Stallo Iran, Trump tentato dalla 'madre di tutte le bombe'
Una superbomba per dipanare la matassa della guerra contro l'Iran, segnata da uno stallo che sembra agevolare le manovre di Teheran e degli alleati Houthi: è quello che starebbe valutando il presidente Donald Trump, pronto a sganciare per la seconda volta nella storia la 'madre di tutte le bombe', la Moab che l'inquilino della Casa Bianca ha già fatto impiegare in Afghanistan.
La Gbu-43 Massive Ordnance Air Blast (Moab), costo stimato di oltre 15 milioni di dollari l'una, è uno degli ordigni non nucleari più potenti dell'arsenale Usa, messo a punto dall'Air Force a partire dal 2002 per essere poi inserita nel catalogo delle armi possibili contro Saddam Hussein in Iraq. Venne battezzata come "la madre di tutte le bombe" in riferimento a una celebre frase del dittatore iracheno nel corso della guerra del 1991, quando invocò "la madre di tutte le battaglie".
In realtà il battesimo di fuoco è avvenuto in Afghanistan, nel 2017, contro una rete di tunnel di superfice dell'Isis: il raid si risolse con una quarantina di miliziani uccisi e un gran botto immortalato dalle telecamere dei militari Usa. Con le sue 10 tonnellate, ampiamente superate dalle 14 della GBU-57 Mop usata contro le centrali nucleari iraniane lo scorso anno, la Moab è considerata e concepita come un'arma di pressione psicologica sul nemico. É programmata per detonare a un paio di metri dalla superficie in modo che l'esplosione non venga attutita dall'impatto con il suolo, incenerisce chiunque si trovi in un raggio di 10 metri dal punto d'impatto. A 50 metri di distanza le persone soffocano istantaneamente e chi si trova invece in un raggio di 120 metri viene ustionato gravemente.
Difficile capire dove Trump voglia usarla in Iran: gli esperti citati dalla Cnn, che ha rivelato la notizia, ammoniscono che se venissero colpite aree popolate i danni tra i civili potrebbero essere enormi, con un effetto boomerang per Washington, al pari di quello causato dal napalm in Vietnam. L'obiettivo sarebbe comunque quello di sparigliare il tavolo con un attacco spettacolare, forse anche prima delle mid-term, per ottenere una vittoria da poter sbandierare. Nel frattempo però, le petroliere continuano a essere colpite nello strategico Stretto di Hormuz, da ultimo nel Golfo dell'Oman, mentre due portacontainer sono affondate nelle ultime 24 ore.
L'agenzia Reuters ha tirato le somme di mesi di guerra in una puntuale inchiesta dove rivela che da febbraio Teheran ha lanciato 135 attacchi missilistici e con droni contro 84 infrastrutture in Arabia Saudita, Emirati, Iraq, Qatar, Kuwait, Oman, Bahrein, causando molti più danni di quanto ammesso dalle autorità dei Paesi interessati, dove la divulgazione di informazioni militari è vietata. Immagini, video e testimonianze confermano poi che molti siti sono stati centrati dai vettori iraniani, e non dai detriti di missili o droni abbattuti. Segno che la capacità offensiva iraniana, e la rete informativa necessaria per colpire i bersagli con precisione, non è stata intaccata dalla guerra.
Teheran ha poi continuato a fornire armi e know-how agli Houthi yemeniti, come è tornato a denunciare il portavoce della coalizione a guida saudita in Yemen, Turki al-Maliki, pur non citando direttamente l'Iran. L'aeroporto internazionale re Khalid di Riad "è stato oggetto di 20 attacchi dal primo ottobre", ha ammesso, aggiornando a 17 morti e 333 feriti il bilancio dei raid sullo scalo tra il 7 e l'11 ottobre. L'attacco del 10 ottobre è stato sferrato con 10 droni, missili e altri proiettili. Sul terreno yemenita, gli Houthi sono impegnati nei combattimenti per la conquista di Taiz, roccaforte governativa strategica per aprirsi la strada a sud verso Aden, dove ha sede il governo internazionalmente riconosciuto. La città è stata colpita nelle ultime ore da raid che, secondo i ribelli, hanno preso di mira il "quartier generale delle operazioni militari gestito da ufficiali sauditi" nel palazzo Al-Maashiq e i depositi di armi.
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