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Tuesday, October 13, 2026

Allarme del Fondo monetario sull’IA: “Sposta ricchezza dal lavoro al capitale”. Il rischio nascosto per tasse, pensioni e servizi

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Allarme del Fondo monetario sull’IA: “Sposta ricchezza dal lavoro al capitale”. Il rischio nascosto per tasse, pensioni e servizi

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L’intelligenza artificiale sta già sostenendo la crescita dell’economia mondiale cambiando il mondo del lavoro. Ma potrebbe cambiare anche il modo in cui finanziamo pensioni, sanità e servizi pubblici, se parte della ricchezza prodotta si sposterà dalle buste paga ai profitti delle imprese, con conseguenze per le entrate fiscali. A (ri)lanciare l’allarme è Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo monetario internazionale, intervenuta a Bangkok all’apertura degli incontri annuali con la Banca mondiale.

Secondo Georgieva, sono soprattutto i massicci investimenti nelle infrastrutture per l’IA a consentire all’economia mondiale di crescere intorno al 3%, nonostante il rallentamento provocato dallo shock energetico. Un boom che sta già producendo uno “shock della domanda, uno shock degli investimenti” e che potrebbe aggiungere fino a un punto percentuale alla crescita delle economie asiatiche avanzate. Ma la direttrice del Fmi ha anche descritto l’IA come uno “tsunami a lento movimento”, destinato ad avere profonde conseguenze sull’occupazione, sulla crescita, sull’istruzione e persino sul “modo in cui i governi generano entrate attraverso la tassazione, dato il previsto spostamento dal lavoro al capitale”. La rivoluzione digitale potrebbe interessare, secondo il Fmi, il 40% dei posti di lavoro nel mondo: non significa quattro posti di lavoro in meno ogni dieci, ma che quelle mansioni potrebbero subire trasformazioni, essere valorizzate piuttosto che sostituite.

Il monito non è nuovo. Già nel 2024, in uno studio dedicato all’IA generativa, il Fmi indicava la necessità di rafforzare la tassazione dei redditi da capitale. Nell’aprile 2026, un’altra analisi ha ribadito che la possibile riduzione dei redditi da lavoro potrebbe indebolire le entrate pubbliche proprio mentre aumentano le spese per sostenere chi perde l’occupazione o deve cercarne un’altra. Tra i suggerimenti: tassare meglio profitti e rendite, contrastare lo spostamento degli utili verso Paesi fiscalmente convenienti e rafforzare la protezione sociale. Quanto alla cosiddetta “tassa sui robot”, il Fmi suggerisce cautela perché il rischio è quello di frenare gli investimenti. I problemi potrebbero presentarsi, paradossalmente, anche se la ricchezza prodotta dovesse aumentare.

Perché? Se grazie all’IA un’impresa spende meno in salari e una parte della ricchezza prodotta diventa profitto, lo Stato potrebbe incassare meno. Su quegli stipendi lo Stato incassava imposte e contributi previdenziali. Il profitto viene invece tassato con regole diverse: può rimanere nell’azienda, essere distribuito ai proprietari come dividendo oppure essere contabilizzato, nel caso delle multinazionali, anche in un altro Paese. Insomma, non è detto che il fisco riesca a recuperare quanto perde dalla riduzione dei redditi da lavoro.

Le tasse su redditi da lavoro e profitti delle imprese seguono regole diverse, e le rispettive aliquote non sono direttamente confrontabili. Ma i dati internazionali aiutano comunque a capire la questione. Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse), nel 2025 il prelievo medio su un lavoratore single con salario medio, comprese imposte e contributi a carico del dipendente e del datore, corrispondeva al 35,1% del costo del lavoro. Nel 2026 l’aliquota ordinaria media sui profitti delle imprese, nelle 146 giurisdizioni considerate dall’Ocse, era del 21,2%, contro il 28% del 2000. Attenzione: non significa che, trasferendo 100 euro dai salari ai profitti, gli Stati ne incasseranno 21 dalle imprese mentre prima ne incassavano 35 dai lavoratori, perdendone 14: sui profitti distribuiti possono gravare ulteriori imposte. I dati mostrano però che la destinazione della ricchezza ha conseguenze per il fisco.

Se i redditi da capitale sono tassati in modo diverso, oppure in tempi e luoghi differenti, magari perché la tecnologia applicata da un’azienda europea appartiene a una multinazionale che ha sede altrove, lo spostamento da lavoro a capitale può ridurre le risorse disponibili. Una prospettiva che rende la situazione dell’Italia particolarmente delicata. Sempre secondo l’Ocse, nel 2025 il cuneo fiscale per un dipendente italiano, single e con salario medio, raggiungeva il 45,8% del costo del lavoro, oltre dieci punti sopra la media Ocse. In un Paese dove imposte e contributi da lavoro rappresentano la metà del gettito fiscale e contributivo (48,6% nel 2024, dati Commissione Ue), contro il 25,5% attribuito al capitale. Dove, negli ultimi vent’anni, la quota della ricchezza prodotta destinata agli stipendi è diminuita, a differenza della media Ue che è rimasta stabile. Un problema soprattutto per la previdenza: i contributi derivanti dai salari sono la principale fonte di finanziamento delle pensioni. Se si riduce, lo Stato dovrà trovare i soldi in altro modo. Non è un destino segnato. Se aumenta la produttività, l’IA potrebbe creare nuovi lavori, far crescere gli stipendi, generare più ricchezza e più gettito. L’importante è riuscire a intercettare la ricchezza che, secondo il Fmi, si sposterà dalle buste paga ai profitti, e garantire che contribuisca a pagare pensioni e servizi pubblici.

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