Marina Militare, come cambia la flotta italiana

Nuove navi, caccia F-35B imbarcati, una forza anfibia condivisa con l'Esercito e un'industria nazionale capace di progettare e costruire quasi tutto: la Marina Militare sta vivendo una trasformazione profonda, che però resta ai margini del dibattito pubblico. Con Andrea Molle, professore associato di Scienza politica alla Chapman University (California), analizziamo cosa sta cambiando, perché conta per un paese che dipende dal mare per commercio ed energia e quali fattori meno visibili, dal personale alla manutenzione, dalle scorte di munizioni alla filiera industriale, decideranno se la flotta dei prossimi anni sarà davvero pronta a operare.
1. La Marina Militare sta cambiando in profondità, con nuove navi, nuovi aerei e nuove capacità, eppure se ne parla poco. Perché un cambiamento così importante per la sicurezza del paese resta lontano dall'attenzione dell'opinione pubblica?
Perché in Italia continuiamo ad avere una percezione provinciale della sicurezza nazionale, nonostante il nostro paese sia in larga parte una penisola proiettata nel Mediterraneo con un'economia fortemente dipendente dal mare e dagli scambi con l'estero. Inoltre, il dibattito sulla Difesa si concentra sulla percentuale del PIL destinata alle spese militari, sugli F-35 o sui singoli programmi, mentre è molto più difficile far comprendere la necessità di una trasformazione che avviene progressivamente e riguarda l'architettura complessiva dello strumento navale. Eppure è proprio questo l'aspetto interessante: l'Italia non sta semplicemente sostituendo vecchie navi con navi nuove, ma sta costruendo una flotta molto più integrata, capace di combinare aviazione imbarcata di quinta generazione, capacità anfibia condivisa con l'Esercito, fregate antisommergibile, difesa aerea, sommergibili, sistemi unmanned, capacità di seabed warfare e una crescente proiezione expeditionary. Nel 2024 la Marina ha dichiarato la Initial Operational Capability della componente F-35B imbarcata sulla Cavour, mentre nel 2025 Cavour e Trieste hanno già operato insieme durante Mare Aperto, formando rispettivamente il nucleo del Carrier Strike Group e dell'Amphibious Task Group. Non stiamo quindi parlando soltanto di programmi futuri: una parte della trasformazione è già operativa.
2. Per molti anni il Mediterraneo è stato visto soprattutto come il luogo di emergenze come le migrazioni, il terrorismo e l'instabilità del Nord Africa. Oggi ci sono di nuovo le grandi potenze, come Russia e Cina, e tensioni crescenti nel Mar Rosso e attorno al Canale di Suez. Cosa significa questo per l'Italia, una penisola al centro del Mediterraneo che dipende dal mare per commercio ed energia?
Significa innanzitutto che dobbiamo smettere di pensare al Mediterraneo come a uno spazio chiuso. La nozione di Mediterraneo allargato nasce precisamente dalla constatazione che la sicurezza italiana dipende da dinamiche che iniziano molto lontano dalle nostre coste: dall'Atlantico attraverso Gibilterra, dal Mar Nero, dal Nord Africa, dal Mar Rosso attraverso Suez e Bab el-Mandeb, fino al Golfo e all'Oceano Indiano. Una crisi nel Mar Rosso produce conseguenze immediate sui traffici diretti verso i porti italiani; un conflitto nel Golfo può incidere sugli approvvigionamenti energetici; l'instabilità del Nord Africa riguarda contemporaneamente sicurezza, energia e flussi migratori. A questo si aggiunge il ritorno della competizione fra potenze e la crescente importanza delle infrastrutture sottomarine, dai cavi alle pipeline. Per l'Italia il mare non è quindi soltanto una frontiera da sorvegliare: è lo spazio attraverso il quale il paese è collegato al sistema economico mondiale. Una Marina capace serve precisamente a garantire che quei collegamenti rimangano aperti.
3. Francia e Regno Unito hanno armi nucleari, sommergibili a propulsione nucleare e basi sparse nel mondo, mentre l'Italia no. Una flotta convenzionale ben costruita e bilanciata in tutte le sue componenti può comunque garantire al paese un peso reale in Europa e nel Mediterraneo?
