Gli Usa verso il suicidio geopolitico: o si cambia registro o assisteremo alla loro caduta
Immaginate un colosso da 25 trilioni di dollari che decide di tagliarsi le vene, poi cambia idea e si immerge nella vasca convinto di farsi un bagno rigenerante. Così gli Stati Uniti: stanno compiendo il più spettacolare suicidio geopolitico della storia moderna in diretta tv, tra spot elettorali e tweet incendiari del Presidente.
Per decenni i professori di geopolitica ci hanno insegnato che gli Stati calcolano razionalmente il proprio ‘interesse nazionale’: difendono i confini, allargano i mercati, coltivano gli alleati. Ma questo vale per le democrazie. Bene, cancellate i manuali: negli Stati Uniti di oggi la logica è ribaltata. Si distruggono trattati commerciali costruiti in ottant’anni, si umiliano gli alleati, si fanno guerre insensate, perdendole… fino a lasciare il Medio Oriente nel caos.
E mentre all’esterno l’impero arretra a colpi di gaffe e ritirate precipitose, all’interno consuma l’autofagia: tagli alla ricerca scientifica pura, università sotto assedio politico, scuole pubbliche a secco, residenti immigrati cacciati dall’oggi al domani, e un ascensore sociale fermo dal secolo scorso. Il Paese è in mano a un clan mafioso che cavalca il ‘patriottismo’, di cui è peraltro completamente privo: tutto intento com’è a massimizzare il proprio potere economico, mediatico, e politico; lasciandosi dietro solo macerie.
Come siamo arrivati a questo punto?
A parte le influenze esterne, la risposta è semplice: il potere autoritario impara in fretta e si nutre della propria impunità. Un leader tenta di ribaltare il voto popolare nel 2021, arringa la folla che assalta il Campidoglio, ma non finisce in cella. Viene processato a rilento, incassa una sentenza della Corte Suprema che gli garantisce l’immunità e, infine, viene rieletto trionfalmente. Il messaggio recepito dal sistema nervoso del Paese è devastante nella sua chiarezza: tentare un colpo di mano non comporta rischi, paga dividendi altissimi.
Nel frattempo, il Congresso ha smesso di fare il proprio mestiere. Progettato come il cane da guardia della democrazia, oggi somiglia piuttosto a un ufficio stampa o a un talk show permanente, dove deputati e senatori recitano battute a beneficio degli algoritmi dei social. A tenere in piedi questa commedia è un fiume inarrestabile di denaro. Dalla storica sentenza Citizens United, che ha equiparato i dollari alla libertà d’espressione, la politica di Washington è stata letteralmente comprata all’ingrosso.
Non parlo delle vecchie lobby del tabacco o del petrolio: oggi a dettare legge sono i baroni della Silicon Valley, i miliardari delle criptovalute e i pionieri dell’intelligenza artificiale, capaci di versare centinaia di miliardi nei comitati elettorali per assicurarsi deregolamentazione selvaggia e contratti federali. Ecco perché l’idea che un buon risultato dei Democratici a novembre — magari strappando la maggioranza alla Camera o al Senato — possa risolvere magicamente la crisi è un’illusione. Big Money trova sempre traditori in vendita.
L’uomo forte campa sulla percezione di invulnerabilità. Se l’immagine si incrina sotto i colpi congiunti di fiaschi militari all’estero e di una batosta nei seggi interni, il castello di carte può vacillare. Ma l’intervallo dura un battito di ciglia. Cosa farebbero i Democratici il giorno dopo aver riconquistato il Congresso? Se la risposta è il solito copione moderato — commissioni d’inchiesta infinite, buone maniere e la promessa di “riportare la normalità” — la partita è persa in partenza. Quando la gente è impoverita e disillusa, l’attesa genera solo cinismo: il velenoso “tanto rubano tutti” tornerebbe ad essere vento nelle vele dei Maga.
Per invertire la tendenza l’opposizione dovrebbe presentarsi in aula il primo giorno utile con due pacchetti di leggi radicali e chiarissimi:
– La separazione chirurgica tra denaro e politica: tetti ferrei alle donazioni, divieto di compravendita di titoli per i politici in carica, e trasparenza totale sui giganti tech e crypto.
– Misure economiche e sociali immediate: sgravi fiscali per chi lavora, investimenti nella sanità, finanziati tassando le rendite oligarchiche.
Il presidente porrà il veto? Certo che lo farà. Ma dovrà farlo davanti agli occhi di milioni di elettori. Costringere l’uomo forte a firmare il rifiuto esplicito di un salario dignitoso o di cure accessibili significa togliergli la maschera di difensore del popolo e svelare per chi lavora davvero: i nuovi magnati dell’oro digitale.
Ma guai a pensare che bastino le aule felpate di Capitol Hill. Le democrazie non muoiono solo per mano dei despoti; muoiono per l’apatia dei cittadini. Non si batte l’onda autoritaria con gli avvocati e le cravatte d’ordinanza. Serve la piazza: i sindacati, le associazioni civiche, le università che resistono, gli ospedali, la gente comune che fa rete per difendere i propri diritti, per battere la corruzione e quarant’anni di disuguaglianze feroci.
La posta in gioco a Washington non riguarda solo gli americani. Dalle capitali europee all’America Latina, dalla Russia all’Asia, l’autocrazia neo-nazi-fascista osserva il laboratorio statunitense. Se l’America non sfrutterà l’eventuale tregua elettorale per cambiare radicalmente registro e redistribuire potere e ricchezza, la più grande democrazia del pianeta trascinerà l’Occidente e il mondo nei gorghi della sua caduta.
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