Midterm, lo schiaffo dell’America alla nuova Yalta. E il confronto con l’Italia è desolante
I numeri non lasciano scampo alla propaganda: un’onda d’urto di +8 seggi al Senato (stimati), strappati dai Democratici ai Repubblicani, equivale a una deflagrazione; è il secondo miglior risultato alle midterm degli ultimi cento anni. In un’aula dove si rinnova appena un terzo degli scranni e dove la media fisiologica di perdita per il presidente in carica non supera i quattro seggi, strapparne otto significa aver demolito le fondamenta geopolitiche della maggioranza uscente, espugnando bastioni blindati da quasi un secolo: come il Kansas — dopo 94 anni di monopolio conservatore — e il Texas, dove i democratici non eleggevano un senatore dal 1988.
A innescare questa reazione a catena sono state due forze primarie. Da un lato, la saturazione per una disuguaglianza economica divenuta oscena, acuita da regalie fiscali ai miliardari della Silicon Valley, dal caro-vita e dal saccheggio del ceto medio. Dall’altro, un rifiuto categorico della torsione autoritaria interna e della svendita geopolitica all’estero: oltre il 75% dei cittadini americani esige il rispetto del diritto internazionale e il sostegno all’Ucraina aggredita, rigettando le avventure belliche insensate, come quella contro l’Iran.
È una battuta d’arresto fatale per il disegno di spartizione globale a tre — Washington, Mosca, Pechino — che puntava a replicare una seconda Yalta sulle ceneri delle democrazie. Quel vertice trilaterale previsto a fine mese per spartirsi il pianeta in cortili imperiali sbatte contro la realtà dei fatti: l’Ucraina non è caduta, il Canada non è il 51esimo Stato dell’Unione, la Groenlandia non è in vendita e le democrazie dell’Est Europa non sono tornate pedine del Cremlino, Taiwan è ancora libera.
Ma le democrazie hanno ancora molti problemi, di origine sia interna che estera (la subdola guerra ibrida delle tre grandi Potenze). Per noi la vera lezione di questa notte elettorale non risiede a Washington. Risiede nella spietata asimmetria tra la risposta immunitaria del corpo sociale americano e il coma vegetativo in cui versa la democrazia italiana.
Osservate l’America: una democrazia concepita non come un monolite centralizzato, ma come una rete complessa di forze contrapposte. Quando il centro federale è stato infettato dal virus reazionario, la periferia ha fatto da barriera corallina. Hanno retto i governi locali, le università trasformate in trincee di pensiero critico, le associazioni civiche, i sindacati, una stampa che non ha rinunciato a indagare e una società civile abituata a concepire i diritti come muscoli da allenare quotidianamente.
La ‘sorprendente’ immediata accettazione formale del risultato del voto da parte del Presidente potrebbe celare ulteriori manovre eversive? L’ideologo di destra (bene informato sugli umori del Maga) Steve Bannon ha promesso, in caso di sconfitta elettorale, la “guerra civile”? Cercheranno di comprarsi qualche deputato democratico? Non ci riusciranno: la resistenza anti-trumpiana con intelligenza ha sempre rifiutato la violenza; e troppo netto è stato il risultato elettorale.
Il successo democratico al Congresso ha gambe solide proprio perché sostenuto da questa ramificazione di corpi intermedi. I Democratici americani ora hanno l’obbligo storico di tradurre i seggi in una bonifica radicale: separare i miliardi dalla politica, cancellare la compravendita di titoli per i parlamentari e disinnescare la deriva neofascista del Partito Repubblicano.
Voltatevi adesso verso l’Italia. Il contrasto è desolante. Nel nostro Paese il sistema nervoso democratico è in uno stato di atrofia talmente avanzato da non registrare più nemmeno gli stimoli del dolore. Mentre l’America lotta furiosamente per risorgere dalle proprie ceneri, i vertici dell’opposizione nostrana galleggiano nell’inerzia. Elly Schlein e Giuseppe Conte non hanno un progetto credibile per rimettere mano a istituzioni che fanno acqua da ogni fessura. Non c’è una visione, non c’è una proposta per restituire centralità ai cittadini e al Parlamento, non c’è una traccia di programma che vada oltre l’evocazione di slogan preconfezionati o l’attesa passiva del logoramento altrui.
Peggio ancora: quando la classe politica italiana ha avuto l’opportunità di toccare l’architettura costituzionale, lo ha fatto quasi sempre nella direzione opposta alla sovranità popolare, votando tagli lineari di rappresentanza o riforme verticistiche studiate per blindare il ceto politico, ridurre il controllo dal basso e allontanare i cittadini dai processi decisionali. È esattamente il modello di democrazia svuotata e ridotta a simulacro che Mosca accarezza da decenni: un potere esecutivo autoreferenziale che governa su una popolazione rassegnata, cinica, convinta che “tanto sono tutti uguali”.
Eppure, a dispetto della mediocrità dei loro apparati, anche tra i cittadini italiani serpeggia una domanda soffocata di partecipazione, una voglia di capire, di contare, di non essere meri spettatori del declino.
La riscossa elettorale d’oltreoceano dimostra che l’avanzata autoritaria non è un destino ineluttabile. È un incoraggiamento a non cedere alla fascinazione tossica dei populismi autoritari, delle scorciatoie reazionarie alla Vannacci o delle derive plebiscitarie e anticostituzionali che periodicamente intossicano il nostro dibattito pubblico, ma a riprendere in mano gli strumenti di sovranità popolare previsti dalla nostra Costituzione.
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