Certamente, purché non confondiamo categorie strategiche differenti. Sarebbe difficile sostenere che l'Italia possieda una Marina complessivamente più potente di quelle britannica o francese: Londra e Parigi dispongono della deterrenza nucleare, di sommergibili nucleari d'attacco e di una capacità di proiezione globale che l'Italia non possiede e non cerca di replicare. Ma proprio perché non sostiene i costi enormi di SSBN, SSN e deterrenza nucleare, l'Italia può concentrare risorse sulla costruzione di una flotta convenzionale eccezionalmente equilibrata. Cavour con gli F-35B, Trieste e la componente anfibia, FREMM e FREMM EVO, PPA, l'ammodernamento degli Orizzonte, i futuri DDX, quattro U212 NFS, nuove capacità di contromisure mine, sistemi unmanned e seabed warfare costituiscono nel loro insieme qualcosa di più importante della singola piattaforma: una flotta di sistemi. Questo rende l'Italia particolarmente interessante nel Mediterraneo perché il valore di una Marina non dipende esclusivamente dal tonnellaggio o dal numero delle navi, ma dalla possibilità di mettere insieme una forza completa, proteggerla sopra e sotto la superficie, sostenerla logisticamente e produrre effetti dal mare verso terra. In questo senso, nel prossimo decennio, l'Italia potrebbe disporre di una delle più complete marine convenzionali europee.
4. L'Italia dispone oggi di due grandi navi con ponte di volo. La portaerei Cavour imbarca i caccia F-35B, mentre la Trieste è pensata per trasportare e sbarcare truppe e mezzi. Quanto è realistico farle operare insieme in una stessa missione, e cosa serve perché questo accada davvero?
Non è più soltanto un'ipotesi teorica, perché è già avvenuto. Durante Mare Aperto 2025 Trieste ha operato per la prima volta al fianco di Cavour e la stessa Marina descrive oggi Cavour come ammiraglia del Carrier Strike Group e Trieste come ammiraglia dell'Amphibious Task Group, entrambi componenti dell'Expeditionary Task Force. La complementarità è molto interessante. Cavour fornisce la componente aeronavale e, attraverso gli F-35B, capacità di difesa aerea, attacco contro obiettivi terrestri e navali, raccolta e condivisione di informazioni e soppressione delle difese nemiche. Trieste aggiunge comando, trasporto, elicotteri, mezzi da sbarco, supporto logistico e sanitario e la capacità di proiettare una forza sulla terraferma. Intorno alle due grandi unità servono naturalmente fregate antisommergibile, difesa aerea, sommergibili, rifornitori e tutti gli altri elementi necessari alla protezione del gruppo. Il limite principale è che possedere la piattaforma non equivale automaticamente a disporre della capacità. La Marina prevede 15 F-35B e una componente numericamente limitata impone inevitabilmente compromessi fra addestramento, manutenzione e disponibilità operativa. Lo stesso vale per elicotteri, mezzi da sbarco e scorte. L'Italia possiede ormai l'architettura di una vera capacità expeditionary; la questione dei prossimi anni sarà riuscire a riempirla con un numero sufficiente di assetti disponibili.
5. L'Italia sta sviluppando una forza anfibia che unisce i fanti di marina della Brigata San Marco e i Lagunari dell'Esercito. Cosa serve perché questa forza sia davvero pronta all'uso?
Bisogna innanzitutto superare l'immagine dello sbarco anfibio come riedizione della Normandia. Le operazioni contemporanee sono molto più distribuite e possono avvenire utilizzando contemporaneamente elicotteri, mezzi da sbarco, forze specializzate, sensori, droni e sistemi di comando. La stessa Marina attribuisce a Trieste la capacità di condurre movimenti nave-terra da oltre 24 miglia dalla costa, sostenendoli con capacità C4I, logistiche e sanitarie. La Forza di Proiezione dal Mare consente inoltre di integrare la Brigata Marina San Marco con la componente dell'Esercito, in particolare i Lagunari, costruendo una forza realmente joint. Ma la nave e le truppe sono soltanto due elementi. Servono elicotteri disponibili in numero adeguato, mezzi da sbarco, protezione aerea e navale, intelligence, logistica e soprattutto addestramento continuo. Nel settembre 2026 la Marina ha fatto operare insieme Trieste, San Giorgio, San Marco e San Giusto proprio per consolidare la prontezza della componente anfibia. È questo genere di attività, molto meno visibile del varo di una nuova nave, che trasforma una capacità teorica in una capacità militare reale.
6. Una forza che parte dal mare non serve solo in guerra: può evacuare cittadini italiani, portare aiuti o mettere temporaneamente in sicurezza un porto o un aeroporto. Quali possibilità in più offre al governo, e quali rischi politici comporta intervenire senza appoggiarsi alle basi di un altro paese?
