Sahara Occidentale, e se la guerra fredda non fosse mai finita?

Il fallimento del Consiglio di Sicurezza e la fine della missione MINURSO aprono una fase incerta.
Un documento diplomatico americano della fine degli anni Settanta descrive Marocco e Algeria impegnati in una corsa agli armamenti, avverte del rischio di uno scontro diretto e analizza gli interessi sovietici nel Mediterraneo occidentale. Riletto dopo quanto accaduto il 30 ottobre al Consiglio di Sicurezza, sembra appartenere al presente. L’Unione Sovietica è scomparsa, gli equilibri internazionali sono cambiati, ma la rivalità tra Rabat e Algeri conserva una geografia delle alleanze che attraversa mezzo secolo.
La Russia ha posto il veto al progetto americano sul futuro della MINURSO, sostenuto da undici membri del Consiglio. Gli Stati Uniti hanno votato contro la proposta alternativa russa, che ha raccolto soltanto tre consensi, insufficienti per l’approvazione. Il mancato accordo ha lasciato scadere il mandato della missione il 31 ottobre. Il giorno successivo, il segretario generale António Guterres ha annunciato l’avvio della sua chiusura, ribadendo l’impegno dell’ONU per una soluzione politica.
Washington voleva rafforzare la centralità del piano marocchino di autonomia e togliere dal nome della missione il riferimento al referendum. Mosca ha contestato un’impostazione che considera sbilanciata verso Rabat e capace di predeterminare l’esito del negoziato. Dietro lo scontro diplomatico riemerge una domanda: quanto della guerra fredda sopravvive nella questione sahariana?
Per comprenderlo occorre tornare alla decolonizzazione. Nel 1963 il Sahara sotto amministrazione spagnola entrò nell’elenco delle Nazioni Unite dei territori non autonomi. Il Marocco ne aveva chiesto l’iscrizione, rivendicando il recupero del territorio nel quadro della fine del colonialismo. Un’iniziativa che testimonia le radici storiche della posizione marocchina, ma non esaurisce la questione del futuro del Sahara Occidentale. Resta la necessità di individuare una soluzione che consenta alla popolazione del territorio di esprimersi.
È un passaggio importante per ricostruire l’origine della controversia, pur senza risolverne gli sviluppi successivi. Le delimitazioni tracciate dalle potenze coloniali, di cui resta un’impronta evidente nelle linee rette sulla carta geografica, hanno lasciato in eredità rivendicazioni territoriali, dispute di frontiera e interpretazioni contrapposte della decolonizzazione.
Il Marocco considera il Sahara parte del proprio territorio e propone un’autonomia sotto la sua sovranità. Il Polisario chiede l’indipendenza. Ma il conflitto non può essere compreso senza il ruolo dell’Algeria, principale sostenitrice del movimento, di cui ospita le strutture insieme ai campi profughi sahrawi nell’area di Tindouf.
La controversia sul territorio si intreccia così con la competizione tra Rabat e Algeri per la sicurezza delle frontiere e l’influenza nel Maghreb. Questa dimensione non cancella le aspirazioni sahrawi, ma spiega perché il negoziato dipenda anche dal rapporto tra i due Stati.
Durante la guerra fredda, la monarchia marocchina aveva nell’Occidente il proprio riferimento strategico. L’Algeria indipendente, protagonista del movimento dei non allineati, costruiva una stretta cooperazione militare con l’Unione Sovietica. Le alleanze internazionali si sono sovrapposte alla rivalità regionale, contribuendo a consolidarla.
Una continuità resta visibile oggi. Mosca è un importante fornitore di armamenti dell’Algeria. Il Marocco mantiene una stretta partnership con gli Stati Uniti, che dal 2020 ne riconoscono la sovranità sul Sahara Occidentale. Nessuno dei due Paesi è un semplice esecutore delle scelte del proprio partner, ma il sostegno esterno pesa sulle aspettative e sui margini del compromesso.
Il voto del 30 ottobre appartiene anche a questa storia. La risoluzione del 2025 aveva già collocato il piano marocchino alla base dei negoziati, mantenendo l’obiettivo di una soluzione reciprocamente accettabile e dell’autodeterminazione. Il tentativo americano di rafforzare quell’orientamento ha incontrato il veto russo. Il Consiglio non è poi riuscito a trovare un accordo neppure sulla continuità della presenza sul terreno.
Rabat interpreta la fine della MINURSO come un passo verso la chiusura del dossier alle Nazioni Unite e ha chiesto l’uscita del personale e dei mezzi della missione, ribadendo l’impegno al cessate il fuoco. La conclusione della missione, tuttavia, non determina automaticamente lo status del territorio né cancella la questione dall’agenda dell’ONU.
A cambiare è soprattutto il quadro della sicurezza. Istituita nel 1991, la MINURSO non ha realizzato il referendum previsto dal piano originario, ma ha mantenuto una funzione di osservazione e interlocuzione. Anche dopo la ripresa delle ostilità tra Marocco e Polisario nel novembre 2020, ha continuato a monitorare le attività militari e a cercare di contenerne l’intensità.
Il pericolo maggiore è ora che il conflitto si estenda fino a coinvolgere direttamente Marocco e Algeria. Una guerra aperta non è inevitabile e avrebbe costi enormi per entrambi. La frontiera terrestre chiusa dal 1994 e la rottura delle relazioni diplomatiche nel 2021 riducono però i canali attraverso cui chiarire un incidente e impedire che si allarghi.
Un’azione militare, una risposta più ampia del previsto, un errore nell’interpretazione delle intenzioni del vicino potrebbero alimentare una sequenza difficile da interrompere. La perdita degli osservatori internazionali rischia di rendere più complicato verificare gli episodi e raffreddare le reazioni.
La guerra fredda è finita come ordine mondiale. Nel Sahara Occidentale sopravvive una delle fratture che ha contribuito a irrigidire. Dopo il fallimento al Consiglio di Sicurezza, la responsabilità delle grandi potenze sarà anche quella di usare la propria influenza per evitare che una rivalità geopolitica lunga decenni diventi una guerra tra Marocco e Algeria.
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