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Monday, September 21, 2026

Prof accoltellata a Roma, un ragazzo su due favorevole al divieto social: “Sono dei vizi, come alcol e fumo. Sostituiscono legami umani”

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Prof accoltellata a Roma, un ragazzo su due favorevole al divieto social: “Sono dei vizi, come alcol e fumo. Sostituiscono legami umani”

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Se ci fosse un divieto di accesso ai social network per i giovanissimi, difficilmente un 13enne si filmerebbe in diretta streaming su Telegram, mentre accoltella la sua prof a scuola, con un smartphone sulla testa, e un conto alla rovescia pubblicato la sera prima su TikTok da oltre 70mila like. Ne è convinto Alessandro Gianesini, 19 anni, presidente della consulta provinciale degli studenti del Veneto, delegato nazionale sui temi dell’Intelligenza artificiale. La valanga di “mi piace” al countdown è “Uun numero enorme – stima Gianesini – l’ennesima prova di come la rete amplifichi e alimenti situazioni al limite senza che scatti alcun freno di emergenza”. L’antidoto? Non lasciare i giovani soli davanti allo schermo, definire regole e insegnar loro a rispettarle.

Hai visto il video del 13enne che ha accoltellato la docente delle medie Isabella Marsilio, a Roma? È giusto pubblicarlo o ci sono rischi di emulazione tra i più giovani?
Ho scelto di non guardarlo e ritengo sia stato un errore diffonderlo. Di recente, come Consulta degli studenti del Veneto, abbiamo affrontato questo tema durante un confronto con l’Ordine degli Psicologi. E confermano come la spettacolarizzazione di questi episodi aumenti concretamente il rischio di emulazione tra i più giovani. La sovraesposizione quotidiana a immagini di questo tipo produce due effetti estremamente pericolosi: da un lato rischia di normalizzare gesti che dovrebbero solo inorridire; dall’altro offre un megafono a chi compie azioni simili spinto da un distorto bisogno di visibilità. Se la rete e i giornali trasformano un atto violento in un evento virale, finiscono involontariamente per dimostrare che la violenza garantisce la notorietà cercata.

Cosa può spingere un 13enne ad accoltellare la sua prof, filmando il delitto in diretta streaming? Possono bastare i brutti voti?
Assolutamente no, il brutto voto è stato solo l’innesco finale. Il problema vero è un isolamento profondo: a 13 anni, al posto delle relazioni reali e dei momenti all’aperto con gli amici, probabilmente c’era una fruizione quotidiana e priva di freni di contenuti violenti e video macabri. Quando un adolescente cresce bombardato dalla violenza come spettacolo, la percezione del limite e del valore della vita si azzera. Se non avesse avuto un libero e completo accesso al mondo digitale senza supervisione, difficilmente si sarebbe arrivati a questo punto.

Secondo le prime ipotesi degli inquirenti, il ragazzo è stato istigato online, via social, da gruppi “suprematisti accelerazionisti”: chi sono questi gruppi, ne hai mai sentito parlare?
Mai. Ma il problema non è la sigla, quanto il vuoto relazionale che permette a tali realtà di fare presa. Dobbiamo chiederci cosa renda un tredicenne così fragile, solo ed esposto ad influenze del genere. Se un giovane è inserito in una rete sociale sana, la propaganda di questi gruppi scivola via; se è isolato, diventa una preda facilissima.

Per la tua esperienza dei social e del web, è plausibile l’ipotesi di un 13enne istigato, fino a compiere il delitto di accoltellare la sua prof?
Sì, ma la vera parola chiave non è “istigato”, è isolato. I social sono potenzialmente pericolosi, ma la loro influenza non è ineluttabile. Nessuna manipolazione sul web può funzionare se trova dall’altra parte un giovane circondato da presenza e punti di riferimento: regole familiari chiare sui media, insegnanti attenti alle fragilità e relazioni reali tra coetanei. Se ci fossero stati questi argini nella vita di tutti i giorni, qualsiasi pressione arrivata dal web avrebbe fallito miseramente.

La notte prima dell’aggressione alla professoressa Isabella Marsilio, sul suo profilo TikTok prima che fosse chiuso, è apparso l’inizio di un conto alla rovescia. Oltre 70mila persone avevano apprezzato con un “mi piace”: ti sembrano numeri normali per il profilo di un tredicenne? Oppure l’indizio di una platea in attesa che accadesse qualcosa?
70.000 like sono un risultato enorme. Mi auguro davvero che chi ha messo “mi piace” a quel conto alla rovescia pensasse a un video ironico e non a una minaccia reale. Numeri del genere sul profilo di un tredicenne in difficoltà sono un segnale inquietante che non possiamo ignorare. Che si sia trattato di superficialità o di morbosità, quella risposta di massa è l’ennesima prova di come la rete amplifichi e alimenti situazioni al limite senza che scatti alcun freno di emergenza.

