7 ottobre 2023, il trauma di Israele e la distruzione di Gaza: 3 anni e 74mila morti dopo

È l'alba di sabato 7 ottobre 2023, giorno di festa ebraica. Nel deserto del Negev, vicino al kibbutz Re'im, migliaia di giovani ballano al Supernova Sukkot Gathering, un festival di musica iniziato a mezzanotte. Le stime parlano di 3.500-4.000 presenze. Commando di Hamas sfondano armati la barriera con Gaza: è una strage. Al festival muoiono 378 persone (344 civili e 34 membri delle forze di sicurezza) e 44 vengono rapite. Intanto i miliziani di Hamas assaltano 21 comunità: nei kibbutz, villaggi agricoli collettivi a pochi chilometri dal confine, la furia sanguinaria entra nelle case. A Be'eri muoiono 101 civili e 31 uomini delle forze di sicurezza, e 32 persone vengono rapite. A Kfar Aza i morti sono 80 e a Nir Oz 47, con 76 rapiti. Si conteranno in tutto circa 1.200 i morti, in maggioranza civili, e 251 gli ostaggi.
Dal mandato d'arresto internazionale per Netanyahu alle accuse di genocidio
Da quel giorno comincia una nuova guerra che porterà alla distruzione dell'82% degli edifici nel territorio della Striscia di Gaza, un dato convalidato da Centro satellitare dell'ONU (UNOSAT). Il ministero della Salute di Gaza registra al 5 ottobre 2026 74.237 morti e 175.206 feriti, di cui 1.454 dopo la fragile tregua firmata tra le parti il 10 ottobre 2025. Non è possibile ad oggi dividere il dato delle perdite umane tra civili e combattenti. Secondo Haaretz, l'esercito israeliano ne ha accettato l'attendibilità sulla soglia di circa 71.000 vittime, senza contare i dispersi sotto le macerie.
l rapporto di ONU, UE e Banca Mondiale (aprile 2026) calcola 35,2 miliardi di dollari di danni fisici e 22,7 di perdite economiche. Per ricostruire Gaza serviranno, ad oggi, 71,4 miliardi in dieci anni, 26,3 nei primi 18 mesi. L'economia di Gaza si contrae dell'84%, più della metà degli ospedali è fuori uso e lo sviluppo umano arretra di 77 anni.
Il 21 novembre 2024 la Corte penale internazionale emette mandati d'arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e per l'allora ministro della Difesa Yoav Gallant, per presunti crimini di guerra e contro l'umanità a Gaza. Israele, che non è parte dello Statuto di Roma, ne contesta la giurisdizione. Nell'aprile 2025 la Camera d'appello rimanda ai giudici di primo grado l'esame delle sue obiezioni, ma i mandati non vengono sospesi. Altri ricorsi israeliani vengono respinti e l'indagine prosegue. Per 124 Stati, Unione europea compresa, scatterebbe l'obbligo di arresto. Alla Corte internazionale di giustizia il Sudafrica accusa Israele di genocidio dal dicembre 2023. I giudici impongono tre serie di misure provvisorie vincolanti ma non si pronunciano sul merito. Nel luglio 2024 la stessa Corte giudica illegale l'occupazione dei territori palestinesi. Nel settembre 2025 una commissione d'inchiesta dell'ONU conclude che a Gaza è in corso un genocidio. Israele respinge ogni accusa e rivendica la legittima difesa.
Per il Committee to Protect Journalists (CPJ), al 24 settembre 2026, sono 247 i giornalisti e operatori dei media uccisi tra Gaza, Libano, Iran e Yemen dall'inizio delle due guerre. Di questi, 241 sono stati uccisi da Israele, tra cui 189 palestinesi a Gaza.
Il costo della guerra per Israele
Il conto arriva anche a Gerusalemme. La Banca d'Israele stima in 177 miliardi di shekel (circa 57 miliardi di dollari, l'8,6% del PIL) la produzione persa in due anni. I costi fiscali 2023-2026 toccano circa 350 miliardi (114 miliardi di dollari), finanziati per metà a debito. Il debito pubblico sale dal 60,5% del PIL al 68,5% di fine 2025. Ma non c'è solo un costo economico.
Il dolore e le proteste di piazza per riportare a casa gli ostaggi
Per Israele il 7 ottobre è una ferita che non si chiude. Per oltre due anni la piazza di Tel Aviv è il luogo dove il lutto diventa politica. Già un mese dopo, a novembre 2023, decine di migliaia di persone, con le famiglie dei rapiti in testa, concludono una marcia di cinque giorni da Tel Aviv a Gerusalemme per chiedere al governo di mettere il recupero degli ostaggi al primo posto. Il 17 agosto 2025, con 50 ostaggi ancora a Gaza, la protesta tocca il picco. Si registrano scioperi nazionali, autostrade bloccate e, secondo gli organizzatori, oltre mezzo milione di persone a Hostages Square e più di un milione in tutto il Paese.
I sondaggi mostrano ripetutamente una larga maggioranza favorevole a un accordo che riporti a casa tutti gli ostaggi in cambio della fine della guerra. Il 13 ottobre 2025 la piazza esulta per il rilascio degli ultimi 20 ostaggi vivi e il 27 gennaio 2026 l'orologio che conta i giorni di prigionia si ferma a 843.
