Elezioni in Israele, Eisenkot sfida Netanyahu. Lo scenario politico

Il 27 ottobre gli israeliani vanno alle urne per il rinnovo della Knesset (il Parlamento) e per eleggere un nuovo governo. Si tratta di elezioni cruciali, le prime dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.
Due i blocchi principali: da una parte, c’è il raggruppamento guidato dall’attuale premier Benjamin Netanyahu (insieme ai partiti di estrema destra), dall’altra invece c’è il fronte anti-Netanyahu, il cui esponente principale è Gadi Eisenkot.
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Il peso del 7 ottobre
Queste elezioni in Israele arrivano dopo anni difficilissimi per il Paese, segnato soprattutto dagli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 che hanno aperto una crisi sia interna che esterna. E proprio il 7 ottobre è uno dei temi che ha dominato la campagna elettorale, con uno scontro sulla responsabilità di quanto accaduto.
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La commissione d'inchiesta
Per lo schieramento anti-Netanyahu, è del governo uscente la colpa per il fallimento della sicurezza israeliana. Anche per questo, c’è un grande sostegno per l’istituzione di una commissione d’inchiesta statale indipendente che accerti le responsabilità politiche e militari degli attacchi. Questa richiesta, tra l’altro, si è rafforzata dopo che il quotidiano israeliano Haaretz ha rivelato che Netanyahu sarebbe stato avvisato, poco prima del 7 ottobre, dagli Emirati e dall’Egitto, del rischio di un attacco in arrivo da Gaza. Il premier ha però sempre negato che questo sia successo. Netanyahu e i suoi alleati, del resto, sono contrari a una commissione d’inchiesta indipendente e, in questi anni, hanno continuato a rivendicare i risultati delle operazioni militari - non solo a Gaza (dove sono morte oltre 74mila persone), ma anche in Libano e in Iran - scattate dopo gli attacchi di Hamas.
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Lo schieramento di Netanyahu
In queste elezioni il primo ministro in carica - che ha governato per la maggior parte degli ultimi 17 anni - cerca la riconferma con il suo partito, il Likud. Ma Netanyahu conta anche sull'appoggio delle forze di estrema destra israeliane, come il Partito Sionista Religioso e Potere Ebraico (Otzma Yehudit), guidati rispettivamente da Bezalel Smotrich - ministro delle Finanze - e da Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale conosciuto anche per il sostegno alle violenze dei coloni israeliani contro i palestinesi. Nei giorni prima delle elezioni Netanyahu ha sottolineato che "queste elezioni sono cruciali per il nostro futuro: o la destra o la Palestina" (in ebraico lo slogan fa rima: "Yamin O Falastin").
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Netanyahu - ©Ansa
Eisenkot, il candidato anti-Netanyahu
Tra i principali esponenti dell'opposizione c'è invece Gadi Eisenkot - 66 anni, 44 dei quali passati in divisa militare - che guida il partito Yashar ("onesto", in ebraico) e che rappresenta il principale avversario di Netanyahu. Eisenkot è l'ex capo di Stato maggiore dell'esercito. Suo figlio, Gal, è rimasto ucciso a 25 anni mentre prestava servizio come soldato riservista a Gaza nel dicembre del 2023, poco dopo l'inizio della rappresaglia israeliana dopo gli attacchi del 7 ottobre.
Eisenkot è una figura che è rimasta più defilata, rispetto al suo avversario, nei mesi precedenti al voto, ma che non ha mai smesso di ribadire di voler pensare al "dopo", e non solo agli obiettivi militari imminenti. Dopo il 7 ottobre, per qualche mese, è entrato nel Consiglio di guerra, ma se ne è andato dopo alcuni mesi, in aperto disaccordo con Netanyahu soprattutto per come è stata gestita la crisi degli ostaggi. È però comunque rimasto in politica, dicendo di voler mantenere l’impegno verso le nuove generazioni, verso i caduti in battaglia - a Gaza ha perso anche due nipoti, oltre che il figlio - e verso chi vuole continuare a vivere in Israele.
