Morta suicida Denise Cosco, era figlia di Lea Garofalo uccisa perché collaboratrice di giustizia. Testimoniò contro il padre accusato dell’omicidio
“Io sono un’orgogliosa testimone di giustizia perché non è facile costituirsi parte civile contro il proprio padre, ma è una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita”. Denise Cosco aveva pronunciato queste parole durante il processo contro Carlo Cosco e gli altri imputati per l’omicidio di sua madre, Lea Garofalo. Aveva 19 anni e, nel luglio del 2011, aveva scelto di testimoniare contro il padre, l’uomo accusato di aver ordinato l’uccisione della donna che l’aveva cresciuta e che aveva deciso di rompere con la ‘ndrangheta. Quella 19enne coraggiosa domenica scorsa si è tolta la vita come riporta il quotidiano L’Avvenire. Aveva 35 anni
Denise aveva già conosciuto la paura. Per anni aveva seguito la madre nel programma di protezione, cambiando città e vivendo lontano da una vita normale. Lea Garofalo, nata in Calabria, aveva lasciato Carlo Cosco nel 1996, dopo il suo arresto, e dal 2002 aveva cominciato a collaborare con la giustizia, raccontando agli investigatori ciò che sapeva di omicidi ed estorsioni legati all’ambiente criminale in cui era cresciuta. Nel 2009, però, la donna interruppe il percorso di protezione. Aveva cercato nuovamente un contatto con l’ex compagno, convinta di poter gestire quell’incontro e anche perché pensava che la presenza della figlia potesse rappresentare una garanzia. Non fu così.
Nel maggio di quell’anno Lea era stata aggredita nella sua abitazione da un uomo che si era presentato come un tecnico incaricato di riparare la lavatrice. Aveva cercato di soffocarla, ma Denise, quel giorno assente da scuola, era intervenuta e l’aveva salvata. Pochi mesi dopo, la donna scomparve. Era il 24 novembre 2009. Le telecamere del Comune di Milano la ripresero all’Arco della Pace alle 18.37, mentre saliva su un’auto. Fu portata in un magazzino e uccisa. Per anni si è ritenuto che il suo corpo fosse stato sciolto nell’acido. La ricostruzione successiva ha invece accertato che i resti di Lea furono distrutti con il fuoco in un campo della Brianza. Solo alcuni anni dopo furono recuperati alcuni resti della donna, grazie alla collaborazione di Carmine Venturino, all’epoca fidanzato di Denise e coinvolto nell’omicidio.
Il processo raccontò così una storia nella quale la figlia della vittima si trovava a testimoniare contro il proprio padre. Il pubblico ministero Maurizio Tatangelo, davanti alla Corte d’assise di Milano, aveva definito quella di Lea una “morte annunciata”. Per l’accusa, Carlo Cosco aveva chiesto l’autorizzazione a esponenti della cosca per uccidere la ex compagna. Denise si costituì parte civile. Al suo fianco c’era l’avvocata Enza Rando, che aveva seguito lei e la madre e che negli anni sarebbe diventata una figura centrale anche nel progetto “Liberi di scegliere”, nato per offrire protezione e una possibilità di vita diversa a chi decide di allontanarsi dai contesti mafiosi familiari. Il 13 ottobre 2013, in piazza Beccaria a Milano, furono celebrati i funerali di Lea Garofalo. C’erano migliaia di persone. A celebrare fu don Luigi Ciotti. Denise non poteva esporsi pubblicamente e seguì la cerimonia nascosta dietro una finestra. La sua voce arrivò però alla piazza attraverso un altoparlante. “Lea, la mia cara mamma, ha avuto il coraggio di ribellarsi alla cultura della mafia, la forza di non piegarsi alla rassegnazione e all’indifferenza”, disse Denise. “Se è successo tutto questo è stato solo per il mio bene, e non smetterò mai di ringraziarti”.
Dopo l’omicidio della madre, Denise rimase sotto protezione fino al 2018. Cambiò nome, trovò un lavoro e continuò a vivere in una località segreta, seguita dal Servizio centrale di protezione della Polizia criminale. Nelle poche interviste concesse negli anni, Denise non aveva mai mostrato odio nei confronti del padre. “Mio padre uccise mia madre ma per lui provo solo pena, perché non ha capito cosa ha perso: una famiglia, una figlia, l’amore“. Parole che raccontavano un rapporto impossibile da ricostruire, ma anche la scelta di non trasformare la propria vita soltanto nella storia dell’uomo che aveva ucciso sua madre. Domenica Denise – una vita che non è mai diventata semplice – si è gettata da una finestra. Non è morta subito: è rimasta in agonia per quattro giorni. Aveva 35 anni, la stessa età che aveva sua madre, a cui Milano e Libera hanno dedicato luoghi e beni confiscati alla mafia, quando venne uccisa.
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