Che rapporto hai con i social, usi le piattaforme? Quante ore al giorno?
Le ho provate tutte. Anch’io sono arrivato a usarle per 7 ore al giorno: è insostenibile. Adesso le uso il minimo indispensabile, anche se ogni tanto mi perdo ancora nell’algoritmo di Instagram.

Telegram è molto usato dai ragazzi? E cosa lo differenzia da piattaforme come Facebook e Instagram?
Telegram è molto particolare e, a mio parere, la piattaforma più pericolosa. Quasi tutti i ragazzi ce l’hanno installata sullo smartphone, ma in realtà sono pochi a usarla per la messaggistica quotidiana. È risaputo che viene considerata la piattaforma di riferimento quando si cercano o si vogliono compiere attività poco legali, grazie al forte anonimato, ai canali privati e alla scarsa moderazione. Proprio per questa mancanza di filtri e controlli, è anche l’ambiente in cui è più facile essere adescati o entrare in contatto con realtà estremamente rischiose.

Secondo un sondaggio di Skuola.net e della Fondazione Di.Te, circa un giovane su due sostiene il divieto d’acceso ai social per i più giovani. Anche la consulta degli studenti veneti è favorevole: a quale età è giusto porre l’asticella di ingresso e perché?
La nostra proposta fissa l’asticella d’ingresso a 14 anni, con l’introduzione di una verifica reale dell’età tramite la Carta d’Identità Elettronica (CIE). Questa posizione non nasce da teorie astratte, ma da un percorso democratico e partecipato che ha visto il voto favorevole di tutte le Consulte provinciali del Veneto, dando voce a circa 700.000 studenti.

Cosa spinge gli studenti a chiedere limiti per l’uso delle piattaforme?
Non è una crociata contro internet o la tecnologia. Chiediamo solo di fermare l’accesso sregolato ai social media, perché fino ai 14 anni è fondamentale tutelare la salute cognitiva e la crescita emotiva dei ragazzi da modelli economici ideati per monetizzare l’attenzione dei più giovani. L’essere umano ha un bisogno naturale di socializzazione reale e di empatia, qualità che non si sviluppano attraverso un’interazione filtrata dagli algoritmi.

Non è compito dei genitori porre limiti ai figli?
Se la scelta di vietare i social viene delegata alla singola famiglia, il ragazzo privo di profilo diventa inevitabilmente “l’escluso” del gruppo. Se invece la regola diventa una norma collettiva per legge, il divieto cessa di essere una punizione individuale e si trasforma in una tutela di comunità. Ovviamente, il solo divieto sarebbe una misura sterile se non fosse affiancato da un percorso educativo.

Oltre ai divieti, serve la formazione dei ragazzi?
Chiediamo ore obbligatorie di educazione digitale a scuola fin dalle elementari. Il periodo d’attesa fino ai 14 anni deve essere una finestra formativa per comprendere il funzionamento della rete prima di farne parte a tutti gli effetti.

La Commissione europea ha proposto la soglia d’ingresso a 13 anni, per l’Italia sarebbe perfino un passo indietro, perché oggi fino a 14 anni i ragazzi non potrebbero accedere alle piattaforme.
Infatti 13 anni sono decisamente pochi. Come Consulte abbiamo votato chiaramente per fissare il limite almeno a 14 anni, ma nel nostro dibattito interno stiamo persino ragionando sull’opportunità di alzare l’asticella a 16 anni. I social network non sono servizi primari o vitali: rinviare l’accesso di qualche anno non toglie nulla alla crescita di un ragazzo, mentre anticiparlo in una fase evolutiva così complessa e fragile può creare danni enormi, come purtroppo ha dimostrato anche la tragedia della professoressa accoltellata. È sempre meglio tutelare qualche anno in più che rischiare prima del tempo. In questo senso, trovo molto interessante anche l’ipotesi di introdurre, una volta superata l’età minima, dei “mini-account” con funzionalità ed esposizione graduali, per accompagnare i giovani verso un uso maturo delle piattaforme.

Intorno a te vedi molti ragazzi dipendenti dai social, dallo smartphone, o da altre tecnologie?
Sì, purtroppo è un fenomeno diffusissimo: è diventato rarissimo trovare ragazzi che non siano, in un modo o nell’altro, dipendenti dallo smartphone. I social sono diventati il centro della vita quotidiana, arrivando ad appiattire e sostituire le relazioni umane, ed è un fatto davvero triste. Si sente spesso dire che la tecnologia serva ad “avvicinare le persone”, ma a mio avviso è soltanto una trovata pubblicitaria. Un messaggio o uno schermo non potranno mai sostituire un rapporto vero: più del 50% della comunicazione umana si fonda sul linguaggio non verbale, sul contatto visivo e sulle sfumature della presenza. Filtrare tutto attraverso un display significa privare i ragazzi di un pezzo fondamentale della loro crescita.

