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Friday, September 18, 2026

“Arsenale avanzato e consenso, così gli Houthi hanno preso lo stretto sul Mar Rosso e presto potrebbero controllare l’intero Yemen”

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“Arsenale avanzato e consenso, così gli Houthi hanno preso lo stretto sul Mar Rosso e presto potrebbero controllare l’intero Yemen”

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“Oggi gli Houthi hanno il favore dell’85% degli yemeniti. E questo spiega perché sono riusciti ad avanzare così facilmente e, in parte, perché potrebbero presto conquistare tutto il Paese, diventando il governo de facto e influenzando gli equilibri dell’area”. Da molti anni la giornalista Laura Silvia Battaglia studia le mosse e l’evoluzione dei ribelli del movimento Ansar Allah, gli Houthi, ai quali ha dedicato anche un libro, I partigiani di Allah (edito da Mondadori), frutto di interviste, lunghe ricerche e dei diversi viaggi nella sua “seconda casa”. È considerata una delle massime esperte italiane del gruppo sciita, nato negli anni ’90 e con oltre 100mila combattenti yemeniti. Il suo è un contributo prezioso per capire meglio come una forza vista fino a pochi anni fa come una milizia locale e isolata sia riuscita a conquistare in pochi giorni la costa dello Yemen sul Mar Rosso, mettendo le mani sul corridoio di Bab el-Mandeb, cruciale per il mercato globale e vitale per il “nemico” sunnita, l’Arabia Saudita. E sia diventata in breve tempo un attore fondamentale in Medio Oriente.

Nelle ultime settimane abbiamo assistito a un’avanzata lampo degli Houthi che hanno esteso il loro controllo sull’intera fascia costiera. Hanno occupato rapidamente Mokha, le isole strategiche della zona e hanno rivendicato attacchi su diversi obiettivi sauditi. Come ci sono riusciti?

Quella zona è sempre stata protetta dalle armate del vicepresidente yemenita Tarek Saleh, che però negli ultimi due anni hanno abbassato la guardia. Le tribù dell’area poi non si sono opposte alla loro avanzata. Anzi, hanno aperto la strada. Per quanto riguarda le strategie belliche dei sauditi, Riad fa ricorso solo all’aviazione e i loro militari, per ragioni storiche e culturali, non combattono via terra. Per questo l’Arabia Saudita si avvale di gruppi di contractor, composti soprattutto da colombiani e sudanesi, che però non hanno la stessa motivazione e determinazione di chi fin da ragazzino è stato educato alla guerra.

Le forze governative yemenite hanno lanciato una controffensiva. Cosa può succedere ora? Come si stanno ridisegnando gli equilibri nella regione?

Difficile da dire. Bisogna capire se l’Arabia Saudita trova qualcuno pronto a parargli le spalle. Non credo che lo faranno gli egiziani. Gli Usa hanno già detto no. Il Regno Unito? È probabile che si limiti a un supporto logistico. E poi c’è naturalmente la questione della guerra di logoramento tra Iran e Stati Uniti. Nonostante l’Iran si trovi in una situazione economica difficile, finora non ne ha sbagliata una e riesce a mantenere sotto pressione gli Stati Uniti nello stretto di Hormuz, mentre gli Houthi controllano l’altro passaggio strategico di Bab el-Mandeb dall’isola di Perim. Un quadro che, nel complesso, favorisce l’asse della resistenza. Le incognite insomma sono tante, ma di una cosa sono sicura: gli Houthi potrebbero conquistare tutto lo Yemen e diventare il governo de facto. Anche perché il governo di Aden è molto debole, gran parte dei ministri si trovano fuori dal paese.

Come hanno costruito la loro capacità militare, diventando protagonisti importanti dell’aerea?

In Yemen le armi si trovano facilmente e tutte le tribù che compongono l’esercito regolare sono dotate di artiglieria pesante. La modernizzazione con l’introduzione di droni e sistemi missilistici è avvenuta grazie a dei training organizzati dall’Iran in Libano, non solo per gli Houthi. Mentre la componentistica viene contrabbandata principalmente via mare, a partire dal 2012. Bisogna poi considerare che gli yemeniti sono molto giovani e hanno grandi competenze informatiche e tecnologiche, che permettono loro di usare intelligenza artificiale e sistemi avanzati.

Come si finanziano?

Dal 2012 hanno potuto contare sull’immissione di fondi dall’estero. A questi, dopo la conquista del nord, si è aggiunta un’altra fonte di finanziamento. Hanno costruito una rete capillare di checkpoint, dove ogni mezzo che passa deve pagare un pedaggio. Bisogna poi considerare che detengono il monopolio del contrabbando del carburante, che non si trova più nelle pompe ufficiali.

Perché il mondo sembra averli presi sul serio solo pochi anni fa? Sono stati sottovalutati?

