Strada sempre più spianata ai cementifici che diventano inceneritori di rifiuti. La denuncia: “Danno al riciclo e falle nei controlli sui rischi”
Da cementifici a inceneritori di rifiuti, con iter autorizzativi sempre più semplificati che, però, creano distorsioni riguardo a trasparenza, controlli, valutazioni di impatto ambientale e mercato del riciclo. Negli ultimi anni, i produttori del cemento stanno sostituendo materie prime e combustibili fossili, come carbone e pet-coke, con rifiuti ad alto potere calorifico (per esempio in plastica) o altri materiali derivati da rifiuti industriali. E si sono trasformati in grandi impianti di co-incenerimento, con i favori di una legislazione che tende a semplificare sempre più gli iter autorizzativi. Lo fa anche il decreto legge Ambiente-bis, approvato dal Consiglio dei Ministri il 2 ottobre scorso. Uno dei risultati? Per quanto riguarda la plastica già venduta a pochi spiccioli, si rende ancora più conveniente bruciare quella proveniente dalla differenziata, piuttosto che riciclarla. Il nuovo decreto introduce altre semplificazioni per l’utilizzo del Css (Combustibile solido secondario) nei cementifici e riprova, stavolta con un decreto legge, a definire queste attività come opere di “pubblica utilità, indifferibili e urgenti”. La chiamano economia circolare, ma alcuni dei territori dove questi impianti operano non ci stanno. Isde (Medici per l’Ambiente) Italia, Comitato popolare ‘Lasciateci respirare?’, ‘E Noi?’ – Comitato di cittadini, No Css Gubbio e Coordinamento civico Ambiente e Salute hanno curato un report dal titolo ‘Dossier sull’impiego di rifiuti e materiali derivati nella produzione del cemento: criticità ambientali, regolamentari e sanitarie’. Tre i casi analizzati: quello di Galatina (Lecce), di Gubbio (Perugia) e di Monselice (Padova). Da quanto appreso da ilfattoquotidiano.it, in attesa che il decreto – dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale – passi in Parlamento per la conversione in legge, il presidente della Provincia di Lecce, Fabio Tarantino e i comuni di Melpignano e Monselice hanno già trasmesso il dossier alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.
Dal decreto Clini all’ultima mossa del Governo Meloni
La storia di questi territori è legata a una serie di decreti. Tredici anni fa, l’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini sdoganò l’utilizzo dei combustibili da rifiuti nei cementifici per sostituire i combustibili fossili tradizionali. Nel 2021, con il Decreto semplificazioni, l’ex ministro Roberto Cingolani ha introdotto la disciplina del silenzio-assenso, permettendo – in assenza di un intervento delle autorità locali – il co-incenerimento senza la Valutazione di impatto Ambientale. Nel 2025, ancora un Ddl sulle semplificazioni ha inserito diverse agevolazioni per l’utilizzo del Css nei cementifici, facilitando il trasporto via mare di rifiuti e consentendo trasferimento e utilizzo in Italia di rifiuti che prima venivano esportati nel Nord Africa, in Asia o nei Balcani. Il nuovo decreto punta a snellire ancora di più l’iter burocratico. Il testo specifica le condizioni affinché l’impiego di Css non costituisca una modifica sostanziale dell’Autorizzazione integrata ambientale, estendendo fino al 31 dicembre 2030 la disciplina speciale relativa ai limiti di emissione per i cementifici che lo utilizzano per il recupero energetico.
I danni all’industria del riciclo
La strada spianata a un settore, sta diventando un problema enorme per un altro, quello del riciclo. La plastica vergine sul mercato in quantità abnormi e a prezzi crollati, costa già meno di quella riciclata. Per questo, una grande quantità di rifiuti in plastica finisce proprio nei cementifici per essere bruciata invece di diventare un nuovo prodotto. I produttori di cemento abbattono così i costi per il combustibile e spesso vengono pagati per ricevere questi rifiuti, ma il circolo vizioso finisce con il rendere ancora più conveniente il co-incenerimento rispetto al riciclo. “Invece di mettere in atto misure per risolvere questa contraddizione, il governo sceglie deliberatamente di favorire i cementifici” spiegano i comitati. A denunciare i rischi, dopo il decreto del 2025, anche Claudia Salvestrini, direttrice del Consorzio nazionale per il riciclaggio dei rifiuti di beni in polietilene: “Non escludo che la liberalizzazione del CSS-combustibile possa ripercuotersi negativamente sulla filiera del riciclo”. E ancora: “Inviare gli scarti ai cementifici non è la strada giusta se si vuole puntare sull’economia circolare”.
