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Tuesday, October 27, 2026

Ex Ilva, ancora nessuna soluzione: attesa per il vertice a Palazzo Chigi

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La questione dell'ex Ilva resta in primo piano nell'agenda istituzionale e parlamentare. Oggi alle 17 il governo incontra a Palazzo Chigi i sindacati e Federmanager per un aggiornamento della situazione, mentre in mattinata alle 12 e alle 13, davanti alle commissioni Industria e Sanità del Senato, ci sono le audizioni di sindacati e associazioni delle imprese circa i contenuti del nuovo decreto legge sull'ex Ilva approvato nei giorni scorsi dal Consiglio dei ministri. 

Due appuntamenti, quindi, mentre si resta in attesa della pronuncia della Corte di Cassazione, dopo l'udienza del 20 ottobre, sul decreto della Corte d'Appello di Milano che ha confermato il provvedimento del luglio scorso relativo alla sospensione dell'attività produttiva sull'area a caldo della fabbrica a Taranto.

Emerge intanto anche una nuova inchiesta della Procura di Taranto, a carico della precedente gestione dell'azienda, quella nel periodo in cui, con socio di maggioranza la multinazionale ArcelorMittal, era guidata da Lucia Morselli nelle vesti di amministratore delegato. 

Quest'ultima indagine verte su associazione per delinquere, inquinamento, disastro ambientale, rimozione od omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, corruzione, truffa aggravata e falso. Chiesti dalla Procura gli arresti domiciliari per Lucia Morselli, Alessandro Labile, già direttore dello stabilimento di Taranto, e Francesco Astorri dell'Ispra, l'istituto pubblico delegato ai controlli ambientali in fabbrica.

L'incontro con il governo

Se nemmeno in giornata dovesse giungere la decisione della Cassazione, mancando un elemento di novità rispetto a quanto già detto negli incontri di metà settembre e di metà ottobre a Palazzo Chigi, è presumibile che i sindacati affrontino con il governo altri temi,  tra cui il pagamento della nuova cassa integrazione straordinaria, visto che AdI non avrebbe la possibilità di anticiparla, e le decisioni dell'Esecutivo in merito alla richiesta sindacale di prevedere strumenti straordinari per ridimensionare la platea dei diretti di Acciaierie (9.626 dipendenti), ovvero pensionamenti anticipati, che riconoscano il lavoro usurante svolto in acciaieria e l'esposizione all'amianto e all'inquinamento, e incentivi per l'esodo volontario anticipato. 

Il governo su questo ha fatto un'apertura, riservandosi di decidere con la legge di Bilancio, ma le sigle sindacali la ritengono insufficiente. Invece, nelle audizioni in Senato sul decreto legge, pagamento delle fatture in sospeso da parte di Acciaierie d'Italia e modifica dei criteri di accesso alla cassa integrazione in deroga per le imprese dell'indotto-appalto, sono le principali richieste che i sindacati e le organizzazioni delle imprese porteranno all'attenzione dei senatori. 

Sulla cassa in deroga per 4.200 unità dell'indotto-appalto, associazioni imprenditoriali e sindacati convergono: l'attuale criterio del decreto legge, cioè l'avere, da parte delle aziende almeno il 50 per cento del fatturato con AdI per accedere alla cassa, è penalizzante. Rischia di escludere molte aziende, dicono. 

AdI avvia procedura licenziamento collettivo per l'80% dei dirigenti

Nel frattempo, Acciaierie d'Italia, essendosi azzerata la produzione a Taranto e di conseguenza notevolmente ridotte le attività ha avviato la procedura - già annunciata il 19 ottobre - per licenziare 51 dei 73 dirigenti a tempo indeterminato, di cui 31 a Taranto e 16 a Milano.    

Inoltre, comunica la società, "sarà avviato il processo di adeguamento anche con riferimento ai dirigenti aventi contratto a tempo determinato". 

Acciaierie d'Italia precisa nella lettera inviata a Federmanager e alle Regioni sedi di impianti ex Ilva che "i licenziamenti verranno intimati a valle dell'espletamento della procedura, entro il termine massimo di 120 giorni dalla data di esaurimento delle procedure negoziali, fatta salva l'ipotesi di diversa intesa con le organizzazioni sindacali". 

Infine, Acciaierie "dichiara la propria piena disponibilità a esaminare l'eventuale adozione di strumenti idonei a ridurre l'impatto sociale della procedura. A tal fine, la società - si comunica - si rende disponibile a valutare l'attivazione di programmi di supporto alla ricollocazione professionale (outplacement) affidati a società specializzate del settore, nonché la definizione di eventuali misure di accompagnamento economico e incentivi all'esodo per i dirigenti che manifesteranno la non opposizione al recesso".

Le ultime tappe di una lunga e complessa vicenda

Alla base della decisione relativa ai licenziamenti dei dirigenti c'è la riorganizzazione resa necessaria dall'ordine della Corte d'Appello di Milano del 27 luglio, che ha disposto la sospensione dell'attività produttiva dell'area a caldo dello stabilimento tarantino entro il 25 ottobre. Il provvedimento, la cui esecutività è stata confermata a settembre, ha imposto la revoca degli ordini di approvvigionamento delle materie prime e la dismissione del ciclo integrale di produzione.

Nel luglio 2026 la Corte d'appello di Milano ha disposto, infatti, lo stop dell'area a caldo dell’ex Ilva per i rischi connessi alle emissioni dello stabilimento. Il provvedimento della Corte d'Appello di Milano richiama la presenza di circa duemila tonnellate di amianto e la mancata individuazione di limiti per le emissioni di polveri sottili. 

Il termine per la sospensione scade oggi e ricorda l'avvocato Maurizio Striano, che con Ascanio Amenduni assiste gli undici cittadini aderenti all'associazione Genitori Tarantini promotori dell'azione inibitoria, “se la Suprema Corte annullerà il provvedimento si potrà ripartire”. In caso contrario- spiega il legale - "si procederà ad effettuare lo spegnimento a freddo", sancendo la fine dell'area a carbone. Rizzo Striano avverte poi sui rischi emissivi nella fase attuale, osservando che "Ispra e Arpa dovranno fare rapporto di quanto sta accadendo. Ove non lo facessero commetterebbero una omissione grave.

La società ha chiesto più volte una sospensione della decisione, ma la Corte d’Appello di Milano, nelle udienze del 9 e del 30 settembre, ha rigettato le richieste di sospensiva del decreto presentate dalle gestioni commissariali di Ilva e di Acciaierie d’Italia.

E lo stop definitivo dovrebbe arrivare entro il 28 ottobre. Si attende nel merito la pronuncia della Cassazione.

L'azienda ha già avanzato la richiesta di cigs per un massimo di 8.622 lavoratori, ma prima della discussione al ministero del Lavoro si attende il vertice di oggi. A settembre sono partite le procedure di licenziamento collettivo anche per circa 2.500 addetti delle imprese dell'indotto. 

Il governo ha aperto alla possibilità di una partecipazione pubblica nel futuro assetto dello stabilimento e chiesto alle aziende coinvolte di sospendere le procedure in attesa degli sviluppi giudiziari. 

Ma ad oggi la questione del futuro industriale e occupazionale dell' ex Ilva resta ancora senza soluzione. Senza l'area a caldo in funzione e con gli impianti ridotti al semplice "riscaldo" per preservarli in vista della vendita, le attività proseguono solo con l'area a freddo, ma il blocco degli altiforni ha trasformato l'ex Ilva in una fabbrica fantasma.

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