Corsi di italiano, la rete di associazioni che aiuta le scuole: “Abbiamo tantissime iscrizioni. Servono più risorse e stabili”
Il nuovo decreto scuola, approvato il 24 settembre dal Consiglio dei ministri, punta a introdurre un tetto del 30% agli studenti stranieri nelle classi. Ma nei territori, da anni, esistono reti tra scuole e associazioni che lavorano proprio sulle difficoltà linguistiche e scolastiche: doposcuola, corsi di italiano e attività pomeridiane. Una rete che si è sviluppata soprattutto nei quartieri con una forte presenza migratoria e che oggi, mentre il governo interviene sulla composizione delle classi, continua a farsi carico di una parte della domanda che arriva da studenti e famiglie.
A Torpignattara, nel V Municipio di Roma, uno dei quartieri della città a maggiore presenza migratoria, dove i residenti stranieri rappresentano il 18% della popolazione, questo lavoro passa anche da Altramente. L’associazione porta avanti gratuitamente attività di doposcuola e sostegno linguistico: oltre 50 bambini della primaria frequentano ogni settimana, mentre alle medie sono più di 80, distribuiti su quattro giorni. Le richieste sono aumentate negli ultimi anni e i posti non bastano per tutti. “Abbiamo tantissime iscrizioni, più dell’anno scorso e più di due anni fa. I genitori fanno la fila”, racconta a ilfattoquotidiano.it Patrizia Sentinelli, presidente di Altramente. Il lavoro dell’associazione si affianca a quello della scuola. Non per sostituire gli insegnanti, ma per aggiungere quel tempo e quelle attività che nella giornata scolastica non sempre è possibile garantire. Tra chi frequenta ci sono bambini nati in Italia da famiglie di origine straniera, ragazzi arrivati da poco e studenti italiani. Per Sentinelli, però, la presenza di studenti con origini diverse non è un peso. “Le scuole possono, in alcuni casi, fare addirittura delle scuole internazionali. Non è vero che sono dei pesi di cui si fanno carico, sono risorse, anche se richiedono naturalmente un’attenzione particolare”. La lingua resta uno strumento fondamentale per studiare e comunicare, ma il lavoro della scuola e quello delle associazioni si intrecciano anche nella costruzione delle relazioni. “La possibilità di avere amici e amiche di altri Paesi è una risorsa. Perché la lingua si impara anche stando insieme, confrontandosi, giocando e studiando”. È questo, per Sentinelli, uno degli elementi che rende la presenza di studenti con origini diverse un valore aggiunto per la scuola. “Da noi nascono amicizie spontanee”. E proprio per questo, aggiunge, il nuovo tetto del 30% è “un’assurdità, non necessaria e non richiesta né dalle insegnanti né da noi che ci lavoriamo”. Un bambino, quando le si parlava di studenti stranieri, le ha risposto: “Io ho visto solo bambini”.
A Milano, il Corvetto si trova nel Municipio 4, dove i residenti con cittadinanza straniera rappresentano il 21,3% della popolazione. È qui che la Scuola della Pace di Sant’Egidio lavora a stretto contatto con le scuole e le famiglie del quartiere. “Ci sentiamo molto alleati della scuola, delle insegnanti”, spiega a ilfattoquotidiano.it Stefano Pasta, volontario dell’associazione. Pasta insiste anche sulla necessità di non trattare gli studenti con cittadinanza non italiana come una categoria omogenea. “Parliamo di 931 mila studenti senza cittadinanza italiana nelle scuole, ma il 65,2% è nato in Italia. Per questo il tetto è sbagliato. Sono situazioni molto diverse: c’è chi è arrivato da poco e ha bisogno di un sostegno linguistico e chi è nato qui e ha fatto tutto il percorso scolastico in Italia”. Il lavoro dei volontari di Sant’Egidio parte dai compiti e dal sostegno allo studio, ma comprende anche il rapporto con le famiglie, la mediazione linguistica e l’accompagnamento dei ragazzi nei loro percorsi scolastici. Un lavoro che si sviluppa fuori dall’orario delle lezioni e che permette di seguire anche aspetti che la scuola, con i suoi tempi e le sue risorse, non sempre riesce a coprire. È il caso anche delle attività extrascolastiche. Pasta racconta di tre bambini arrivati in Italia circa un anno e mezzo fa: uno vorrebbe giocare a basket, un altro a calcio e un’altra judo. Per loro, però, la Dote Sport della Regione Lombardia, il contributo destinato alle famiglie con redditi più bassi per sostenere le attività sportive dei figli, non è accessibile perché richiede cinque anni di residenza. “Alla fine stiamo raccogliendo i soldi e glielo pagheremo noi, perché crediamo che l’integrazione e l’apprendimento della lingua passino anche da queste attività e non tanto da tetti nelle classi che non risolvono le difficoltà linguistiche”, racconta Pasta. Il lavoro di Sant’Egidio riguarda anche i genitori, con corsi di italiano per adulti frequentati da molte delle famiglie dei bambini. Alla prossima giornata di iscrizioni sono attese circa 400 persone. “Avremo un numero più alto di iscrizioni rispetto a quello a cui possiamo rispondere“, dice Pasta.
Dietro questo lavoro, però, c’è una questione di risorse. Le attività delle associazioni si reggono su un equilibrio fatto di volontariato, autofinanziamento, contributi privati e bandi pubblici, spesso legati a singoli progetti. Risorse che permettono di ampliare le attività quando ci sono, ma che rendono più difficile garantire continuità a un lavoro che nel frattempo è diventato parte della vita di scuole e quartieri. Da Torpignattara al Corvetto, il tema diventa quindi anche quello della continuità del rapporto tra scuola e associazioni, mettendo al centro gli studenti.”Servono più fondi per i corsi di italiano, più mediatori, più sostegno nei compiti, più rapporto con le famiglie e più possibilità per i ragazzi di accedere alle attività extrascolastiche” spiega Pasta. Per Sentinelli, il punto è anche dare continuità a un rapporto che già esiste: “Non possiamo pensare che queste attività dipendano ogni volta dal progetto che viene finanziato. Se la necessità c’è, bisogna poter contare su risorse stabili”.
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