I dubbi sulla riduzione delle emissioni e i rischi nel contesto dell’Ets
Il riciclo sacrificato sull’altare della decarbonizzazione nella produzione del clinker? Non sembra affatto. “Non sono disponibili studi di enti indipendenti, basati su dati effettivi e non teorici, che dimostrino l’effettiva sostanziale riduzione delle emissioni di Co2 attribuibile all’introduzione del Css nei cementifici” si spiega nel dossier. Il suo impiego permette di rimpiazzare una quota di combustibili fossili tradizionali, ma alcuni studi mostrano “un abbassamento del rendimento energetico e un aumento dell’energia termica specifica necessaria a produrre una tonnellata di clinker, dei flussi di massa dei fumi a parità di clinker prodotto e del ciclo complessivo di Co2 (dovuta alla maggiore plastica prodotta da materia prima, dato che il riciclo è poco conveniente)”. Una parte significativa del Css deriva, poi, proprio da plastiche e derivati del petrolio. Come si traduce tutto questo nel contesto dell’Emission Trading System (Ets) europeo? “L’introduzione dei rifiuti o di materiale prodotto da rifiuto consente alle aziende di compensare parzialmente l’acquisto delle quote Ets – spiega il dossier – senza che ciò implichi necessariamente una diminuzione significativa delle emissioni per unità di clinker prodotta”.
Le esenzioni dagli obblighi di registrazione
I cementifici, inoltre, non devono registrare cemento e clinker ai fini del regolamento europeo Reach. Vanno registrate solo le singole sostanze, ma il cemento è una miscela e la sostanza base (il clinker) gode di una specifica esenzione, se non modificata chimicamente durante o dopo la produzione. “L’affermazione che clinker e cemento derivante da processi che utilizzano grandi quantità di rifiuto o di materiali provenienti da rifiuti ‘non modifichi chimicamente’ il prodotto immesso sul mercato appare del tutto irrealistica” spiegano i comitati. Nell’analisi tecnica redatta dall’ingegnere Antonio De Giorgi, allegata al dossier, si parla del rischio che rifiuti dichiarati ufficialmente ‘non pericolosi’ si rivelino in realtà “nella carenza delle procedure di tracciabilità, di analisi e di controllo, come ‘pericolosi’ e impiegati nel cemento”. Emblematica l’inchiesta della Procura di Venezia sul cemento impiegato nell’Autostrada A31 Valdastico Sud e altre strade di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Indagine che ha rivelato “come metalli pesanti come fluoruro, bario, piombo, arsenico, mercurio, diossine e altre sostanze altamente cancerogene come il cromo esavalente siano state impiegate nel cemento”.
Le lacune istruttorie: il caso di Galatina
Un altro problema riguarda il Piano regionale di gestione dei rifiuti che deve essere definito e approvato dalle Regioni, stabilendo quali impianti e attività rientrino nella programmazione. Un esempio è quello del cementificio Colacem di Galatina (nella foto) che, come raccontato da ilfattoquotidiano.it (Leggi l’inchiesta), è da tempo al centro della battaglia di associazioni e comitati locali. Nel suo parere tecnico, De Giorgi contesta l’impostazione secondo cui il Piano regionale di gestione dei rifiuti speciali non troverebbe applicazione al cementificio perché l’attività di recupero dei rifiuti sarebbe marginale. “Il quantitativo complessivo autorizzato di rifiuti da trattare, ossia 408.800 tonnellate all’anno, non può essere definito ‘marginale’” spiega De Giorgi. E sottolinea come, nell’ambito dell’Aia, non risultino resi pubblici i risultati delle analisi chimiche dei lotti di produzione del clinker e del cemento ottenuti con l’impiego dei rifiuti autorizzati, né risulti disponibile un quadro sistematico delle analisi effettuate sui materiali introdotti nel ciclo produttivo.