Ci sono sicuramente delle motivazioni politiche. Loro hanno giocato molto bene dopo la rivoluzione del 2011, qualificandosi in Europa e presso gli Stati Uniti come rivoluzionari che osteggiavano la dittatura, favorevoli a un cambio del paese. Inoltre noi, per tanti anni, ci siamo occupati soprattutto dei gruppi sunniti, associandoli al terrorismo. Quasi nessuno ha pensato al potere che poteva acquisire invece l’asse della resistenza, una coalizione guidata dall’Iran di cui gli Houthi fanno parte insieme ad altre realtà com Hezbollah. Molti identificavano gli Houthi come dei movimenti con rivendicazioni identitarie locali, territoriali, che non avrebbero mai allargato la loro sfera di influenza così tanto. Ma hanno sottostimato la capacità dell’Iran di immaginarsi un Medio Oriente diverso.

Molte volte vengono definiti proxy iraniani. È d’accordo con questa espressione?

No, perché svuota questa realtà di autonomia e le toglie legittimazione, facendo pensare che gli Houthi siano dei semplici burattini. Il rapporto tra le milizie e l’Iran è più una relazione di mutuo soccorso, come due piante che vivono una aggrappata all’altra nello stesso ecosistema: quando una ha bisogno, l’altra interviene. L’Iran ha fatto fare loro un salto di qualità militare, ma gli Houthi mantengono molta autonomia e agiscono secondo logiche e obiettivi propri.

Qual è l’origine degli Houthi?

È una storia che viene da lontano, dal capostipite della famiglia, Badr al-Din al-Houthi, un religioso dello sciismo zaidita originario del nord dello Yemen, della città di Sa’da. Negli anni Cinquanta, per contrastare la transizione in atto da imamato monarchico a repubblica laica fonda il partito al-Haqq, che significa verità. Quando nasce la Repubblica Islamica in Iran vede in quella esperienza un’alternativa, inizia ad avvicinarsi agli sciiti iraniani, diventa amico personale dell’Ayatollah Khomeini e di Hassan Nasrallah. Manda i due figli maggiori, Hussein e Abdul-Malik (l’attuale leader) a Qom, il centro dello sciismo iraniano. È il figlio Hussein che negli anni ’90 rende il sogno del padre una realtà, iniziando a fare azioni di disturbo, degli attentati, nei confronti del governo centrale. Nasce il gruppo armato, che nel 2004 assumerà il nome attuale.

Come reagisce allora il governo?

Inizialmente non dà loro soddisfazione perché sa che sono separatisti. Nel 2000 però manda l’esercito al nord e inizia le cosiddette guerre di Sa’da. Hussein viene ucciso, diventando un martire. Nel frattempo però Hussein aveva trasformato il partito originale, perché aveva capito che non poteva essere formato solo da persone dell’aristocrazia yemenita. E che per andare avanti nel suo obiettivo, ossia riprendersi lo Stato, doveva allargare la base di consenso alle classi più basse, sviluppando delle relazioni con le altre tribù del governatorato di Sa’da e dei governatorati vicini. Viene fatto stipulando dei matrimoni, in un Paese dove la separazione in classi è molto rigida. L’ascensore sociale insomma non esiste, e il movimento, appellandosi agli insegnamenti di Zayd, decide di crearlo, aprendosi alle classi più povere, agli oppressi. Questo elemento di socialismo li ha resi con il tempo estremamente simpatici a una buona parte della popolazione. Oggi si può dire che godono del favore dell’85% degli yemeniti. E questo spiega anche perché gli Houthi riescono ad avanzare nel territorio così facilmente.

Quando inizia la vera e propria ascesa politica?

La svolta arriva nel 2014, quando organizzano manifestazioni di massa a Sana’a e occupano la capitale. Rovesciano il presidente ad interim Mansour Hadi, lo costringono alla fuga, e fanno un’alleanza tattica con l’ex presidente Ali Abdullah Saleh. Sfruttano il malcontento della popolazione contro il governo, accusandolo di essere responsabile della grave situazione economica e di svendere il paese ai sauditi. Cavalcano l’onda della protesta. E hanno uomini, molto giovani peraltro, e armi.

In questo contesto, quale prezzo sta pagando la popolazione civile?

Il Paese è stremato da una guerra che va avanti da 12 anni. Chi vive al nord è sotto una dittatura e non può spostarsi perché ha un passaporto che non vale niente. Le scuole sono dominate dalla propaganda, i bambini vengono mandati nei campi di addestramento e i dipendenti pubblici non ricevono lo stipendio da anni. Il sistema sanitario è al collasso. Al sud ci sono proteste per la costante mancanza di elettricità e acqua potabile, mentre la classe dirigente governa dall’esilio. È un Paese straordinario, con delle ricchezze incredibili, ma ha una struttura interna che cade a pezzi ed è alla mercé di poteri regionali che se lo vogliono sbranare.

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