Cinque anni fa il ritiro Usa dall’Afghanistan. “Rimangono le conseguenze di guerra e governo talebano. Ma gli aiuti umanitari diminuiscono”
Doveva essere la guerra che avrebbe piegato e sconfitto definitivamente il terrorismo islamista di Al Qaeda e del suo fondatore, Osama bin Laden, e, allo stesso tempo, il primo capitolo di quella menzogna storica che gli Stati Uniti hanno definito “esportazione della democrazia“. La guerra in Afghanistan è durata venti anni, ma oggi ne sono passati esattamente cinque dal definitivo, frettoloso e disastroso ritiro delle truppe occidentali. Di quel Paese prospettato dalla politica americana, e non solo, nei giorni immediatamente successivi agli attentati dell’11 settembre non è rimasto, anzi non c’è mai stato, niente. Il potere è tornato in mano ai Taliban che lo detenevano prima dell’invasione delle truppe Nato a guida Usa, il Paese non ha conosciuto alcun progresso in termini di diritti umani, sociali, di sviluppo tecnologico, economico e infrastrutturale, lo Stato afghano rimane isolato rispetto al resto della comunità internazionale esattamente come 25 anni fa. E intanto la crisi economica ha ridotto la maggior parte della popolazione in una condizione di povertà estrema. A cercare di rimettere insieme i pezzi di un Paese in frantumi sono rimasti in pochi. Tra questi ci sono le organizzazioni umanitarie che continuano a dare assistenza alla popolazione. Ilfattoquotidiano.it ha quindi chiesto a Eleonora Colpo, Field coordinator di Emergency che ha lavorato nel Paese fin dal 2019, quale sia l’eredità lasciata dall’intervento occidentale e come si vive, oggi, nel nuovo Paese dei Taliban.
Lei ha lavorato nel Paese dal 2019 ed era presente il giorno del ritiro occidentale dall’Afghanistan, il 15 agosto 2021. Come è cambiato il Paese da quel giorno?
Nel 2019 ero nella valle del Panjshir. L’Afghanistan è grande come Paese, è molto variegato. Era la provincia più tranquilla dal punto di vista dei combattimenti perché era una valle molto chiusa, molto protetta (dalle forze anti-Taliban guidate da Ahmad Massoud, figlio di Ahmad Shah Massoud, ndr) e non era interessata da combattimenti così attivi come altre province, per esempio l’Helmand. Era un Paese provato già allora da decenni di guerra, prima contro i sovietici, poi contro gli Alleati. Le persone facevano fatica a spostarsi e gli spostamenti hanno ancora oggi dei costi molto molto alti. A Kabul c’era l’aggiunta che, essendo la capitale e una città molto grande, si registrava un alto tasso di criminalità e anche violenza, oltre agli attentati. Quindi già allora va chiarito che la situazione era molto diversa in base a dove ci trovavamo.
Uno dei cambiamenti principali dopo il 2021 sono stati i trasporti. Prima alcune zone erano controllate dagli Alleati, alcune dalle forze talebane, quindi per esempio un’ambulanza che doveva portare un paziente da una provincia all’altra doveva magari attraversare molti checkpoint. Insomma, non erano viaggi così facili, erano molto complicati e io mi ricordo che tutte le volte che c’era un’ambulanza che si spostava stavamo col fiato sospeso per ciò che poteva succedere lungo il tragitto.
Questo aspetto è cambiato dopo l’agosto 2021?
Adesso che non c’è più il conflitto è diventato più sicuro per tutti riuscire a a muoversi, anche se per i pazienti, per le persone afghane, ha veramente dei costi altissimi. Però diciamo che se si analizza solo il fattore sicurezza è diventato un po’ più facile.
Cos’altro?
Alcune cose sono cambiate, questo non vuol dire però che siano migliorate. Nell’agosto 2021 ero a Kabul come coordinatrice delle attività cliniche dell’ospedale e non sapevamo cosa aspettarci, perché non succede tutti i giorni di vedere la fine di un conflitto. Per alcuni mesi non c’è stato un un cambiamento così repentino nel tipo di pazienti che ricevevamo, anche perché continuavano a esserci degli attacchi. A Kabul, inoltre, c’è anche molta criminalità e quindi continuavamo a vedere vittime di quella violenza. Ancora oggi abbiamo circa 7 pazienti su 10 classificati come vittime di violenza. Quindi per quanto riguarda i nostri interventi non c’è stato un cambiamento netto. A Lashkar Gah, dove la guerra infuriava, il calo si è visto più rapidamente. Una cosa che, ad esempio, è cambiata con la fine della guerra è che abbiamo visto un aumento molto alto di pazienti vittime di incidenti stradali perché, appunto, le persone tornavano a muoversi ma su strade in condizioni terribili e con macchine spesso vecchie e sovraccariche.
