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Wednesday, September 9, 2026

Allarme Onu sul riacutizzarsi della guerra in Sudan: “Colpa del mancato embargo e delle armi vendute dalle potenze straniere”

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Allarme Onu sul riacutizzarsi della guerra in Sudan: “Colpa del mancato embargo e delle armi vendute dalle potenze straniere”

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Droni, nuovi flussi di armi e sostegno straniero stanno cambiando la natura del conflitto in Sudan, estendendo la portata geografica delle ostilità e prolungando i combattimenti ai danni dei civili. Sono queste le conclusioni del report pubblicato di recente dalla missione d’inchiesta dell’Onu che certifica un rafforzamento delle capacità belliche tanto delle Forze armate sudanesi (Saf) quanto delle Forze di supporto rapido (Rsf).

All’inizio del conflitto, scoppiato nel 2023, le Saf guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan mantenevano un vantaggio aereo, ma negli ultimi due anni le Rsf hanno migliorato il loro arsenale. Le forze paramilitari sono riuscite ad effettuare sorveglianza e attacchi oltre le linee del fronte e a notevole distanza dalle proprie postazioni di terra grazie ai droni, diventati un elemento chiave nel ribilanciamento dei rapporti di forze tra i due avversari. Come certificato dall’Onu, questo cambiamento è stato possibile grazie al supporto che le Rsf hanno ricevuto dall’estero. Le armi sono giunte in Sudan attraverso rotte aeree, terrestri e marittime che collegano individui ed entità situati negli Emirati Arabi Uniti, in Ciad, nella Libia sudorientale e nel Puntland in Somalia. Specifiche località fungono da veri e propri centri di transito e logistici attraverso i quali armi, personale e altri rifornimenti militari sono stati spostati nelle aree controllate dalle Rsf. L’evoluzione dell’arsenale delle Forze di supporto rapido dimostra l’efficacia di questa rete di sostegno straniero. Nel corso dell’ultimo anno, le Rsf sono passate dall’usare semplici munizioni a piattaforme strategiche come il CH-95 di fabbricazione cinese o i droni Akinci di produzione turca. La rete di sostenitori stranieri ha anche fornito alle forze paramilitari circa 2mila contractors provenienti dalla Colombia e impiegati anche per operazioni con droni da combattimento, artiglieria e armamenti avanzati, oltre che nell’addestramento delle truppe paramilitari.

Ma anche le Forze Armate sudanesi hanno utilizzato velivoli senza pilota e munizioni a guida autonoma ricevuti dall’estero, come i droni da combattimento di fabbricazione iraniana Mohajer-6 e Ababil-3, i turco-pakistani YHIA-III e sistemi turchi Bayraktar. Inoltre, dallo scoppio della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, le Saf hanno aumentato la loro dipendenza dalle armi provenienti dalla Turchia e dal fronte pakistano, anche grazie al sostegno dell’Arabia Saudita. I droni turchi sono in realtà parte di entrambi gli arsenali. Come riportato da Acled il 23 maggio, un drone Akinci delle Saf ha lanciato un missile per intercettare un Akinci delle Rsf, a dimostrazione di come i due eserciti siano riusciti a ottenere gli stessi sistemi d’arma, ma da intermediari diversi.

A pagare il prezzo dell’aumento delle capacità offensive delle parti in lotta sono come sempre i civili. Gli attacchi contro le vie di trasporto e le infrastrutture essenziali aggravano la crisi umanitaria, oltre a causare morti e feriti. I droni in particolare hanno modificato la distribuzione geografica delle ostilità e aumentato l’esposizione dei civili ai bombardamenti. Secondo l’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, oltre mille persone sono state uccise in attacchi con droni tra gennaio e maggio 2026. Gli attacchi hanno colpito, tra l’altro, mercati, strutture sanitarie, convogli umanitari e infrastrutture essenziali.

Nelle sue conclusioni, il rapporto ricorda che gli Stati identificati come parte della catena di approvvigionamento delle armi hanno l’obbligo di indagare e fermare le reti che operano sul loro territorio. Inoltre, viene chiesto di bloccare i trasferimenti bellici se vi è il rischio che queste possano essere usate per compiere gravi violazioni dei diritti umani. Sulla scia di questa proliferazione delle armi e delle conclusioni del report, gli Stati Uniti hanno presentato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite una proposta per estendere l’embargo a tutto il territorio del Sudan, includendo esplicitamente droni, sistemi senza pilota e tecnologie collegate. Il consigliere della presidenza statunitense per gli Affari africani, arabi e mediorientali, Massad Boulos, ha anche aggiunto che Washington intende aumentare il numero degli esperti incaricati di controllare l’applicazione delle misure e rafforzare il monitoraggio delle reti esterne che alimentano il conflitto. Al momento, l’embargo è limitato al Darfur, dove sono attive le Rsf. La proposta Usa è sostenuta da Francia, Regno Unito e Danimarca, ma Cina e Russia si sono detti contrati a questa risoluzione e promettono di usare il loro potere di veto.

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