Il vantaggio fondamentale è la pluralità di opzioni politiche. Una forza basata sul mare può essere posizionata vicino a una crisi senza dover ottenere preventivamente una base terrestre, può rimanere in acque internazionali e può essere ritirata senza lasciare una presenza permanente. Questo consente una gradualità che le forze terrestri tradizionali difficilmente offrono: evacuare cittadini, distribuire aiuti, fornire assistenza sanitaria, proteggere temporaneamente un'infrastruttura o, se necessario, inserire una forza combattente. Trieste è particolarmente significativa perché combina trasporto e proiezione anfibia con comando e un'importante capacità sanitaria Role 2 Enhanced, comprendente sale operatorie, TAC, terapia intensiva e possibilità di espansione delle strutture sanitarie. In una regione come il Mediterraneo allargato, dove una crisi può verificarsi in Libia, nel Levante, nel Corno d'Africa o nel Mar Rosso, questa autonomia ha un valore politico notevole. Naturalmente proprio la facilità di schierare una forza può abbassare la soglia politica dell'intervento. Una capacità expeditionary deve quindi rimanere subordinata a obiettivi politici estremamente chiari e limitati: cosa vogliamo ottenere, per quanto tempo, con quali regole d'ingaggio e soprattutto come intendiamo uscire dalla crisi.
7. L'interesse strategico italiano arriva ormai fino al Golfo e all'Oceano Indiano. La flotta riuscirà a garantire una presenza costante su un'area così vasta, sapendo che le navi possedute non sono tutte disponibili nello stesso momento?
Questo è probabilmente uno dei problemi più seri. Non bisogna mai confondere il numero totale delle unità con quello delle unità effettivamente disponibili. Una parte della flotta sarà sempre in manutenzione, un'altra in addestramento e un'altra ancora impegnata in missioni differenti. Più si allarga geograficamente l'interesse strategico italiano, più aumenta quindi il problema della sostenibilità della presenza. La risposta non può essere semplicemente costruire un numero illimitato di navi. Occorrono piattaforme con elevata disponibilità, capacità logistica, rifornimento in mare, accordi con alleati e partner e soprattutto una chiara gerarchia delle priorità. L'Italia non può presidiare permanentemente ogni punto compreso fra Gibilterra e l'Oceano Indiano, ma può mantenere una presenza selettiva nei nodi decisivi, contribuire alle missioni NATO ed europee e avere la capacità di concentrare rapidamente una forza quando emerge una crisi. La vera misura della potenza navale italiana non sarà quindi la possibilità di essere ovunque contemporaneamente, ma quella di essere presente con continuità dove serve e di generare rapidamente massa quando diventa necessario.
8. Sono previste FREMM EVO, nuovi pattugliatori, nuovi cacciatorpediniere e quattro U212 NFS. Questo programma reggerà nel tempo? E cosa succederebbe se una parte venisse rinviata o ridotta?
Il rischio esiste sempre perché stiamo parlando di programmi che attraversano più legislature e competono con altre priorità di bilancio. Ma c'è una differenza rispetto al passato: molti di questi programmi non sono più semplicemente aspirazioni della Marina. Le due FREMM EVO sono già inserite nella programmazione; i quattro U212 NFS sono un programma concreto e il primo battello è entrato nel 2026 nella fase di assemblaggio integrato, con consegne previste a partire dal 2029; proseguono inoltre gli studi per i DDX e la costruzione dei nuovi PPX. Il punto importante è che questi programmi sono complementari. Se si elimina un elemento, non si perde soltanto una nave ma si indebolisce l'equilibrio del sistema. Rinviare i DDX, per esempio, significa incidere sulla futura capacità di difesa aerea della flotta; ridurre i sommergibili significa diminuire capacità di deterrenza, intelligence e controllo subacqueo; ridurre le fregate incide sulla capacità antisommergibile e sulla presenza. È proprio perché la forza è stata progettata come un sistema bilanciato che bisogna giudicare eventuali tagli per il loro effetto sull'architettura complessiva, non soltanto per il risparmio prodotto sul singolo programma.
9. L'Italia è tra i pochi paesi in grado di progettare e costruire da sé quasi tutto ciò che serve alla propria Marina, grazie ad aziende come Fincantieri, Leonardo e MBDA Italia. Quali vantaggi porta questa capacità al paese, in autonomia, lavoro ed esportazioni, e quali punti deboli potrebbe nascondere?
