ostacolo al loro dispiegarsi. Una volta questa roba loro l’avrebbero chiamata prodromo di una rivoluzione. Una situazione nella quale, mancando una risposta adeguata, anche le forze che si rappresentano come di sinistra rischiano di essere spazzate via con il vecchio mondo.

Di fronte a queste sommosse, il disorientato elettore della sinistra, anche se in molti casi gradisce queste manifestazioni (vedere sondaggi), preferirebbe di gran lunga delle riforme, purché serie. Il salario minimo, che in quanto salario ai suoi occhi sempre una forma di sfruttamento è, non sembra bastare. Si vorrebbe di più per intaccare questo modello di società ingiusta. Ma se la rivoluzione no, per carità, allora, cosa può ed è in grado di offrirgli questa sinistra?

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