L'ipotesi di una commissione di inchiesta interna sul 7 ottobre
Ma il trauma resta: tre milioni di israeliani su dieci mostrano sintomi di trauma, ansia o depressione. Per un sondaggio di N12 il 74% teme un altro attacco su larga scala, mentre per l'INSS solo il 27% ritiene che Israele abbia vinto a Gaza. La richiesta di verità divide: a seconda dei sondaggi, tra il 55% e il 75% degli israeliani vuole una commissione d'inchiesta statale sulle falle del 7 ottobre. A destra però il consenso scende dal 57 al 36%, e il governo di Netanyahu spinge per un'indagine di nomina politica.
In queste settimane si sono susseguite diverse ipotesi sugli allarmi ignorati di un massacro imminente nell'autunno del 2023. Già lungo il confine i soldati israeliani segnalano attività sospette nei mesi precedenti, ma i loro allarmi restano inascoltati. Nel marzo 2025 lo Shin Bet ammette di aver fallito e il capo ammette poi di essere stato inascoltato rispetto ad attacchi imminenti: troppa fiducia nella barriera con Gaza e nell'idea che Hamas non volesse l'escalation. Resta aperto il capitolo più politico. Secondo un libro-inchiesta, il presidente degli Emirati avrebbe avvertito Netanyahu circa dieci giorni prima, ma il premier non l'avrebbe riferito ai vertici della sicurezza. Il suo ufficio parla di "bugia assoluta", mentre Naftali Bennett conferma la notizia. Una commissione d'inchiesta statale, nei fatti, non esiste ancora.
Dalla solidarietà alla frattura nella pubblica opinione
Quanto accaduto in questi tre anni ha prodotto un effetto inaspettato e devastante nell'opinione pubblica internazionale occidentale. Nel febbraio 2023, prima del 7 ottobre, lo rileva l'Associated Press, il 54% degli americani simpatizza per Israele e il 31% per la causa palestinese. Tre anni dopo il quadro si ribalta. A febbraio 2026 l'autorevole istituto di rilevazione Gallup registra, per la prima volta dal 2001, più americani vicini ai palestinesi (41%) che agli israeliani (36%). È un cambiamento epocale. Dal punto di vista israeliano il 7 ottobre è la peggiore strage di ebrei dal Nazismo. Molti israeliani vivono la critica occidentale e degli organismi internazionali come l'Onu come doppio standard, o come sintomo di un antisemitismo che cresce in Europa e nelle università, e si sentono più soli e minacciati. Per i critici, invece, la scala delle vittime civili a Gaza e le inchieste di organismi internazionali rendono insostenibile la difesa incondizionata. In entrambi i campi di pensiero, parole come "genocidio" e "Olocausto", finiscono per avvelenare il dialogo.
In questi tre anni sono state centinaia le manifestazioni di piazza in tutte le maggiori città occidentali a favore del popolo palestinese, compreso il nostro Paese. L'ultimo caso di polarizzazione dell'opinione pubblica è rappresentato dal documentario Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor, premiato a Venezia: al debutto il 28 settembre in 515 sale italiane con 451.872 euro in un solo giorno. È un record per un documentario. Dopo cinque giorni supera i 2,2 milioni di euro e sfiora i 300.000 spettatori. I sostenitori di Israele denunciano che la rabbia per Gaza alimenta un antisemitismo come non si vedeva da decenni.
Israele alle urne il 27 ottobre
Israele va alle urne con un Parlamento che i sondaggi vedono spaccato. Non si elegge direttamente il premier: si votano liste di partito e governa chi riesce a mettere insieme 61 seggi. Benjamin Netanyahu, che ha già la premiership più lunga della storia israeliana, guida il Likud, il partito di destra che regge la sua coalizione con alleati religiosi e ultraortodossi. Il suo principale sfidante è Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore dell'esercito ed ex membro del gabinetto di guerra dopo il 7 ottobre. Tre sondaggi di fine settembre e inizio ottobre mostrano che nessun partito è vicino alla maggioranza.
Il nodo è che i leader dell'opposizione dichiarano di non voler governare con i partiti arabi, che rappresentano la minoranza araba d'Israele. Senza quei voti la loro maggioranza è difficile, e a fare da ago della bilancia possono essere formazioni minori. Pesa anche il 7 ottobre. Per l'Israel Democracy Institute è un fattore centrale nella scelta del partito per il 68% degli ebrei israeliani, dopo sicurezza e costo della vita. Esiste un rischio concreto di trattative lunghe per la formazione di un nuovo governo.
Gli effetti sul resto del mondo
Dal 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele sono in guerra con l'Iran. La chiusura di Hormuz causa, secondo l'Agenzia internazionale dell'energia, la maggiore interruzione di offerta nella storia del mercato petrolifero. Il Brent vola a 118 dollari a fine marzo, scende a circa 72 a luglio e ad agosto resta circa il 16% sopra i livelli prebellici. Per il Global Peace Index le perdite 2026 valgono circa 1.300 miliardi di dollari, lo 0,6% del PIL mondiale. Oltre 150 Stati riconoscono la Palestina. L'attenzione internazionale su Gaza cala, e il vero banco di prova arriverà dopo il voto israeliano.
KioskNews shows a cleaned-up reading view extracted from the publisher’s page — the original always lives on their site, not ours.