Ancora una volta l’armata Brancameloni rischia di vincere per l’altrui autolesionismo
Ormai è già percepibile il predisporsi alla battaglia elettorale – in largo anticipo rispetto al 2027 – delle squadracce della Destra di potere; e alla loro testa i due energumeni mignon – la premier Giorgia Meloni e la seconda carica dello Stato Ignazio la Russa – iniziano a menare fendenti. In un furore agonistico che diventa gioco sporco se le loro mosse per mettere in difficoltà l’opposizione non vanno a buon fine. E l’abituale vittimismo vira immediatamente nell’intimidazione.
Mercoledì scorso, in tutte le sue molteplici uscite pubbliche, la borgatara che ci governa non si tratteneva dall’aggredire verbalmente la Gip di Milano – Tiziana Landoni – rea di aver smascherato la manovra terroristica di sbattere il mostro in prima pagina. Ossia creare una sorta di Grande Vecchio modello BR – per di più extracomunitario e antagonista – presunto capo della Spectre anarco-insurrezionalista che avrebbe raggirato branchi di minorenni perché mettessero Milano a soqquadro.
Eppure la messa in scena pareva perfetta, solo la tempistica non era sintonizzata: Youssef Siher aveva postato nei social le sue tesi anti-governative quando ormai la baraonda in corso Torino e dintorni si era chetata. Eppure Meloni si dispera: “Come posso difendere la gente per bene se la Landoni lascia a piede libero l’incarnazione perfetta della minaccia incombente?”. Che avrebbe dovuto fruttarle un’adeguata messe di consensi da raccogliere nell’entourage legge-e-ordine ambrosiano, sempre timoroso che gli tocchino la Roba.
Qualche giorno prima il presunto Presidente del Senato digrignante sparava querele a raffica contro chi osava ricordare – a mezzo documentazioni fotografiche dell’epoca – che l’incrollabile propugnatore della legalità in altri tempi marciava nel corteo non autorizzato per le strade meneghine in mezzo ai bombaroli. E in quel 12 aprile 1973 ci scappò pure il morto: il poliziotto Antonio Marino di 22 anni.
Anche in questo caso il fallito tentativo di rifarsi una verginità istituzionale del vecchio paninaro sanbabilino con busto di Mussolini incorporato, patriarca di una genia di La Russa a cui ha trasmesso la sua idea di essenza del fascismo: la prevaricazione elevata a norma di legge.
Dunque una falsa partenza, costellata da marchiani autogol che dovrebbe tradursi in una facile vittoria della succitata opposizione. Ma è proprio così? I nostri eroi sapranno mettere a frutto questi doni inaspettati? Sapranno prendere esempio da un ottantenne brasiliano che ha saputo sconfiggere un altro energumeno destrorso? C’è motivo di dubitarne. Quasi che la “sindrome Enrico Letta” continui ad allignare nel sistema neurovegetativo di quello che ribadisce ad ogni piè sospinto il proprio diritto alla primazia, in quanto “primo partito per consensi acquisiti”: il Pd. Un conglomerato di svariate tribù accomunate solo dal presidio dei rispettivi orticelli, in cui vagola la figura per certi versi struggente della segretaria Elly Schlein.
Questa tardo-sessantottina, consapevole di essere ospite in casa d’altri, che si è inflitta un intervento di ricondizionamento mentale per farsi accettare da quei cacicchi e farisei da cui lei avrebbe dovuto depurare il partito. Per cui ora si ritrova in un groviglio di contraddizioni: vota in Europa con Meloni, dichiara per antico riflesso condizionato che al centro non si vince, poi apre a Matteo Renzi e cerca l’alleanza con la quintessenza del centrismo: la beata Silvia Salis, sindaca di Genova, che continua a essere un’indecifrabile proiezione olonica; come i suoi amministrati riscoprono ogni giorno. Per cui se Tony Blair si inventava Diana “principessa del popolo”, adesso blogger condiscendenti creano il mito di “Silvia sindaca del popolo”.
Sperduto in questo agitarsi inconcludente, il cosiddetto campo progressista continua a perdere colpi e opportunità, mentre i due presunti competitori per la leadership – Elly ridens e il moroteo Giuseppe Conte – subiscono un inevitabile processo di logoramento. Tutto perché i supremi manovratori del Pd (alla faccia dell’inconsapevole Schlein) – il trio meraviglia Andrea Orlando, Dario Franceshini e Roberto Speranza – non si sa se intendano imporre le loro tempistiche decisionali da plantigradi oppure coltivino il retropensiero (molto enricolettiano) “meglio perdere con una nostra controllata che vincere con un incontrollabile Cinquestelle”.
Insomma, ancora una volta l’armata Brancameloni rischia di vincere per l’altrui autolesionismo. E a noi resterà la magra consolazione di prendercela ancora una volta con questi progressisti in carriera, interessati solo a tutelare le proprie posizioni personali.
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