Iraq, gli ultimi soldati americani verso l’uscita: la lunga ombra di una guerra

A Falluja la parola «ritiro» ha un suono particolare. Nel 2004 la città fu teatro di alcune delle battaglie più dure tra le truppe americane e gli insorti iracheni. Oggi, mentre gli ultimi militari degli Stati Uniti si preparano a lasciare il Paese, Abdulrahman al-Zobaie, un capo tribale sunnita intervistato da Reuters, esprime un sentimento meno semplice della gioia per una partenza: il desiderio di piena sovranità e, insieme, il timore che dopo gli americani resti un vuoto nella sicurezza. A Falluja si conoscono bene sia il peso di un esercito straniero sia quello delle armi che sfuggono al controllo dello Stato.
Secondo il calendario concordato da Washington e Baghdad, le forze americane dovrebbero lasciare le ultime basi irachene entro mercoledì 30 settembre. La partenza dell’ultimo soldato non è ancora stata confermata. Quando avverrà, la scena sembrerà chiudere una storia cominciata ventitré anni fa. In realtà quella storia ha già avuto una prima uscita e un ritorno.
Nel marzo 2003 gli Stati Uniti e i loro alleati invasero l’Iraq e rovesciarono Saddam Hussein. Washington promise agli iracheni di aiutarli a costruire un Paese libero e pacifico dopo la fine della dittatura. La guerra venne giustificata anche con la minaccia delle armi di distruzione di massa: gli arsenali annunciati non furono trovati. La caduta del regime fu rapida; costruire uno Stato capace di reggere al suo posto si rivelò assai più difficile.
Vennero gli anni dell’insurrezione, degli attentati, della violenza tra comunità e delle battaglie per il controllo del Paese. Nel 2007 i soldati americani in Iraq erano più di 170 mila. Quando lasciarono il Paese alla fine del 2011, molti videro in quella partenza la conclusione della guerra. Tre anni dopo, però, lo Stato islamico conquistò Mosul e vaste zone dell’Iraq e della Siria. Il governo di Baghdad chiese aiuto e le forze statunitensi tornarono, questa volta come parte della coalizione contro l’ISIS.
Anche quella missione è cambiata. Perso il territorio che controllava, lo Stato islamico non è scomparso, ma non dispone più del dominio che esercitava nel 2014. Il ruolo di combattimento dei militari statunitensi in Iraq si è concluso alla fine del 2021; quelli rimasti hanno continuato a fornire addestramento, consulenza e sostegno alle forze irachene nella lotta antiterrorismo. Nel 2024 Baghdad e Washington hanno concordato il passaggio dalla missione della coalizione a un diverso rapporto di cooperazione per la sicurezza. L’intesa prevedeva una prima fase entro settembre 2025 in Iraq e una seconda fase di sostegno alle operazioni contro l’ISIS in Siria da basi irachene fino ad almeno settembre 2026, secondo le condizioni sul terreno. Il ritiro dalle ultime basi, soprattutto nel Kurdistan iracheno, è il tratto finale di quel percorso.
La data del 30 settembre pesa però anche sulla politica interna. Il primo ministro Ali al-Zaidi aveva promesso di portare le armi delle fazioni sotto il controllo dello Stato entro quella data. Un suo consigliere ha poi chiarito che il termine riguarda il ritiro della coalizione e non impone la consegna delle armi nello stesso giorno: il negoziato con i gruppi armati richiederà più tempo. Alcune delle fazioni più potenti, vicine all’Iran, continuano a rifiutare il disarmo. Il quadro è complesso: alcune appartengono formalmente alle Forze di mobilitazione popolare, parte delle forze armate irachene, ma continuano ad agire con una propria autonomia. Alcune hanno motivato la propria presenza armata con quella dei soldati americani. Se questi ultimi se ne vanno e le milizie restano, la questione diventa ancora più netta: può uno Stato dirsi sovrano se non controlla tutte le armi sul proprio territorio?
Teheran e i suoi alleati iracheni presentano l’uscita degli americani come una vittoria. Per altri iracheni è un passaggio atteso da tempo, ma carico di incognite. Nel Kurdistan e in una parte degli apparati di sicurezza si teme di perdere intelligence e sostegno militare proprio mentre cellule dell’ISIS restano attive. Questo rischio non significa che una nuova offensiva jihadista sia inevitabile. Significa che la sicurezza dovrà dipendere sempre più dalla capacità delle istituzioni irachene di prevenire gli attacchi e di agire insieme.
C’è anche un paradosso regionale. Gli Stati Uniti lasciano le basi irachene mentre combattono una guerra contro l’Iran, il vicino che nel frattempo ha costruito una vasta influenza nella politica e tra le formazioni armate dell’Iraq. Baghdad ha cercato a lungo di tenere aperti i rapporti con entrambi. Il ritiro non cancellerà questa posizione difficile, né interromperà necessariamente la collaborazione con Washington: cambierà il modo in cui l’Iraq dovrà gestirla.
La preoccupazione che arriva da Falluja riporta la storia alla vita delle persone. Si può volere che un esercito straniero parta e chiedere, nello stesso momento, di non essere lasciati alla mercé di un’altra forza armata. L’ultimo soldato americano può uscire da una base in un giorno. Per l’Iraq, la prova della sovranità comincia il giorno dopo.
L'ambasciata statunitense vista dall'altra sponda del fiume Tigri a Baghdad (AFP)
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