L'Iran colpisce sei imbarcazioni in risposta agli attacchi USA

IL PUNTO - Escalation nel Golfo: gli USA distruggono tre petroliere iraniane dopo un attacco missile dei Pasdaran. Trump minimizza: "Per noi è una cosa da poco"
Torna a salire pericolosamente la tensione in Medio Oriente, dove la prospettiva della pace appare sempre più un miraggio. In risposta al lancio di missili balistici da parte dei Pasdaran contro due navi da guerra statunitensi in pattugliamento nei pressi dell'isola di Kharg, le forze armate americane hanno sferrato un duro contrattacco, colpendo tre petroliere iraniane e distruggendone una in modo definitivo. Contemporaneamente, in Yemen si riaccendono i combattimenti sul campo tra le forze governative e i ribelli Houthi filo-iraniani, con un bilancio che conta già decine di vittime.
La rappresaglia americana nel Golfo
Secondo quanto ricostruito dal Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), una portaerei e un cacciatorpediniere lanciamissili hanno intercettato ed evitato un attacco non provocato condotto dalle forze di Teheran. La reazione di Washington è stata immediata: le forze americane hanno reso inutilizzabili la MT/Downy al largo dell'isola di Kharg e la M/T Stark 1 nei pressi di Jask. La terza imbarcazione, la M/T Kylo, è stata completamente distrutta nel Golfo di Oman dopo che all'equipaggio è stato ordinato di abbandonare la nave.
Secondo la Difesa USA, i tre bastimenti facevano parte di una rete finanziaria occulta multimiliardaria impiegata dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica per finanziare le proprie attività e i gruppi proxy regionali.
Durissimo il commento del Capo del Pentagono, Pete Hegseth: «È semplice: se l'Iran spara alle nostre navi, noi distruggeremo le loro petroliere. Tutto quello che devono fare è smettere di sparare. La loro flotta è indifesa, i nostri aerei, navi e sottomarini possono colpirle tutte». Al momento non si registra alcuna replica ufficiale da parte di Teheran.
Trump minimizza il conflitto, Axios svela il piano per il post-guerra
Nonostante l'impatto potenziale sulla stabilità dello Stretto di Hormuz e sui mercati globali, l'amministrazione statunitense ostenta sicurezza. Il presidente Donald Trump ha ridimensionato la portata delle operazioni: «Molti non la chiamano una guerra, io lo chiamo un conflitto militare. Per noi sono briciole, effettuiamo attacchi intermittenti. È una cosa da poco, non una questione di grande portata». Riferendosi alle perdite umane — che contano finora 18 americani caduti — il presidente ha aggiunto: «Anche uno è troppo, ma in Vietnam ne abbiamo persi migliaia».
Nel frattempo, indiscrezioni pubblicate dalla testata Axios rivelano che la Casa Bianca starebbe lavorando nelle fasi iniziali a un piano per il post-guerra in Medio Oriente. L'iniziativa, focalizzata principalmente sullo scacchiere mediterraneo, punterebbe a contenere l'influenza iraniana e ad ampliare gli Accordi di Abramo per favorire la normalizzazione dei rapporti tra Israele e i Paesi arabi della regione.
Sangue in Yemen: oltre 60 morti negli scontri con gli Houthi
A complicare il quadro regionale si aggiunge il riacutizzarsi della guerra civile in Yemen. Violenti scontri andati avanti per diverse ore nella regione sud-occidentale del Paese hanno contrapposto le forze governative, sostenute dall'Arabia Saudita, ai ribelli Houthi sostenuti dall'Iran.
Il bilancio provvisorio è di oltre 60 morti. L'offensiva dei ribelli sembra mirare a un consolidamento territoriale in un'area altamente strategica per il controllo delle rotte marittime del Mar Rosso.
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