Salute mentale, le parole contano: dall’Iss un vademecum per informare senza alimentare lo stigma

Le parole non si limitano a descrivere la realtà: possono contribuire a costruirla. È particolarmente evidente quando si parla di salute mentale, un ambito nel quale il modo in cui vengono raccontati il disagio psichico e i disturbi mentali può influenzare la percezione sociale, la richiesta di aiuto e persino il rapporto con i servizi. È da questa consapevolezza che parte il messaggio lanciato dall’Istituto Superiore di Sanità in occasione del convegno “Salute mentale, stigma e comunicazione: la forza delle parole”, organizzato in vista della Giornata mondiale della salute mentale, che si celebra il 10 ottobre.
L’iniziativa rientra nella quinta edizione del Festival della salute mentale Ro.Mens, dedicato all’inclusione sociale e al contrasto del pregiudizio. “Le parole non sono mai neutre”, sottolinea il presidente dell’Iss Rocco Bellantone, evidenziando come una comunicazione possa contribuire a creare comprensione e fiducia oppure, al contrario, alimentare paura, distanza ed esclusione. Nel campo della salute mentale, aggiunge, contrastare lo stigma rappresenta “un’azione di salute pubblica” e una forma di prevenzione.
Dieci regole per raccontare la salute mentale
Durante il convegno è stato presentato il Vademecum “Informare sulla salute mentale”, realizzato attraverso la collaborazione tra Rai Per la Sostenibilità – ESG, Ordine dei Giornalisti e Dipartimento di Salute Mentale della Asl Roma 2.
Il documento propone indicazioni concrete rivolte a chi comunica e informa sulla salute mentale. Il primo principio è quello di mettere la persona prima della diagnosi. Una condizione di salute non dovrebbe diventare un’etichetta capace di definire l’intera identità di una persona. Per questo il Vademecum suggerisce di parlare di “persona con schizofrenia” o “persona che vive con la depressione”, evitando di trasformare la diagnosi in un sostantivo. Il linguaggio deve inoltre essere accurato, rispettoso e scientificamente appropriato
A partire da queste indicazioni, possono essere sintetizzate dieci regole essenziali:
1. Mettere la persona prima della diagnosi
Una condizione di salute non deve diventare un’etichetta in grado di definire l’intera persona. È quindi preferibile utilizzare espressioni come “persona con schizofrenia” o “persona che vive con la depressione”, anziché “uno schizofrenico” oppure “un depresso”, evitando di trasformare la diagnosi in un sostantivo identitario.
2. Usare parole accurate, rispettose e scientificamente appropriate
Il linguaggio deve informare ed educare, non giudicare. Termini come “pazzo”, “matto” o “folle”, quando utilizzati impropriamente, possono rafforzare stereotipi e stigma. È inoltre importante utilizzare termini scientificamente e giuridicamente appropriati e aderenti ai fatti.
3. Evitare il sensazionalismo
Titoli allarmistici ed espressioni ad effetto possono distorcere la realtà e alimentare la paura. L’informazione dovrebbe privilegiare fatti verificati, equilibrio e contestualizzazione.
4. Non associare automaticamente disturbo mentale e violenza
Quando una persona con un disturbo mentale è coinvolta in un fatto di cronaca, la sua condizione di salute non deve essere presentata automaticamente come causa del comportamento. È necessario evitare associazioni improprie tra disturbo mentale e violenza e analizzare i fatti senza forzarli o semplificarli.
5. Verificare sempre diagnosi, dati e fonti
Non è corretto attribuire una diagnosi sulla base di comportamenti, dichiarazioni o impressioni. Le informazioni relative a cause, sintomi e trattamenti devono essere verificate attraverso fonti affidabili e competenti, coinvolgendo, quando necessario, professionisti della salute mentale e altri esperti.
6. Tutelare privacy, dignità e diritto di replica
La persona con esperienza di sofferenza mentale deve essere considerata un interlocutore a pieno titolo. Occorre tutelarne la riservatezza, evitare esposizioni potenzialmente dannose e garantire, quando pertinente, il diritto di replica.
7. Ascoltare senza infantilizzare o deumanizzare
Nelle interviste è importante rivolgersi direttamente alla persona, creare un clima rispettoso ed empatico e non assumere atteggiamenti infantilizzanti. L’intervistato non deve essere ridotto alla sua condizione di salute, né la sofferenza deve essere trattata con ironia, distacco o minimizzazione.
8. Dare spazio alle esperienze vissute e al recupero
Le testimonianze delle persone possono contribuire a rendere l’informazione più autentica e a contrastare l’idea che un disturbo mentale coincida necessariamente con isolamento, incapacità o assenza di prospettive. È importante raccontare, accanto alle difficoltà, anche i percorsi di supporto, miglioramento e recupero.
9. Non utilizzare la salute mentale come metafora o insulto
Espressioni come “politica schizofrenica” o altri usi impropri di termini psichiatrici possono trasformare una condizione di salute in sinonimo di incoerenza, imprevedibilità o pericolosità. Il Vademecum invita a evitare questo tipo di linguaggio anche quando la notizia non riguarda direttamente la salute mentale.
10. Informare anche sulle possibilità di aiuto
Una buona informazione non si limita a descrivere il problema, ma può indicare servizi, strumenti, trattamenti e risorse disponibili. Rendere accessibili queste informazioni può contribuire a ridurre le barriere alla richiesta di aiuto e a promuovere una maggiore consapevolezza.
Dall’ascolto alla partecipazione: la Giornata mondiale della salute mentale 2026
Il tema della Giornata mondiale della salute mentale 2026 richiama un passaggio fondamentale: ascoltare le persone con esperienza vissuta non è sufficiente se l’ascolto non si traduce in partecipazione e cambiamento.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea la necessità di creare opportunità concrete affinché le persone con esperienza vissuta possano contribuire alla progettazione dei servizi, allo sviluppo di forme di supporto tra pari, al contrasto dello stigma e al rafforzamento della responsabilizzazione dei sistemi di cura nei loro confronti.
In questa prospettiva, la Giornata invita a proseguire la trasformazione dei sistemi di salute mentale verso modelli centrati sulla persona, fondati sui diritti umani e radicati nella comunità, accompagnando il superamento delle istituzioni psichiatriche di lunga degenza con servizi territoriali capaci di sostenere le persone nel proprio contesto di vita.
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