Negozi saccheggiati e arresti di massa: la protesta a Barcellona accende la destra in Spagna. E rischia di indebolire la lotta per la casa
Sabato 24 ottobre il centro di Barcellona ha vissuto una notte di saccheggi, barricate e incendi. Gli arrestati sono 128, oltre la metà minorenni, dopo una convocazione nata sui social e senza organizzatori identificati. A 35 giorni dalle elezioni politiche del 29 novembre, l’episodio ha già cambiato il tono della campagna: la destra invoca l’ordine pubblico, l’estrema destra punta sull’immigrazione e il governo catalano promette mano dura.
Intanto, il movimento per la casa, che da fine settembre riempie le piazze spagnole e prepara lo sciopero generale dell’11 novembre, teme di pagare il prezzo politico e mediatico degli scontri. In un mese dominato dall’emergenza abitativa, il dibattito rischia così di spostarsi su un terreno più favorevole alle destre. La manifestazione è cominciata nel pomeriggio in plaça Catalunya, con giovani che esponevano striscioni contro il sistema e richiamavano i «blocus» dei licei francesi. Nel corso della serata, gruppi di partecipanti hanno saccheggiato negozi e provocato incendi e scontri con la polizia. I Mossos d’Esquadra, la polizia catalana, hanno arrestato 128 persone, tra cui circa 73 minorenni, e identificato centinaia di partecipanti.
La convocazione circolava su TikTok almeno dal 20 ottobre con il nome «Blocus Barcelona». Profili anonimi rimandavano a gruppi WhatsApp e Telegram, ma nessuna organizzazione ha rivendicato l’iniziativa. I messaggi iniziali invitavano a non danneggiare negozi e arredi urbani; successivamente, le conversazioni si sarebbero concentrate sui saccheggi. Gli amministratori sono poi scomparsi. Resta da chiarire chi abbia promosso la mobilitazione. I Mossos escludono il coinvolgimento di gruppi criminali organizzati e descrivono piccoli gruppi intenzionati a provocare danni. L’analista Marcelino Madrigal ipotizza una manipolazione attraverso profili anonimi e contenuti costruiti per alimentare la partecipazione, ma al momento non esistono prove di una regia precisa. Nuovi appelli sono già circolati per il 30 e 31 ottobre.
Ma Barcellona è lo scenario di diverse proteste che si sovrappongono: le proteste studentesche, la mobilitazione per la casa e le convocazioni anonime dei «Blocus». La lotta per la casa è quella più strutturata. Dopo lo sfratto di Maricarmen a Madrid, il 26 settembre è nata una acampada prima a Puerta del Sol, e poi a Barcellona, a plaça Catalunya. Poche settimane dopo, i sindacati CCOO, UGT, CGT e altre sigle hanno convocato uno sciopero generale per l’11 novembre, il primo di queste dimensioni dal 2012. Sullo sfondo c’è una crisi sempre più grave: secondo l’INE, i prezzi delle abitazioni in Spagna sono cresciuti del 12,2% su base annua nel secondo trimestre del 2026. Il 2 ottobre, intanto, il Congresso aveva respinto due decreti sulla casa con i voti contrari di PP, Vox, Junts e UPN (Unión del Pueblo Navarro). La questione abitativa è così diventata uno dei principali terreni di scontro politico in vista delle elezioni anticipate del 29 novembre, annunciate da Pedro Sánchez.
Le convocazioni «Blocus» sono invece prive di un’organizzazione riconoscibile e di richieste politiche definite. Appelli analoghi sono circolati a Madrid, València, Alicante e Bilbao, ma è a Barcellona che hanno prodotto gli episodi più gravi. La loro sovrapposizione alle mobilitazioni sociali rischia di confondere fenomeni differenti e di indebolire le rivendicazioni di chi protesta per diritti concreti. Nel giro di poche ore, le forze politiche della destra hanno utilizzato i fatti di Barcellona per rilanciare le proprie priorità elettorali. Infatti il Partito Popolare, principale forza di opposizione a Madrid, ha collegato i disordini al governo di Sánchez e alla sinistra radicale, accusandoli di non voler abbandonare il potere. Il suo leader, Alberto Núñez Feijóo, ha affiancato la critica sulla sicurezza a una promessa di costruire un milione di abitazioni, cercando di mantenere aperto anche il fronte della crisi abitativa.
Vox, il partito di estrema destra guidato da Santiago Abascal, ha invece attribuito gli episodi all’immigrazione. Il suo segretario generale, Ignacio Garriga, ha parlato di «centinaia di giovani stranieri» senza che fossero disponibili dati ufficiali a sostegno. Anche Aliança Catalana, formazione indipendentista di estrema destra guidata da Sílvia Orriols, ha attribuito i fatti agli immigrati. Nonostante questa narrativa, la commissaria capo dei Mossos, Sílvia Catà, ha precisato che la polizia non disponeva di dati sulle nazionalità degli arrestati e ha contestato la provenienza delle informazioni diffuse dalle destre.
In Catalogna, Junts, che aveva votato contro i decreti sulla casa, ha chiesto alla consigliera dell’Interno Núria Parlon di spiegare in Parlamento la gestione dell’ordine pubblico. Il governo catalano è guidato dal PSC, il Partito dei Socialisti di Catalogna, federato con il PSOE di Sánchez. Anche il presidente della Generalitat, Salvador Illa, e il sindaco di Barcellona, Jaume Collboni, appartengono al PSC e hanno condannato gli episodi, promettendo conseguenze per i responsabili. Dalla sinistra, l’ex sindaca Ada Colau ha accusato l’estrema destra di alimentare la polarizzazione e ha sollevato interrogativi sulla gestione della polizia.
Per settimane, il dibattito pubblico spagnolo è stato dominato dalla crisi abitativa: gli sfratti, le acampadas, la bocciatura dei decreti e la preparazione dello sciopero generale. Gli episodi di Barcellona hanno introdotto un’immagine diversa, fatta di negozi saccheggiati, giovani incappucciati e arresti di massa. Una parte della politica ha immediatamente ricondotto questa immagine ai temi dell’ordine pubblico e dell’immigrazione.
Lo spostamento è già visibile nel linguaggio di Vox, che ha trasformato i disordini in uno slogan elettorale, e nelle richieste di inasprimento delle leggi avanzate da settori della polizia. Anche Junts ha spostato l’attenzione sulla gestione della sicurezza da parte del governo catalano. La dinamica può avere conseguenze elettorali. Secondo un’analisi dei sondaggi pubblicata da El País, la casa preoccupa il 41% degli elettori del PSOE e il 59% di quelli di Sumar, mentre tra gli elettori di Vox l’immigrazione pesa più della questione abitativa. Portare il confronto sulla sicurezza può quindi mobilitare l’elettorato di destra.
A poche settimane dal voto, la posta in gioco non riguarda soltanto l’identità di chi ha convocato la protesta, ancora sconosciuta. Riguarda anche la capacità del movimento per la casa di mantenere al centro dell’agenda una crisi che colpisce milioni di persone, evitando che la paura e la richiesta di ordine pubblico oscurino le cause sociali della mobilitazione.
(immagine d’archivio – Proteste per il diritto alla casa a Madrid, 16 ottobre)
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