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Friday, October 2, 2026

Ti ricordi… Stefan Kovacs, il tecnico snobbato che portò l’Ajax all’apice della propria grandezza: “Non mi hanno chiamato per fare il parrucchiere”

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Ti ricordi… Stefan Kovacs, il tecnico snobbato che portò l’Ajax all’apice della propria grandezza: “Non mi hanno chiamato per fare il parrucchiere”

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Gli esami non finiscono mai. Già, e buona parte degli esami che la vita ci mette di fronte vengono accolti con un discreto carico di ansia da prestazione. Normale. Impossibile essere sempre spavaldi e sicuri di sé di fronte a ogni prova difficile e pure affrontarle con aria beffarda e quasi indifferente, magari con una massima sibillina sempre pronta: sarebbe una bella ambizione. A riuscirci si vincerebbero due Coppe dei Campioni di seguito, casomai. È un esempio in tal senso Stefan Kovacs, detto Pisti, ex allenatore dell’Ajax scomparso 31 anni fa e nato esattamente 106 anni fa.

Papà ungherese, mamma rumena: nasce a Timisoara e segue l’esempio di Nicolae, fratello maggiore e stella della nazionale rumena. Già, Nicolae era molto più forte ma Pisti non se ne fa un cruccio, sfoderando la sua solita personalità: “Ero un buon centrocampista, col ruolo principale di portare la borsa a mio fratello Nicolae”. La carriera da calciatore si conclude nel 1953, dal 1954 comincia quella da allenatore al Știința Cluj, nel 1968 arriva alla Steaua Bucarest e vince tre coppe di Romania, di cui due da imbattuto e un campionato rumeno. Intanto l’Ajax dopo aver vinto la Coppa dei Campioni nel 1971 perde Rinus Michels, passato al Barcellona. La dirigenza stila una lista di 15 allenatori per sostituirlo: c’è anche Kovacs.

Come ha confessato anni dopo, Pisti è convinto che non sarà scelto dopo il colloquio. Ma ha un pregio: è l’allenatore più economico e forse proprio in base a questa caratteristica viene scelto come nuovo mister dai lancieri. Una scelta che non convince granché né squadra, né opinione pubblica. Kovacs però non si sente particolarmente a disagio quando viene guardato dall’alto in basso, neanche da grandi campioni come quelli che giocano in quell’Ajax. Da Crujiff a Krol, da Neskeens a Rep, la prima provocazione consiste nel lasciarsi crescere i capelli e chiedere al mister cosa ne pensasse (anche in considerazione della ben nota severità del suo predecessore Michel), ma Pisti non si scompone: “Mi hanno chiamato per fare l’allenatore, non il parrucchiere”, replica sornione.

Erano ancora lontani i tempi in cui Arrigo Sacchi, sul suo passato non glorioso in campo, poteva dichiarare: “Per essere fantino non bisogna essere stati cavallo”. I calciatori lancieri, poeti del pallone, gli lanciano contro un traversone violento e teso a mezza altezza, che però Kovacs con nonchalance stoppa di tacco, senza curarsene granché. Bastò quel gesto per smontare ogni supponenza: nello spogliatoio più aristocratico, anarchico e presuntuoso d’Europa arrivò un sovrano illuminato, non un sergente di ferro. L’Ajax di Michels era una macchina da guerra perfetta ma logorata dalla disciplina; l’Ajax di Kovács divenne un’orchestra jazz dove ognuno era libero di improvvisare. Ștefan cancellò i riti di caserma, ammise il libero arbitrio ed ebbe persino l’ardire di girare per Amsterdam esclusivamente in bicicletta, sprovvisto com’era di patente.

I risultati furono devastanti per gli avversari. Sotto la sua guida, i Lanceri toccarono l’apice della propria bellezza estetica e spietatezza agonistica, conquistando due Coppe dei Campioni consecutive (1972 e 1973), due campionati olandesi, una Coppa d’Olanda, una Supercoppa Europea e la Coppa Intercontinentale. Sette trofei in ventiquattro mesi. L’Inter di Invernizzi venne schiantata a Rotterdam con un doppio Cruijff; la Juventus di Vycpálek fu superata a Belgrado dodici mesi dopo.

A chi, in patria o tra i media più conservatori, lo criticava per la troppa libertà concessa alle sue stelle — note per non disdegnare le ore piccole, il tabacco e qualche bicchiere di troppo —, Pisti rispondeva sfoderando una filosofia di vita incrollabile, scolpita da una delle sue battute più celebri: “Se un mio calciatore beve un bicchiere di vino o fuma una sigaretta e poi in campo corre per novanta minuti segnando due gol, il mio unico problema non è la sua condotta: è assicurarmi che quel vino sia di buona qualità“.

Eppure, dietro quell’aria di bonaria saggezza da caffè mitteleuropeo e la capacità d’insegnare il calcio come un’opera lirica (“Io do solo il tempo, ma sono loro che cantano sul palco”), la vita di Kovács celava zone d’ombra ben più complesse. Anni dopo la sua scomparsa, dalle pieghe degli archivi emerse come il suo nome figurasse nei dossier della Securitate, la temibile polizia segreta della Romania comunista. Per poter viaggiare, allenare all’estero e muoversi nell’Europa dell’Ovest, Piști dovette imparare a convivere con la pressione soffocante del regime di Ceaușescu, firmando report e muovendosi in equilibrio sul filo del rasoio tra la gloria d’Occidente e il controllo del Blocco Sovietico. Un prezzo invisibile pagato per preservare la propria libertà intellettuale e calcistica.

Dopo Amsterdam arrivarono la Francia — dove da Commissario Tecnico gettò i semi tattici su cui nacque il mito di Platini e il trionfo dell’Europeo 1984 —, il Panathinaikos e infine il Monaco, prima di ritirarsi in silenzio.

Ștefan Kovács ci ha lasciati nel maggio del 1995 a Cluj–Napoca, esattamente dodici giorni prima che il suo amato Ajax alzasse al cielo la sua quarta e ultima Champions League a Vienna. Se ne andò senza fare rumore, con quella stessa grazia sorniona con cui stoppava i palloni di tacco in giacca e cravatta. Insegnandoci che, di fronte agli esami imprevedibili della vita, il segreto non è irrigidirsi per la paura di sbagliare, ma sorridere, allentare il cravattino e ricordarsi che alla fine si tratta pur sempre di un bellissimo gioco.

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