Molti adulti sono contrari al divieto social per i minori. Dicono: i giovani aggirano i divieti, quindi meglio insegnar loro ad utilizzarli. Ti sembra un ragionamento corretto che gioverebbe ai ragazzi?
È un ragionamento fallace, una resa del mondo adulto e un’abdicazione al proprio ruolo educativo. Perché una cosa non esclude l’altra: educare e regolamentare devono andare di pari passo. Usando una metafora, nessuno si sognerebbe mai di mettere un ragazzino alla guida di un’automobile dicendo “tanto prima o poi guiderà, meglio lasciarlo fare”. Prima si fa un percorso di formazione, si acquisiscono le competenze, si prende la patente e solo dopo ci si mette al volante. In questo caso la “macchina” sono i social network. L’obiettivo è fissare regole chiare e, contemporaneamente, insegnare come rispettarle.

Ecco un altro argomento degli adulti contrari al divieto social: i grandi sono i primi a cadere nella dipendenza da smartphone, è ipocrita vietarli solo ai giovani. Secondo te, è un buon motivo per lasciare accesso libero ai social network anche ai più giovani?
Seguendo questo ragionamento, dovremmo rassegnarci all’idea che quello dei social sia un problema senza soluzione, destinato a restare eterno. Se in futuro verrà adottata la proposta di un patentino digitale, obbligatorio, troverei del tutto corretto prevederlo anche per gli adulti. Tuttavia, accusare i grandi di ipocrisia non può diventare una scusa per lasciare i giovani privi di tutela. I danni che l’uso incontrollato dei social e la dipendenza da algoritmi provocano ad un 13enne non sono minimamente paragonabili all’impatto su un adulto. Gli adulti hanno il dovere di proteggere i minori, subito, indipendentemente dalle proprie fragilità.

Chi è favorevole al divieto propone l’analogia dei social network come alcol e fumo. È corretto, a giudicare da quel che vedi tra i tuoi coetanei?
Sì, l’analogia è assolutamente corretta. Anzi, a giudicare da quello che vedo tutti i giorni tra i miei coetanei, i social creano una dipendenza che in molti casi è persino più insidiosa e pervasiva di quella da fumo o alcol. A differenza di sostanze che hanno barriere d’accesso o limiti d’uso legati al contesto, lo smartphone è costantemente presente in tasca. L’accesso a un flusso continuo di dopamina e la costante ricerca di approvazione sociale generano un’assuefazione identica, se non superiore. Se per alcol e nicotina riteniamo doveroso porre divieti per tutelare la salute dei minori, è del tutto logico applicare gli stessi principi di salvaguardia anche per la dipendenza digitale.

In Francia, la proposta del divieto social per i minori di 16 anni è stata bocciata dalla Consulta perché viola la libertà d’espressione dei minori. Senza i tuoi profili social, ti sentiresti meno libero di esprimerti?
No, la mia libertà non dipende da un profilo su una piattaforma. Trovo che sostenere una tesi del genere significhi avere un’idea distorta di cosa sia la libertà d’espressione. Un divieto anagrafico non è un atto punitivo verso il singolo, ma una misura di protezione collettiva. Si scambia troppo spesso la libertà di parola dei ragazzi con la libertà delle multinazionali digitali di fare profitto sulle nostre vite. Esprimersi significa partecipare alla vita reale, discutere con i coetanei e sviluppare un’identità autonoma. Togliere i social a un tredicenne o a un quattordicenne non gli toglie la parola, gli restituisce il tempo per imparare a usarla davvero.

I chatbot dell’Intelligenza artificiale, oltre ai social, quale influenza possono avere sui ragazzi, alla luce dei dati da voi raccolti?
I ragazzi utilizzano l’intelligenza artificiale quotidianamente, ma il problema fondamentale è che nessuno ha insegnato loro come farlo. Da un’indagine condotta su oltre 20.000 studenti della Regione Veneto, è emerso che circa l’80% ha imparato a usare questi strumenti da autodidatta e per la totalità dei ragazzi manca un insegnamento formale a scuola: una cultura dell’uso responsabile è purtroppo ancora assente. Oggi i chatbot vengono impiegati ogni giorno per copiare verifiche o fare i compiti a casa, ma c’è un aspetto relazionale ancora più delicato: molti studenti li usano come veri e propri amici confidenti, arrivando ad aprirsi più con un’IA che con i propri genitori. Questo vuoto emotivo ed educativo dimostra come la scuola debba muoversi al più presto in modo deciso e strutturato per guidare i giovani nell’era dell’intelligenza artificiale.

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