L’effetto dell’utilizzo di Css sugli impatti ambientali e sanitari
Nel frattempo, però, nell’ambito della Valutazione dell’impatto sanitario necessaria al rinnovo dell’Aia, Arpa e Asl sostengono che, nello scenario di emissioni autorizzate (quindi potenziali), c’è un rischio cancerogeno superiore alla soglia di accettabilità, per arsenico e cromo esavalente (Leggi l’approfondimento). Questo aspetto, legato all’introduzione del Css nei cementifici, è affrontato del contributo di Agostino Di Ciaula, presidente del Comitato scientifico di Isde Italia, allegato al dossier. “L’impiego nei cementifici di combustibile derivato da rifiuti, come il Css, in sostituzione di percentuali variabili di combustibili fossili – spiega Di Ciaula – causa produzione ed emissione di metalli pesanti in misura significativamente superiore a quella rilevabile in seguito all’utilizzo degli stessi combustibili alternativi in impianti progettati per questo scopo (gli inceneritori ‘classici’)”. Non solo: “E anche, negli stessi cementifici, in misura maggiore rispetto al solo utilizzo di combustibili fossili”. Ma la dissonanza tra la carenza di valutazioni ambientali e il rischio ambientale e sanitario è al centro anche della storia di Monselice, dove oggi è rimasto attivo un solo cementificio, lo stabilimento di Buzzi Unicem, mentre lo storico impianto dell’Italcementi è chiuso da anni ed è attualmente in fase di demolizione. Qui i comitati contestano, tra le altre cose, l’assenza nell’Autorizzazione integrata ambientale, la mancata attuazione del Piano ambientale del Parco Regionale dei Colli Euganei, ma anche “la presenza di elevati livelli di contaminazione rilevati nelle matrici ambientali vicine l’impianto”.
Le assenze di valutazione ambientale e il caso di Gubbio
La città di Gubbio, invece, convive con la presenza di due cementifici (Barbetti e Colacem Ghigiano) costruiti più di mezzo secolo fa e oggi autorizzati anche al co-incenerimento del Css, senza mai essere stati sottoposti a nuova Via. Per produrre il clinker, il cementificio Barbetti è stato autorizzato a introdurre diversi rifiuti industriali, come fanghi di depurazione, scorie e ceneri da forni e da fonderie. Inoltre, è possibile addizionare alla marna, l’End of Waste (il matrix) derivato dal trattamento delle scorie di incenerimento dei rifiuti urbani. “Materiali che possono presentare rischi di contaminazione da sostanze potenzialmente tossiche, tra cui microinquinanti organici e Pfas” denunciano i comitati. Nell’istruttoria relativa all’Aia che ha portato all’autorizzazione, non vi è alcun riferimento a questi rischi. Secondo i comitati i cementifici sono stati autorizzati “a bruciare rifiuti via via più tossici e meno controllati. Ad ogni passo le autorità locali, sindaco, amministrazioni regionali, Asp Umbria hanno richiesto una revisione delle autorizzazioni e, contestualmente, a Roma venivano emanati decreti di “semplificazione”, anche sulle autorizzazioni per il trasporto via mare di rifiuti. “A Gubbio sono autorizzati a bruciare fino a 100mila tonnellate di rifiuti ogni anno – denunciano i comitati – per un totale di 3500 tir, 16 per ogni giorno feriale”. E Arpa Umbria non può verificare cosa contengono i camion di rifiuti che entrano nei cementifici. Non ha competenza. Ciliegina sulla torta è stata, ad aprile, la Legge 50: le industrie insalubri di prima e seconda classe che già posseggono Aia, Autorizzazione unica ambientale o autorizzazioni ambientali per emissioni e scarichi, non sono più classificate come tali. “Sono stati così estromessi dalla procedura di valutazione dei rischi ambientali e sanitari di origine industriale i sindaci” che pure sono responsabili della tutela della salute dei cittadini. Amministrazioni locali e comitati civici hanno via via presentato ricorsi contro le ‘semplificazioni’, ma il Tar Umbria li ha rigettati. I comitati si sono appellati al Consiglio di Stato.
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