Che clima si respirava a Kabul nei giorni del ritiro occidentale?
Era sicuramente un clima molto molto strano. Io direi che era un clima soprattutto di incertezza perché appunto, dopo venti anni di conflitto, la guerra diventa praticamente una normalità per quanto possa essere normale un conflitto. Però dopo 20 anni diventa diventa parte della quotidianità. Nessuno sapeva come sarebbe stato il futuro. Ricordiamo tutti le immagini di quello che è successo all’aeroporto, di persone che volevano lasciare il Paese e chi poteva, anche alcuni colleghi, ha cercato di trasferirsi all’estero.
Anche perché la stragrande maggioranza della popolazione non ha mai vissuto in periodo di pace, dato che l’invasione sovietica è avvenuta nel 1979.
Quasi tutta la popolazione. Quindi è stato veramente un cambiamento epocale.
Quanto è difficile oggi curarsi in Afghanistan?
È difficile, è molto difficile. L’Afghanistan è un Paese geograficamente complesso, è molto montagnoso, quindi le zone di montagna come bene sai sono difficili da attraversare. A sud ci sono i deserti, c’è una strada principale ad anello che attraversa l’Afghanistan che si chiama Ring Road e fa il giro di tutte le città principali. Ma a parte la Ring Road, che è stata un po’ rinnovata, il resto delle strade è difficile da affrontare. Strade in cattive condizioni e geografia del Paese fanno sì che noi accogliamo pazienti che magari sono stati feriti otto o dieci ore prima di arrivare in ospedale. C’è una rete di cliniche che fa fatica a rispondere alle necessità, non c’è un vero e proprio servizio di ambulanze. Quando una persona si sposta per un motivo di salute, non è una decisione solo della persona, è una decisione della famiglia perché si deve spostare anche il responsabile della famiglia. Poi è ancora forte l’uso di pratiche tradizionali, soprattutto in zone più rurali, quindi quando arrivano in ospedale alcuni sono già in pessime condizioni perché hanno perso tempo. A questo si aggiunge l’aumento del costo dei carburanti che rende ancora più difficili gli spostamenti.
Per le donne, dopo le nuove disposizioni talebane, curarsi è ancora più complicato?
Sicuramente negli ultimi anni ci sono stati dei divieti severi imposti sulla popolazione femminile. Ci sono delle restrizioni sull’istruzione, restrizioni sull’occupazione e quindi tutto quello che riguarda la partecipazione delle donne alla vita pubblica e questo ha conseguenze anche sul sistema sanitario. Noi lo vediamo nella difficoltà di trovare delle dottoresse, delle infermiere, delle ostetriche. Non solo perché è loro impedito lo studio, ma anche perché per spostarsi adesso devono essere accompagnate da un membro maschile della famiglia. E questo ha un grande impatto sul nostro servizio e sull’accesso alle cure in generale, dato che la stragrande maggioranza del nostro personale è afghano e che le donne devono essere curate da altre donne.
Ma i Taliban non dovrebbero percepirvi come una risorsa?
Si tratta di un equilibrio molto delicato perché ci troviamo nel loro Paese e quindi dobbiamo collaborare con le autorità, anche se talvolta alcune alcune leggi possono essere un po’ in contrasto con quello che a noi servirebbe. È un argomento abbastanza sensibile, da parte nostra c’è sempre il bisogno di rimanere integrati per portare cure alle persone.
Se dovesse fare un bilancio di questi 7 anni, trova che la situazione oggi sia migliorata o peggiorata?
La situazione, dopo così tanti anni di guerra, è difficile che migliori rapidamente. Il 15 agosto mi ricordo di aver pensato ‘va bene, è finita la guerra, ma non sono finite le conseguenze’. Perché già sapevo quello che stava succedendo e le conseguenze della guerra ce le trasciniamo ancora oggi. Quindi, dopo così tanti anni di conflitto e dopo i tagli dei fondi internazionali, non si può dire di aver visto un miglioramento così grande. Certo, alcune cose sono sono cambiate, sicuramente non c’è più un conflitto attivo, non ci sono più combattimenti, non ci sono più bombardamenti ed esplosioni come ce n’erano durante la guerra. Certo, riusciamo a muoverci di più, a vedere di più il Paese, magari andare a supervisionare le nostre cliniche più spesso. Però è un Paese in ginocchio, c’è una crisi umanitaria come c’era prima, una crisi economica, sanitaria e sociale. Ci sono circa 22 milioni di di persone che avrebbero bisogno di aiuti umanitari. Nonostante questo, gli aiuti umanitari purtroppo si sono ridotti. È un Paese che avrebbe bisogno di continuo supporto, invece l’attenzione è calata tantissimo negli ultimi anni.
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