È probabilmente uno degli elementi più sottovalutati nel dibattito pubblico sull'intera trasformazione. Una Marina moderna non è soltanto uno strumento militare: è il prodotto finale di un ecosistema industriale estremamente complesso. L'Italia dispone di una capacità quasi completa nella progettazione e costruzione delle piattaforme navali, dei sistemi di combattimento, della sensoristica, dell'elettronica e di una parte importante dell'armamento. Il programma U212 NFS è particolarmente indicativo: la Marina sottolinea esplicitamente l'aumento della componente nazionale, dal sistema di combattimento sviluppato da Leonardo alla guerra elettronica e ad altri sottosistemi prodotti dall'industria italiana. Il vantaggio non è soltanto economico o occupazionale. È strategico. Un paese che possiede capacità progettuale, cantieri, integrazione dei sistemi, manutenzione e aggiornamento tecnologico conserva un margine di autonomia molto maggiore rispetto a uno Stato che acquista piattaforme complete all'estero. Inoltre, la continuità degli ordini nazionali mantiene competenze che successivamente diventano esportabili: la cantieristica militare italiana è oggi competitiva proprio perché esiste una relazione continuativa fra Marina, industria e ricerca. Ma qui dobbiamo ampliare ulteriormente il ragionamento, perché l'autonomia industriale non comincia da Fincantieri e non termina con la consegna della nave. Una fregata è il vertice di una piramide produttiva che comprende migliaia di fornitori e, più in basso, elettronica, chimica, energia, macchine utensili, componentistica, metallurgia e acciaio. È per questo che la discussione sulla base industriale della difesa dovrebbe incontrare quella sulla siderurgia nazionale. Non significa sostenere che senza l'ILVA non si possano costruire le FREMM: sarebbe tecnicamente falso, perché le navi militari richiedono acciai e leghe differenti e altamente specializzati. Taranto, tuttavia, resta l'unico grande stabilimento italiano a ciclo integrale e produce anche lamiere e prodotti con certificazioni per il settore navale. La questione strategica è quindi più ampia: quanta parte della filiera vogliamo essere in grado di controllare in Italia o almeno in Europa? Bruxelles sta cominciando a ragionare precisamente in questi termini. La politica europea considera ormai acciaio e metalli input fondamentali delle catene manifatturiere e collega la resilienza industriale alla disponibilità delle materie prime e alla riduzione delle dipendenze critiche. Una Marina costruita in Italia ma dipendente in misura eccessiva dall'estero per materiali, componenti, munizioni o tecnologie critiche sarebbe infatti italiana dal punto di vista dell'assemblaggio, ma molto meno autonoma in caso di una crisi prolungata. Il punto debole della straordinaria capacità industriale italiana è quindi proprio questo: bisogna guardare sotto il prodotto finale. Fincantieri, Leonardo e MBDA rappresentano un enorme patrimonio strategico, ma la loro resilienza dipende dalla profondità della catena di fornitura, dalla disponibilità di materie prime e semilavorati, dall'energia e dalla capacità di aumentare rapidamente la produzione. L'autonomia strategica non significa necessariamente produrre tutto in Italia; significa evitare che una dipendenza concentrata su un fornitore esterno possa impedire all'Italia di costruire, mantenere o armare le proprie navi nel momento in cui ne ha maggiormente bisogno.
10. Una nave moderna non serve a molto senza equipaggi preparati, manutenzione regolare e scorte adeguate di missili e munizioni. Non sono proprio questi aspetti meno visibili a decidere se la flotta dei prossimi anni sarà davvero pronta a operare?
Assolutamente sì, ed è forse la domanda più importante. È relativamente semplice fotografare una nuova nave durante il varo e dire che la flotta è cresciuta; molto più difficile è misurare quanti giorni all'anno quella nave possa realmente trascorrere in mare, con quale equipaggio, quante munizioni abbia disponibili, quanto rapidamente possa essere riparata e per quanto tempo il sistema logistico possa sostenerla durante un conflitto. Il personale è particolarmente importante. La stessa Marina ha segnalato da tempo il problema della sostenibilità dei periodi trascorsi in mare e della necessità di assicurare un turnover adeguato degli equipaggi. A questo si aggiungono manutenzione, scorte di missili, siluri, munizionamento, pezzi di ricambio e capacità industriale di rimpiazzare ciò che viene consumato. La guerra in Ucraina ha ricordato a tutta l'Europa che le scorte costruite in anni possono essere consumate in settimane o mesi e che il denaro non si trasforma automaticamente in produzione industriale. Per questo considero la trasformazione della Marina italiana molto significativa, ma eviterei qualsiasi trionfalismo. L'Italia sta costruendo una delle flotte convenzionali più complete e tecnologicamente avanzate d'Europa; possiede una base industriale notevole e sta sviluppando capacità che pochi altri paesi europei possono mettere insieme contemporaneamente. Ma il vero test arriverà dopo il varo delle navi: bisognerà dimostrare di poterle equipaggiare, armare, mantenere, rifornire e far operare con continuità. La potenza navale, in definitiva, non si misura dal numero di navi che un paese possiede sulla carta, ma dalla quantità di forza credibile che riesce a portare in mare quando serve e dal tempo per cui riesce a mantenercela.
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