Eisenkot - ©Ansa
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Gli altri candidati
Tra i candidati anti-Netanyahu ci sono anche due ex premier: Yair Lapid e Naftali Bennett. Si sono alleati in B'Yachad (significa "Insieme" in ebraico, ndr) per aggregare forze di centrodestra che non vogliono sostenere Netanyahu. Ma la situazione è molto frammentata, perché ci sono tanti altri partiti, come ad esempio quello dei Democratici (nato nel 2024), molto critici nei confronti di Netanyahu, di Yair Golan. E poi c'è Popolo d'Israele, il partito ultranazionalista - fondato lo scorso agosto - guidato dall'ex generale in pensione Ofer Winter che ha deciso di non correre con Netanyahu. E c'è anche il partito Yisrael Beiteinu, della estrema destra laica, guidato da Avigdor Lieberman.
Fuori dai giochi, invece, l'ex ministro della Difesa e leader del partito Bianco e Blu, Benny Gantz: per via dell'esito negativo dei sondaggi, a pochi giorni dal voto, il 19 ottobre scorso, ha deciso di ritirarsi dalla corsa elettorale.
L’ago della bilancia: i partiti arabi
In questo contesto, i partiti cosiddetti arabi, ovvero quelli che rappresentano la popolazione palestinese israeliana, e cioè Hadash, Ta’al e Balad (che si sono uniti nella Lista Unita) e Ra’am, potrebbero rappresentare l'ago della bilancia. Yousef Jabareen, leader della Lista Unita, ha detto che potrebbe sostenere dall’esterno un esecutivo alternativo a quello di Netanyahu, ponendo però tra le condizioni un piano concreto contro la criminalità nelle comunità arabe. Ma c'è comunque riluttanza da parte della fazione guidata da Eisenkot a formare un governo con la componente araba. Come ricorda bene un'analisi dell'Ispi, infatti, dietro al rifiuto c’è soprattutto un calcolo elettorale: la competizione tra i due blocchi si gioca in gran parte sugli elettori di destra, difficilmente disposti a sostenere un partito che si apre a un’alleanza con gli arabi.
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Il "fattore Trump"
Netanyahu intanto, come da previsioni, ha incassato anche il sostengo del presidente americano Donald Trump. Con una lettera indirizzata al "grande popolo di Israele", il tycoon, in un post su Truth, ha espresso il suo "pieno e totale sostegno a Bibi Netanyahu". Eisenkot, dal canto suo, ha replicato subito al messaggio di Trump, sottolineando che "solo gli israeliani possono scegliere il proprio leader".
Netanyahu e Trump - ©Ansa
I sondaggi e i possibili scenari post voto
Secondo diversi sondaggi circolati nelle settimane prima del voto, nessuno dei due principali blocchi sembrerebbe in grado di raggiungere da solo i 61 seggi necessari per avere la maggioranza alla Knesset. A livello di partiti, stando alle ultime rilevazioni dell’emittente Channel 12, Yashar - cioè il partito di Eisenkot - è in leggero vantaggio sul Likud. C'è dunque molta incertezza, come sottolineato anche dall'ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled, lo scorso 15 ottobre: "Credo che sarà un testa a testa. Sarei molto sorpreso se una delle due parti ottenesse una vittoria schiacciante. Mi sorprenderebbe sia una vittoria netta del governo Netanyahu, sia una vittoria netta dell'opposizione". "È importante notare, però - ha aggiunto - che in Israele si fanno sempre più sentire voci che auspicano una coalizione ampia, magari un governo di unità nazionale. Credo che la maggior parte degli israeliani preferirebbe evitare un'altra campagna elettorale o un vincitore che ottenga solo un margine risicato". Il sistema elettorale israeliano, infatti, non prevede un premio di maggioranza. E un eventuale stallo potrebbe durare mesi.
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