“Un dottorando si è dato fuoco”: il fenomeno dell’autoimmolazione in Iran tra pressione del regime e difficoltà economiche
“In Iran, l’autoimmolazione rappresenta circa il 16% di tutti i ricoveri per ustioni, e le vittime sono principalmente donne e giovani, con un rapporto maschi-femmine vicino a 1/3 e un’età media di 27 anni”. Così pubblicava lo scorso agosto ScienzeDirect, monitorando il fenomeno dei sacrifici alla maniera dei bonzi sotto il regime sciita. L’ultimo caso di cronaca riguarda Shahin Shokouhi, dottorando in Sociologia all’università di Teheran. Il nome dello studente emergeva già da diversi media che si sono occupati delle rivolte maturate l’anno scorso contro gli ayatollah. Il sito Scholars at Risk segnalava che durante una retata avvenuta il 30 dicembre 2025 “le forze di sicurezza hanno arrestato gli studenti universitari Mobin Aminian, Aref Hadi-Nejad e Mani Eidi, nonché lo studente di dottorato Shahin Shokouhi. Le forze hanno anche fermato Abolfazl Morovvati, uno studente di ingegneria informatica presso l’Università di Tecnologia Sharif, che aveva partecipato alla protesta all’Università di Teheran. Un organo di informazione studentesco ha riferito che tutti e cinque gli studenti sono stati rilasciati nel corso della giornata”.
Nelle ultime ore il nome di Shokouhi è stato riproposto da un canale su Telegram che prende il nome di Tehran-Daneshjoo (Studenti di Teheran), che assieme a Al-Zahra Twitter fornisce informazioni sulle attività dei dissidenti che frequentano le università. Shokouhi si sarebbe dato fuoco in seguito all’esasperazione per le pressioni ricevute sia nell’ambito dell’Ateneo che da parte degli organi di sicurezza. La verifica di queste notizie in modo indipendente è sempre complicata; certamente il fenomeno dell’autoimmolazione in Iran non è nuovo, e, come forma di protesta estrema, è stato raccontato anche in “Leggere Lolita a Teheran” di Azar Nafisi nel capitolo intitolato “Gatsby”.
Nel 2019 Amnesty International aveva puntato l’attenzione sulla vicenda di Sahar Khodayari, morta il 9 agosto di quell’anno a causa delle ustioni riportate nel rogo auto inferto, dopo essere stata convocata in tribunale e accusata di essere entrata illegalmente in uno stadio per assistere ad una partita di calcio.
L’analisi di Scienze Direct ha messo nero su bianco che “l’autoimmolazione rappresenta un grave problema di salute pubblica in Iran, essendo responsabile di circa il 16% dei ricoveri per ustioni, e le vittime sono prevalentemente donne e giovani”. Lo studio si è basato su ricerche negli archivi di PubMed, Scopus, Web of Science, Google Scholar, Scientific Information Database e Magiran, fino ad agosto 2025, ed ha rivelato che tra le ragioni principali dell’autoimmolazione ci sono cause da attribuire al “controllo familiare patriarcale, la violenza coniugale e relazionale, le difficoltà economiche, i vincoli culturali e sociali, il disagio psicologico”. Tornando al caso di cui si parla sui social universitari iraniani, non si forniscono particolari sulle condizioni del dottorando Shahin Shokouhi. Il canale Tehran-Daneshjoo aveva segnalato nei giorni scorsi che i servizi di sicurezza avevano aumentato le convocazioni degli studenti nella sede dell’edificio Foolad, in via Azar 16: sarebbe stato proprio dinanzi a quel palazzo che Shokouhi ha provato a togliersi la vita.
(Foto d’archivio delle proteste a Teheran del gennaio scorso)
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