Avincola sul Premio Tenco: “Lì si respira una purezza radicale”
L’Ariston, ma a porte chiuse, quando il circo della tv è lontano ancora mesi e l’unica cosa che conta è cosa c’è dentro un bicchiere e dentro una canzone. Il Premio Tenco è da sempre questa cosa qui: una specie di rifugio clandestino dove il tempo rallenta e le parole tornano ad avere un certo peso. È in questa atmosfera sospesa che Simone Avincola ha trionfato alle Targhe Tenco 2026 come Miglior album di interprete, il che equivale all’Oscar per i puristi che odiano i talent show.
E come c’è arrivato?
Avincola ha preso il repertorio colpevolmente dimenticato di un cantautore come Enzo Carella, lo ha metabolizzato e ci ha tirato fuori un disco pazzesco. Chiariamo: non c’è nessuna rivoluzione in atto, nessun martire della purezza. C’è solo un trentenne romano che fa i dischi come si facevano prima che quattro colletti bianchi di Milano decidessero che per scrivere una canzone servono otto autori, tre influencer e un balletto di quattordici secondi.
Nel corso di un’intervista che ha il sapore di quelle chiacchierate che fai al pub dopo il terzo boccale di birra, quando i freni inibitori cedono e inizi a parlare delle tue ex, Avincola ha ammesso che salire su quel palco a Genova è stato più emozionante del Festival di Sanremo. La differenza? Il pubblico, certo, che nell’anno della sua partecipazione, il 2020, era completamente assente per via del Covid. “Ma il punto – racconta Avincola – non è solo il pubblico, che pure fa la differenza: il punto vero è quell’ecosistema straordinario e poetico che risponde al nome di Infermeria del Tenco”.
Un luogo mitologico, nato nel 1974 proprio come presidio medico all’Ariston e trasformatosi nel tempo in un covo di anarchia, goliardia e resistenza enoica. Lì dentro, tra un bicchiere di Rossese di Dolceacqua e un ricordo di chi quei luoghi li frequenta da sempre, crollano le barriere. “Ti ritrovi i mostri sacri della musica e i giovani talenti seduti allo stesso tavolo, a ridere, a prendersi in giro e a cantare a squarciagola i pezzi di Francesco Guccini alle tre del mattino. Lì si respira una purezza radicale. Qualcosa che, nell’asfittico e cinico mercato globale di oggi, somiglia spaventosamente a un atto di terrorismo poetico”.
La verità – ed è una verità che fa male – è che oggi la canzone d’autore è aggredita da un cinismo desolante. Avincola mi raccontava un aneddoto agghiacciante: ci sono ragazzini che ai concerti gli si avvicinano e dicono: “Voglio scrivere un pezzo per andare a Sanremo”. Capite il dramma? Non dicono “Voglio scrivere perché ho un’urgenza interiore, perché ho una poesia che se non la urlo mi scoppia la testa”. No. Puntano direttamente al pass per la televisione. È il trionfo del vuoto, il riflesso condizionato di un mondo al contrario dove la scrittura è diventata una catena di montaggio. Si mettono in gruppo dentro queste stanze asettiche a Milano, con dieci produttori, alla ricerca del gancio furbo per fare clic.
Avincola, grazie a Dio, appartiene a un’altra razza. Lui per scrivere ha bisogno dell’isolamento totale, quasi monacale. Niente sessioni collettive, nessun feedback immediato. Anzi, mi diceva che prova un imbarazzo quasi fisico se sa che c’è qualcuno nella stanza accanto mentre compone. È il paradosso meraviglioso e doloroso del vero cantautore: avere un bisogno viscerale di urlare qualcosa al mondo, ma poterlo fare solo restando rigorosamente da solo con un foglio bianco.
Ed è proprio cercando un confronto su questa solitudine d’artista che tocchi con mano il legame indissolubile tra la musica e la vita. Entrambe hanno disperatamente bisogno di una struttura, anche se poi tutto sfocia in un meraviglioso, inevitabile caos. Che si tratti di un brano scritto a distanza con Valentino Alfano mandandosi tracce tra l’Italia e la Svizzera, o di quel progetto fighissimo che Simone ha in mente – uno spettacolo-concerto sui cantautori del sommerso pensato come un vero giallo d’inchiesta – il motore resta identico: la ricerca di un linguaggio universale.
E allora diciamocelo, e qui chiudo: non ce ne fregherà assolutamente nulla se le radio commerciali, totalmente asservite alle major, ignoreranno questi progetti per passare a ciclo continuo le solite playlist di Spotify. Finché ci sarà anche un solo ascoltatore che, ascoltando una canzone di Avincola o leggendo un suo componimento, si fermerà, avrà un brivido e ritrovandocisi dirà: “Sì, cazzo è andata esattamente così”, allora la musica avrà fatto per bene il suo lavoro.
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