Transizione dei territori: l’andamento è troppo lento

L’estate trascorsa è stata, per certi versi, un’unica ondata prolungata di calore. E nel dibattito pubblico è riemersa la necessità di politiche di adattamento. Iniziative che si affiancano alle azioni concrete per ridurre velocemente le emissioni climalteranti, prodotte dalla combustione di petrolio, gas e carbone.
I capoluoghi di provincia - dove vive quasi un terzo della popolazione del Paese - sono un fondamentale laboratorio per entrambe le politiche, che però faticano a diventare di sistema.
Nonostante le difficoltà burocratiche e autorizzative, la rivoluzione energetica avanza. Ed è ormai sbarcata anche sui tetti dei luoghi più tutelati, come ad esempio quelli della barocca Ragusa Ibla, grazie a un regolamento del Comune, scritto con la Soprintendenza. Lo stesso vale per i pannelli fotovoltaici installati sul tetto del Museo di Capodimonte a Napoli e del Teatro Dante Alighieri, nel centro storico di Ravenna, in accordo con gli uffici territoriali del ministero della Cultura. Per non parlare delle tegole fotovoltaiche posate sul tetto della Villa dei Misteri nel parco archeologico di Pompei. Le esperienze più innovative si stanno moltiplicando. Nessuna città ha più scuse.
Le politiche di adattamento fanno molta più fatica. Ci sono iniziative importanti, come la strategia approvata da Roma Capitale lo scorso anno, ma senza un sostegno economico dai livelli istituzionali superiori la sfida per i Comuni diventa difficilissima. Dopo l’ultima alluvione nell’isola di Ischia, il Governo a fine 2023 ha approvato il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Ma, nelle ultime tre leggi di bilancio, l’Esecutivo non ha mai stanziato risorse per attuare almeno le prioritarie tra le 361 azioni del Piano. E, vista la coperta corta, anche la prossima manovra rischia di fare altrettanto.
Non ci siamo neanche sulla riduzione del rischio idrogeologico e sulle iniziative per concretizzare l’idea della città spugna, per fronteggiare gli eventi meteo estremi sempre più frequenti e distruttivi in ambito urbano. Nel frattempo, anche questa legislatura si sta per concludere senza una legge per fermare il consumo di suolo: in modo surreale, è stato vietato il fotovoltaico a terra - che usa il suolo, non lo consuma - ma non i poli logistici, i data center, le infrastrutture, gli impianti industriali e le nuove aree residenziali, che continuano ad essere realizzati sui terreni agricoli. Anche la legge sulla rigenerazione urbana continua a essere un miraggio.
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