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Monday, October 19, 2026

La guerra di Trump ricompatta l’Iran: decine di expat in esilio tornano nel Paese per sostenerlo

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La guerra di Trump ricompatta l’Iran: decine di expat in esilio tornano nel Paese per sostenerlo

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I temporanei esiti della guerra israelo-americana all’Iran non hanno modificato soltanto la la struttura della leadership delle Repubblica islamica ma anche la percezione, all’interno della società iraniana e nella sua ampia diaspora, del Paese e del suo posizionamento internazionale. Se il malcontento della popolazione iraniana persiste, le modalità con cui i bombardamenti sul territorio iraniano sono stati annunciati, condotti e giustificati hanno avuto il prevedibile effetto di portare un consistente segmento della società iraniana su posizioni nazionaliste, risvegliando uno spirito che storicamente permea il Paese. Sentire Trump e Hegseth minacciare la “scomparsa di un’intera civiltà” o la “distruzione dei siti culturali ha generato in milioni di iraniani, normalmente ostili al regime, dei sentimenti sempre più contrastanti e via via sempre più orientati ad un ovvio orgoglio patriottico.

Lo si è in parte visto durante i funerali dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei a cui hanno preso parte milioni di persone, ma anche all’interno di quell’universo di iraniani che in momenti diversi della loro vita hanno lasciato l’Iran, infoltendo poi il fronte delle opposizioni all’estero. Con la sopravvivenza e la sovranità del Paese in ballo, molte di queste personalità sembrano in qualche modo aver messo da parte le proprie recriminazioni, criticando apertamente l’aggressione militare. In certi casi, prendendo decisioni più concrete, sostenute dal timore di vedere l’Iran finire come il vicino Afghanistan. Così, in questi mesi si assiste a un significativo flusso di ritorno in Iran di celebri esiliati, alcuni dei quali non mettevano piede all’aeroporto Imam Khomeini di Teheran da decenni. E che probabilmente, senza questa guerra, non lo avrebbero più fatto.

Secondo il ministro della Cultura e dell’Orientamento islamico, Abbas Salehi, sono oltre un centinaio gli expat che negli ultimi mesi hanno ricevuto il via libera dalle autorità per fare rientro in Iran. C’è chi lo ha fatto per “per stare vicino alla propria gente in questi tempi di guerra”, come riferito ai media locali da Nila Farroukhi, moglie del famoso cantante e violinista Bijan Mortazavi, 69 anni, al loro rientro in Iran lo scorso 30 settembre. Mortazavi – famoso per il suo violino bianco e i cui pezzi strumentali sono spesso trasmessi dalla tv di Stato iraniana, sebbene i suoi dischi siano banditi in Iran – si era trasferito negli Stati Uniti proprio nel 1979, non vedendo quindi mai coi suoi occhi il consolidamento della Repubblica islamica.

Il cantautore folk-blues Mohsen Namjoo, rientrato lo scorso giugno, aveva invece lasciato l’Iran nel 2007, poco dopo l’uscita del suo album Toranj, che nel 2009 gli era poi costato una condanna a 5 anni in contumacia per “contenuti lesivi del Corano“. Proprio questo aspetto aveva ovviamente generato preoccupazioni nei suoi fan al suo rientro in Iran, ma secondo quanto riferito dall’agenzia Fars, vicina ai Pasdaran, il cantautore sarebbe rientrato previo coordinamento, tramite l’ambasciata iraniana in Turchia, con la stessa Irgc. Ad oggi, non si hanno notizie su una qualche forma di persecuzione ai suoi danni e Namjoo, dopo aver rimesso piede a Teheran a 19 anni dall’ultima volta, ha pubblicato un video su Instagram in cui sollecita altri artisti iraniani in esilio a seguire il suo esempio. Tuttavia, la sua posizione non sarebbe del tutto chiara: le autorità gli avrebbero comunicato il via libera al rientro per “vedere la sua famiglia“; il cantante ha poi pubblicamente riferito di aver richiesto la grazia e di essere in attesa di risposta del giudice. “Quel che ho fatto in questi anni di esilio (nei quali ha spesso twittato contro il regime, ndr) è considerato un crimine in Iran, ma le autorità mi stanno aiutando”, ha detto.

Non sono mancate, tuttavia, le aspre critiche nei confronti del suo ritorno: spiccano quelle, molto violente, del famoso attivista radicale Maysam Nili, proprietario del quotidiano Rajanews e imparentato con l’ex presidente iraniano Ebrahim Raisi. Nili ha invocato apertamente una punizione esemplare per Namjoo, considerato “un traditore che complottava un colpo di Stato con gli americani e gli israeliani“. Non mancano nemmeno dei precedenti poco rassicuranti, come quello del cantante Habib: tornato in Iran nel 2009, durante la presidenza Ahmadinejad, dopo 26 anni di esilio, il compositore non ha mai avuto il via libera per riprendere la sua attività musicale in Iran per poi ammalarsi e morire nel 2016.

Sullo sfondo c’è un ulteriore sviluppo interno alla Repubblica islamica, rassicurante e inquietante allo stesso tempo, e che quindi rende ancor più enigmatico il futuro di queste figure. Nell’agosto 2026 il religioso Hossein Taeb, che era stato a capo dell’intelligence dell’Irgc fino al 2022, è tornato a guidare l’organizzazione Basiji, un ruolo che aveva ricoperto già dal 2007 al 2009. Sia in queste vesti che in quelle dismesse quattro anni fa, Taeb si è “distinto” per aver tenuto le redini delle feroci repressioni del 1999 e del 2009, nonché proprio di quelle nei confronti di iraniani con doppia nazionalità. Lo scorso 15 settembre, tuttavia, Taeb nel corso di un discorso tenuto di fronte ai Pasdaran, ha invocato un approccio di “apertura” nei confronti degli artisti iraniani. “In questa nuova fase allarghiamo un po’ il circolo, aprite le braccia agli artisti, abbandoniamo l’approccio difensivo nei confronti delle arti e portiamole nella regione e nel mondo”, ha detto.

Secondo Amwaj, ci sono due interpretazioni per questa sua nuova postura: la prima, più ottimista, è che si stia riposizionando all’interno della nuova leadership, al cui vertice c’è Mojtaba Khamenei. Taeb gli è storicamente molto vicino, avendone peraltro promosso l’elezione alla morte del padre, e secondo fonti interne sarebbe stato a suo tempo emarginato dallo stesso Ali Khamenei proprio per aver caldeggiato la successione ereditaria, a cui il successore di Khomeini era contrario. Secondo questa chiave di lettura, le parole di Taeb sarebbero un riflesso delle posizioni della nuova Guida, più conciliante del padre sulle questioni culturali e sociali. La seconda, più pessimista, è che Taeb stia utilizzando questi toni morbidi per pura tattica, in attesa cioè che la nuova leadership – lo stato di salute di Mojtaba Khamenei è ancora ignoto – si consolidi. Per poi, eventualmente, tornare a svolgere il temuto ruolo degli anni passati.

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